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Cardinale

Domenico Carafa della Spina dei duchi di Traetto

Arcivescovo di Benevento

[] Per la Chiesa, quello del 1860, fu un settembre nero. L'Arcivescovo di Benevento, Domenico Carafa, che pure era stato un punto di riferimento per il popolo, prendendo parte attiva nella "rivolta delle frasche" nel 1855, viveva da solo l'agonia degli ultimi giorni del Ducato pontificio. Sarà l'ultimo Arcivescovo del potere temporale della Chiesa a Benevento. Domenico Carafa della Spina dei duchi di Traetto era nato a Napoli il 12 luglio 1805. Alunno dei PP. Scolopi a Roma, è proclamato Cardinale il 22 luglio del 1844 e assegnato all'archidiocesi di Benevento il 28 ottobre 1844. Durante la rivoluzione del 1848 si rifugiò a Napoli e fece ritorno in sede il 9 gennaio 1849, accolto festosamente dal popolo. Il Carafa, fra le tante sue iniziative, fece restaurare il Duomo, ove celebrò l'unico sinodo diocesano nel 1855, e festeggiare la proclamazione del Dogma dell'Immacolata. (Nel 1860 il cardinale Carafa influenzava, con le sue decisioni e comportamento, il clero del Sannio, dell'Avellinese, del Molise e le parrocchie della vicina Foggia, mentre il cardinale di Napoli, Sisto Rialto Sforza, rappresentava il punto di riferimento dei religiosi di tutto il medidione.) Dal suo diario apprendiamo che il 3 settembre gli insorti occuparono i quartieri della città e Salvatore Rampone, capo del Comitato dei Democratici, intimò al Delegato pontificio di lasciare Benevento. Si abbatterono gli stemmi e i volontari provenienti dalla Provincia si accamparono nel collegio dei Gesuiti. La sera tutta la città fu illuminata. Per le strade, si vedeva gente entusiasta, che sventolando il tricolore gridava: viva Garibaldi, mentre l'Episcopio, per protesta, restò al buio. Era l'unico modo per il Vescovo di dimostrare il suo risentimento. Scrive il Carafa: "Diconsi cinquecento circa venuti armati da paesi vicini, capitanati da Verdura e da De Marco di Paupisi. La Comune pure fu occupata: si posero le bandiere al Corpo di guardia in piazza, ed al caffè Alberti in piazza Orsini, ed alla loggia del Comune". Il 4 settembre, per l'elezione del nuovo Governo Provvisorio, furono annotati arrivi di altri volontari provenienti da Montesarchio con la banda musicale. Questi si accamparono nel convento de' Domenicani. Con rammarico il Carafa ricorda "che la truppa, meno taluno, che doveva difendere il Ducato si unì ai rivoltosi e così anche i gendarmi al di fuori di 18 che restarono fedeli al Governo pontificio unitamente al tenente dei gendarmi, al comandante della piazza e forse al capitano della linea". In quei giorni non mancarono i religiosi che si unirono ai volontari, tanto che il prelato ebbe a scrivere con amarezza: "Molto si parla in città di quei preti e frati che hanno preso apertamente parte a' moti avvenuti, e del loro vestire, e d'essersi taluno persino presentato in qualche chiesa per dir la Messa". Ecco una testimonianza del giorno 21:... "Si vociferano tasse, contribuzioni ed esigli di preti e frati". Intanto affiorò la discordia tra i due Comitati liberali cittadini. La notizia arrivò anche alle orecchie del Cardinale, il quale il giorno venticinque annotò: "Ieri si seppe che Rampone e Mutarelli non erano stati a Napoli bene accolti al Ministero... Intanto i reduci da Napoli, hanno in questa mattina, con gente armata ed altra fatta venire da S. Angelo a Cupolo, messa la città in trambusto. Le botteghe chiuse, suonate frequenti di tamburo, il Palazzo Comunale chiuso, e passeggiate di armati per la città, come dimostrazione in favore di Rampone contro Torre..." In quel trambusto l'Arcivescovo rimase ancora al suo posto e la popolazione lo tollerò finché un giorno non rifiutò a fra Pantaleo l'autorizzazione di predicare in Chiesa. Ricorda il Carafa che il 26 settembre; verso le due pomeridiane arrivò in città, proveniente da Napoli, "un frate riformatore, vestito da religioso, oltre altro vestiario garibaldino, rosso, con pistola, coltelli, ventriere, ed altre insegne militari e stivaletti e grosso fazzoletto ripiegato a sciallo sulle spalle..." Riportiamo qualche brano del freddo dialogo che avvenne fra i due (due giorni dopo quest'incontro l'arcivescovo Carafa fu costretto a lasciare la sua Diocesi e accompagnato a Napoli). Il Carafa scrisse: "Sarebbe lungo il riferire il discorso di questo Religioso; nondimeno prima detto che, per comporre le dissensioni fra i partiti che si contrastavano il Governatorato, era stato invitato dal generale Garibaldi; che voleva predicare al popolo; e che volendo pure andare d'accordo coll'Ordinario, ne domandava licenza. Gli si è risposto che questa non poteva darglisi; ha replicato che poteva farlo da sé: gli si è risposto che se la dimandava, doveva attenersi alla decisione superiore; se poteva da sé farlo, era inutile richiederla. Non contento di questa replica, è passato a dire che conveniva fare adesione al nuovo Governo ecc..." Il diario terminò il 28 settembre 1860, giorno del suo esilio, con parole di perdono. Il 10 ottobre, il Cardinale fu consegnato al Comandante di un piroscafo, che partiva per Genova, e poi lasciato sbarcare libero nel porto di Civitavecchia. Dopo gli avvenimenti narrati, dal suo esilio di Roma, il Cardinale il ventuno dicembre 1860, indirizza al Governatore di Benevento, Carlo Torre, una vibrante protesta che parzialmente si riporta: "Signor Governatore, Quantunque i deplorabili avvenimenti verificatisi in cotesta città e provincia dal giorno, in cui fu violentemente sottratta al dominio della S. Sede, non che in altri luoghi della mia Diocesi, presentano tali caratteri da non rendere malagevole il ravvisarne la natura e le tendenze, non è però che io mi creda dispensato dal dovere di proclamare la ingiustizia, e protestare solennemente contro le criminose e ripetute violazioni dei sacrosanti diritti della Chiesa... Vorrei dimenticare gli orrori dei primi giorni dell'ultimo settembre, quando, al convenuto segnale, raccolse costà numerose bande di faziosi dalle circostanti Province del Regno, fra i clamorosi baccanali di una plebe stipendiata e corrotta, s'inalberò la bandiera della rivolta e furono abbassati gli Stemmi Pontifici perfin dalle Chiese e dagli Ecclesiastici stabilimenti, come se coloro, che nel Pontefice Romano volevano esautorato il Sovrano, disconoscessero ad un tempo la spirituale autorità del capo augusto della cattolica Religione. Con l'usurpazione dei temporali diritti procedeva di conservare la violazione dei diritti spirituali della Chiesa. Che dirò poi degli oltraggi, ai quali soggiacquero i Padri della Compagnia di Gesù? Su questi fatti, vorrei, Signor Governatore, chiamare le sue riflessioni, se la illegalità e la ingiustizia dei medesimi non apparissero a primo sguardo. Mi permetto soltanto di domandarle: su quale diritto, sopra quale legge si appoggiano cotali atti di usurpazione e di spoglio? Come giustificarne i modi? Come legittimare le conseguenze? Eppure tutto ciò si è operato in nome della libertà, si è praticato in un tempo in cui si proclama caduto il dispotismo, si è eseguita da quei che portano ancora il titolo di cattolici..." []

da: "PRETI, CONTADINI E BRIGANTI" di Pietro Zerella - Edizione La Scarana, 2000, Benevento

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