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'I'ORRE FEDERICO

(Benevento 27 aprile 1815 - Roma il 6 dicembre 1892). Compiuti nella città nativa gli studi umanistici per i quali ebbe sempre grande predilezione, nel 1840 si laureò nella Sapienza di Roma in filosofia e matematica. Conseguita una seconda laurea in ingegneria (1843), si dedicò a quest'ultima attività facendo parte di un'impresa costruttrice di ferrovie senza mai trascurare gli studi della sua adolescenza, sicchè videro la luce vari saggi di critica d'arte e le biografie del Pellico e del Perticari. Nel 1846, l'esaltazione al trono di Pio IX, le sue riforme e fra esse una certa libertà di stampa, permisero al Torre e con lui a Ludovico Potenziani, Luigi Masi e Carlo Gazola ,la pubblicazione in Roma del periodico Il Contemporaneo (12 dicembre 1846) con un programma di temperato progresso, ma recisamente contrario "ai pusilli di pensiero e di animo", alla "genia di paurosi retrogradi", ai "piaggiatori abietti di ogni qualunque opinione fortunata o potente". Il Torre poteva così meglio rivelare se stesso e dar prova di quel suo fiero e indomito animo che mai piegò sui campi di battaglia e nelle dure vicende dell'esilio. Fin dal secondo numero del giornale egli patrocinò l'istituzione di asili infantili, istituzione del tutto trascurata nello Stato Pontificio, ed ebbe la soddisfazione di vedere aperto il primo asilo nel Rione Trastevere, nel gennaio del 1848. Il "Primato" del Gioberti che fu anche per il Torre d'impulso ad altamente sentire della Patria, affiora qua e là nei suoi articoli e vi ritorna il concetto di una lingua "veramente italiana... unico legame, dopo la Religione, che divisi ci unisce". Non meno interesse per i dibattiti strettamente politici che rivestì sovente di corruschi spunti polemici, non esitando nel rilevare gli incerti atteggiamenti del Governo nelle iniziate e non proseguite riforme e il danno che causavano gli uomini del passato chiamati o rimasti al potere. Ufficiale della Guardia civica istituita nel luglio del 1847, il Torre il 10 febbraio 1848, portò a quella di Napoli la sua infiammata parola di amor patrio, auspicando che la "concordia mirabile del popolo dalle Alpi al Lilibeo" avrebbe innalzata l'Italia a "regina del mondo". Con questo fervore, nominato tenente di artiglieria, partecipò alla prima guerra d'Indipendenza agli ordini del generale Durando. Sul monte Bérico presso Vicenza, il 10 giugno 1848 Federico Torre difese eroicamente la posizione a lui affidata, contro le esuberanti forze austriache e ferito, fu ultimo a ritirarsi dal diseguale conflitto. Eletto deputato per Benevento (giugno 1848) ritornava a Roma già preda di incomposte passioni e disanimata dall'armistizio di Salasco, per ripigliare la penna contro il "numeroso gregge dei retrogradi" che chiedevano la pace e non esitò di riprovare con dura franchezza la Allocuzione pontificia del 29 aprile. Nella "breve e inonorata vita di quel Consiglio di Deputati" egli, pertanto, con assai pochi sedette a sinistra. La sua evoluzione politica si era compiuta con la repulsa dei principii moderati fino allora sostenuti e con l'opposizione sempre più ferma alla tendenza larvatamente e palesemente conservatrice del Governo presieduto da Pellegrino Rossi. Ma pur essendosi convertito alla causa repubblicana, non venne meno ai suoi sentimenti contrari ad ogni intemperanza ed è noto l'atto energico col quale frenò il popolo tumultuante che si apprestava ad adoperare il cannone per aprirsi il varco nel Quirinale sede del Papa. Proclamata la Repubblica e fuggitivo Pio IX, Federico Torre fu Segretario generale del Ministero delle Armi ed ebbe lo arduo compito di organizzare la difesa di Roma. Furono le prime e più sicure prove di quella che sarà la sua attività di generale italiano. Roma si arrendeva dopo un'eroica resistenza e il motu-proprio del Papa che concedeva un'amnistia per i reati politici, non comprendeva i membri del Governo rivoluzionario e il Torre aveva avuto l'incarico di Reggente del Ministero delle Armi. La via dell'esilio gli si apriva dinanzi e nelle sue tappe, più dura degli stenti e delle privazioni, la sofferenza della Patria ricaduta nell'assolutismo straniero e nostrano, anche se simbolicamente rifulgeva sul suo petto la medaglia d'oro di benemerenza concessagli dal glorioso Triumvirato. Fu esule a Malta dove incontrò esuli anch'essi, il Crispi e Ruggero Settimo; in Grecia, fra altri esuli, a Genova dove cominciò a scrivere le ingiustamente dimenticate Memorie storiche sull'intervento francese a Roma nel 1849 e infine a Torino dove le ristrettezze economiche lo costrinsero ad accettare l'incarico di "direttore di disciplina" in un convitto. Il padre Giovanni lo esortò invano a chiedere la grazia sovrana che l'avrebbe ricondotto fra i suoi. E' del 1850 una lettera di Federico Torre con la quale rispondeva alle premure paterue: "Non posso accettare gli uffici di nessuno per ritornare a casa. Io amo più di ogni altra cosa il mio paese. Per la sua indipendenza ho combattuto e esposta la vita; per la sua libertà ho scritto, ho cooperato con tutte le mie forze al suo bene e tutto ciò non per pompa o per speculazione, bensi per intimo sentimento... Dopo di ciò voi capite che io non posso, non voglio e non debbo chiedere grazia a chicchessia". A Torino compilò con Luigi Della Noce un "Vocabolario latino" che fu allora "ausilio efficace al risorgere degli studi latini in Italia" e aderì alla compilazione del "Dizionario della lingua italiana" che un altro profugo, il Tommaseo, doveva poi portare a termine (1861-1879). Ma gli furono a cuore sopra tutto le Memorie storiche. Il Mazzini aveva ingaggiata dall'ospitale Svizzera, un'intensa campagna politica in difesa del diritto italiano su Roma, difendendo la caduta Repubblica dalle tortuose calunnie del Governo francese e di sleali scrittori. Il Torre ebbe lo stesso nobile intento quando pubblicò in Torino le Memorie scrupolosamente obbiettive dal punto di vista storico, tecnico e militare (vol. I, Savoiardo e Bocco, 1851; vol. II, Tip. del Progresso, 1852). La seconda guerra di Indipendenza vide il Torre volontario e col grado di maggiore dell'esercito piemontese, agli ordini del generale Mezzacapo, organizzare nella insorta Toscana una divisione di volontari della quale fu poi capo di Stato Maggiore. Sugli inizi del 1860 il ministro della Guerra, Fanti, lo chiamò a sè e lo prepose alla Direzione di Artiglieria e Genio, affidandogli anche l'incarico del reclutamento. In questo non facile compito di trasformazione e ricostruzione di un esercito divenuto italiano egli dette prove di somma perizia e di sagace spirito organizzatore e le sue Relazioni sulla Leva e Truppa furono lodate anche da insigni tecnici stranieri, quale il Moltke. Nel 1861 aveva vita fra le province italiane la provincia di Benevento già voluta da Garibaldi e il 27 gennaio di quello anno, la Città eleggeva con 501 su 509 votanti, a suo rappresentante nel Parlamento Nazionale, il Torre. Con i suoi consigli sorresse la nascente provincia della quale era governatore il fratello Carlo e la difese da gelosie e da ostacoli frapposti dalle province divenute sue confinanti. Scrisse in quell'occasione una memoria indirizzata al ministro dell'Interno: Della circoscrizione della Provincia di Benevento. Questa sua filiale attività "serva del dovere e schiava della coscienza" non venne meno nelle successive elezioni politiche. Nel 1876 per il sopravvento della sinistra, il generale Torre aspramente combattuto dal ministro Nicotera, non fu rieletto deputato. Ritornò a far parte della Camera cinque anni dopo. Il 10 maggio 1884 fece parte del Senato. Aveva fin dal suo asilo in Piemonte, iniziata una raccolta di autografi, di incunaboli e di opere scritte da autori della sua Terra. Quella raccolta e duemila altri volumi della sua libreria egli donava alla pubblica biblioteca arcivescovile creata da Francesco Pacca. Il 29 ottobre 1950 la Città memore, scioglieva un antico, unanime voto e gli erigeva un busto nei pubblici giardini, opera dello scultore Michelangelo Parlato.

Bibl. - A.M. IANNACCHINI, Topografia storica cit., IV, p. 334; F. CORAZZINI, F, Torre in Gazzetta di Benevento 3 sett. 1873 e 12 maggio 1883;

E. ISERNIA, Istoria della città di Benevento cit., Il, p. 502 e segg.; T. SARTI, Il Parlamento subalpino e italiano cit., ad n.; A. MELLUSI, L'Origine della Prov. di Benevento cit., p. 204; Un ms. di F. Torre in Riv. Stor. del Sannio 1921, p. 93; G. PALMIEBI, La vita politica del generale F. Torre in Riv. Stor. del Sannio, 1917, p. 53; E. CURATULO, Scritti e figure del Risorgimento ital., Torino, Bocca, 1926, p. 245; A. MIELE, Il generale F. Torre in Rass. Stor. del Risorg. luglio-sett. 1932; M. SERTOLI, La contessa della Pastene Carolina Capasso - Torre di Caprara in Samnium 1936, p. 177; G. C. FERRARI, F. Torre in Dizionario del Risorg. italiano cit., IV, p. 458; A. ZAzO, F. Torre e il " Contemporaneo ". La censura ad un articolo di V. Gioberti in Samnium 1937, p. 90; Id. Il Ducato di Benevento nel 1847-8 cit. in Samnium 1948, p. 117 e passim; Id. Per Federico Torre, Napoli, Istituto della Stampa, 1950; Id. Vita di esilio di due Sanniti del Risorgimento: Giacomo Tofano e Federico Torre cit. in Samnium 1964, p. 142; G. CAPASSO - TORRE, Lettere inedite di F. Torre al fratello Carlo cit. in Samnium 1939, p. 14; Id. Memorie storiche della famiglia Capasso cit. p. 48; C. PARJSET, Per il generale beneventano Federico Torre in Samnium 1940, p. 18; Id. Il generale Federico Torre, Verona, L'Albero, 1940; M. ROTILI, Federico Torre in Benevento e la provincia sannitica cit., p. 362; E. GALASSO, Cristina Trivulzio e Federico Torre in Samnium 1967, p. 80.

da "DIZIONARIO BIO-BIBLIOGRAFICO DEL SANNIO" di Alfredo Zazo, Ed. Fausto Fiorentino, Napoli, 1973

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