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CARMINE CROCCO

detto Donatelli

di Ludovico GREGO

da"PIEMONTISI, BRIGANTI E MACCARONI" Guida, Napoli, 1975

Il fiero generale del buon Re Francesco

É venuto il nostro tempo! dissero i contadini

Le spie portavano scritta in fronte "infame"

Carmine Crocco "un vero generale"

Processo a Crocco: 67 omicidi

Come divenni brigante

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il fiero generale del buon Re Francesco

Abilmente preparato il moto reazionario scoppiò il 7 aprile alla Ginestra. Contadini, pastori, cittadini di ogni eta' e condizione al grido "Viva Francesco II", corsero ad armarsi di fucile, di scure, di attrezzi colonici e in massa compatta avanzammo su Ripacandida. La notizia che le guardie mobili di Avigliano e Rionero movevano unite contro di noi, portò un po' di sgomento nella mia gente; conveniva a me, all'inizio della spedizione, non espormi ad una facile sconfitta, affrontando i militi nazionali in aperta campagna. Una disfatta anche parziale avrebbe influito enormemente sullo spirito delle popolazioni, facendo svaporare quell'entusiasmo popolare, ch'io con tanto lavoro segreto, avevo grado a grado saputo destare per ogni dove. Ad una lotta aperta e cruenta preferii la guerra d'astuzia, per cui, lasciata la via, mi internai nei boschi ove sarebbe stato facile l'agguato e la vittoria. La Ginestra era il mio impero, la sede sicura, il centro della mia forza, e di la' mossi risoluto su Ripacandida. Attaccai violentemente ed in breve fui padrone della caserma dei militi e in possesso delle loro armi. La folla selvaggia ch'io comandavo non aveva freno, né a me conveniva mitigarla. Quella mia condiscendenza alla distruzione, al saccheggio, era fomite per me di maggior forza avvenire, l'esempio del fatto bottino traeva dalla mia altri proseliti anelanti di guadagnar fortuna col sangue. Lasciai quindi ognuno libero di se' ordinando solo si rispettassero le famiglie dei nostri compagni d'armi. Nel conflitto avuto coi militi paesani, il loro capo era caduto morto, il cadavere di costui trascinato per le vie venne portato innanzi all'abitazione della famiglia sua mentre la folla ne saccheggiava la casa. Durò per più ore - la baldoria ed il ladroneggio e solo verso sera pensai a riordinare quell'orda ubbriaca. Prima cura fu quella di decretare decaduta l'autorità imperante, e chiamato a consiglio i caporioni, nominai una giunta provvisoria che doveva sedere al municipio e di là emanare decreti e proclami. Volli che per le chiese venisse cantato il Tedeum in onore della vittoria e si abbattessero tutti gli stemmi del nuovo governo innalzando quelli, già abbandonati, del Borbone. Da Ripacandida a Barile breve è il cammino; numerose sollecitazioni mi chiamavano colà a liberare la plebe dalle sozzure dei ricchi prepotenti, per cui mossi tosto per quella volta, e, preso possesso del paese, ne ordinai il governo come avevo fatto per Ripacandida. Le vittorie di quei primi giorni se avevano allarmato, non a torto, i signori, avevano per altro affezionato alla mia causa migliaia di contadini, cosi che correvano à me da ogni dove a stuolo numerosi armati per mettersi ai miei ordini. Compresi come dovessi, senza perder tempo, prendere possesso di centri più importanti, per cui inviai alcuni fidi in Venosa perché mi preparassero il terreno. Ed il mattino del giorno 10 col mio piccolo esercito di predatori mossi alla conquista della vetusta Venusia. Sapevo che la città (8000 abitanti) era preparata a difesa e che in aiuto della guardia civica erano giunti i militi di Palazzo S. Gervasio, ma sapevo altresì che in paese la mia venuta era attesa da molte persone, e che queste non erano tutte del popolo, ma in buona parte signori. A mezza via fui informato che la milizia civica, allarmata dalla forza che era ai miei ordini, aveva deciso chiudere le porte, asserragliare le vie, portandosi ad occupare il castello. Giunto in vicinanza della città, ripartii la mia forza in diversi gruppi a cadauno dei quali assegnai un settore di attacco; mentre ero occupato in tale operazione, vidi sventolare dall'alto delle chiese alcune bandieruole bianche, segnale a me ben noto, per cui ordinai senz'altro l'attacco. Ma fu un attacco incruento, poiché scavalcate le mura mi vennero aperte le porte senza colpo ferire, ed io entrai coi miei occupando subito la piazza principale, di dove mossi per assalire il castello. Dalle grida di gioia e di furore dei miei, a cui faceva eco l'acclamazione popolare, la difesa comprese tosto essere vano ogni suo sforzo; pochi colpi di fucile sparati contro la mura ebbero il merito di ottenere una resa a discrezione, sotto promessa di lasciar a tutti la vita. Venosa era mia ed in men che non si dica io ricevevo le congratulazioni dei maggiorenti, mentre a migliaia affluivano a me le suppliche d'ogni genere e specie. Prima mia cura fu di spalancare le carceri, nominare un consiglio reggente e pubblicare il nome delle persone che dovevano aver rispettate la proprietà e la vita, pena la morte ai trasgressori. Dal 10 al 14 io rimasi coi miei in Venosa spogliando, depredando, imponendo taglie, distruggendo uomini e case, facendo man bassa su tutti coloro che erano nemici della reazione. Dopo Venosa era stata decisa l'occupazione di Melfi, dove i nostri amici avevano tutto preparato perché fossi accolto cogli onori dovuti al mio grado. Il 14 aprile 1861 lasciai Venosa e mi gettai su Lavello accolto da quella popolazione al grido " Viva Francesco II ". Raccolto in paese quel poco che ci fu dato trovare, stante le poche risorse sue e nominata la solita Commissione a governo del Municipio, mi affrettai avanzare su Melfi che con plebiscito popolare aveva decretato decaduto il potere regio. Fra le non poche soddisfazioni ch'io pure provai nell'avventurosa mia vita, io ricordo con viva compiacenza la maggiore, la più splendida, quella cioè che accompagnò il mio ingresso nella città di Melfi, capoluogo di circondano. A qualcuno, leggendo queste memorie, potrà apparire esagerato il mio scritto, ma giuro non sul mio onore, ma sulla sacra memoria di mia madre, che non esagero, che non mento, e d'altronde credo che parleranno di ciò i documenti ufficiali. Ai piedi della non breve salita che, staccandosi dalla rotabile, conduce alla porta principale, fui accolto, al suono delle musiche, da un comitato composto delle persone più facoltose della città, mentre suonavano a distesa le campane a festa, e dai balconi, gremiti di persone e parati con arazzi variopinti, le donne lanciavano fiori e baci. Giunto sulla piazza principale il signor... dall'alto del sontuoso suo palazzo dopo un acconcio discorso inneggiante le virtù e le glorie del governo Borbonico, invitò il popolo ad acclamare in Crocco, il fiero generale del buon Re Francesco II. Rispose a quell'invito un triplicato "Evviva a Crocco", mentre sparavano per le vie i mortaretti in segno di maggior contento. Nella chiesa, addobbata riccamente per me, era stata esposta la Madonna del Carmine, perché io rendessi omaggio devoto alla Vergine che mi aveva protetto portandomi vincitore e illeso dopo tante ed aspre lotte. Alla sera del mio ingresso per tutta la città vi furono luminarie, feste, balli e baldoria...

(Note autobiografiche di Carmine Crocco, Melfi 1903)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

É venuto il nostro tempo! dissero i contadini

Ancor oggi si dice che la reazione fu il frutto dell'ignoranza, ciò sarà vero, anzi è verissimo, ma, a promuovere la reazione vi concorsero pure questi arrabbiati signorotti di provincia, i quali con sfacciata millanteria dicevano: "venuto il tempo nostro". Ed i poveri oltraggiati risposero: "venuto pure il nostro tempo", e cosi' in molti paesi si ebbero uccisioni, assassinii, depredazioni; i frutti della guerra civile. Fui ricevuto in Stigliano dal prete, un grasso parroco, vestito per le grandi occasioni, che mi venne incontro ed offrendomi il Crocifisso a baciare invocò la pietà e la misericordia pei suoi fedeli rimasti in paese. Prevaleva in me e nei componenti la mia banda un sentimento di religione che ci faceva timorosi di fronte a Dio; ognuno di noi aveva appeso al collo il sacro abitino coll'immagine della Madonna, ch'egli invocava a salvezza della vita ne' conflitti, onde la preghiera del prete e la vista del Crocifisso, esercitarono su me e sulla mia banda un forte ascendente. A dimostrare quanto avesse agito sull'animo mio la parola grave del sacerdote, sta il fatto che ordinai fossero immediatamente liberati i soldati prigionieri dando loro due ore di tempo per allontanarsi dal paese. Imposi ai miei con insolita insistenza, il massimo rispetto per le persone, minacciando punizioni severe a chi disubbidiva, e così' rassicurato il clero, mi disposi ad entrare in paese. Avevo avuto l'invito di occupare il palazzo del principe Colonna, e mi dirigevo all'alloggio indicatomi, quando il prete invocò la mia clemenza verso una quarantina di detenuti rinchiusi nel carcere mandamentale. Ordinai tosto si spalancassero le prigioni e si desse senz'altro libertà a tutti, qualunque fosse il delitto o la colpa commessa. La mia banda ebbe pure essa alloggi sontuosi, poiché essendo vuoti tutti i palazzi dei signori, ivi accasermarono le centurie. Giunto al palazzo Colonna, una casa veramente reale (nei tempi del vassallaggio la famiglia Colonna dominava per tutto il contado), venni ricevuto come si suol ricevere un pezzo grosso. Ed in quel momento rappresentavo qualche cosa di grosso ancor io, poiché dopo tutto a questo mondo per non restar piccoli bisogna aver virtù di far macellar uomini. Napoleone I era figlio di un povero cancelliere, eppure macellando milioni di uomini, compreso mio zio Martino, arrivò ad essere un grand'uomo, ma finalmente, per aver voluto troppo, perdé tutto, e, come me, fini la vita prigioniero, lui a S. Elena, guardato a vista dai soldati inglesi, io nel bagno di S. Stefano, sotto la rigida sorveglianza delle sentinelle dell'esercito italiano. È pensare che io mi sarei accontentato della signoria di quel paesetto di Aliano, e devo invece morire nel bagno penale!

(Carmine Crocco. Op. cit.)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Le spie del governo portavano scritta in fronte la parola "infame"

Col finire dell'inverno dovendo le terre essere lavorate, fu giocoforza permettere ai contadini il ritorno ai loro campi; ma ordini severissimi proibivano a chiunque di portare pane e viveri più del necessario al proprio sostentamento. Si credeva con ciò farci arrendere per fame e non si sapeva, o meglio si fingeva non sapere, che i signori per avere da noi meno male, avevano posto a nostra disposizione le ricche masserie colla condizione "mangiate, bevete ma non distruggete". Se qualcheduno si mostrò restio nel venirci in aiuto, pagò a caro prezzo quel suo rifiuto e si vide distrutti interi campi di grano, e armenti di pecore. Col ritorno dei contadini la campagna riprese il suo aspetto normale, noi ritornammo, come nel passato a ricevere confidenze ed informazioni. Non mancarono fra tanti contadini, le spie del governo ma queste portavano scritto in fronte la parola infame. Ce ne capitarono parecchie tra i piedi, ed ebbero la mercede dovuta alla loro professione... un colpo ben mirato... e il capo sfracellato da una palla di mezz'oncia... Divisi in diverse bande noi avevamo del pari divise le zone nel limite delle quali le bande stesse dovevano operare senza che una intralciasse l'opera dell'altra. Talvolta si fissava qual punto di riunione un paese di lontana provincia, Bari, Campobasso, Lecce, Foggia, Avellino e che so io, e le masnade taglieggiando, aggredendo, imponendo taglie e ricatti percorrevano diverso itinerario, riunendosi in giorno determinato nel luogo prestabilito, per compiere tutti uniti un ideato progetto. Però coll'aumentare delle forze regolari e coll'ordinarsi delle guardie nazionali, si dovette limitare l'azione nostra restringendola a più modeste proporzioni; non più attacchi di paesi fatti a viva forza, non più larghi avvolgimenti di centri importanti utilizzando numeroso stuolo di cavalieri, ma aggressioni di viandanti, assalti di corriere postali, occupazione di piccolissimi villaggi, masserie isolate, deludendo con astuzia e con rapide fughe gli scontri colle truppe, salvo a provocarli quando l'enorme disparità delle forze ci faceva sicuri d'una facile vittoria. Attacchi parziali n'ebbi a centinaia, non mi ricordo le date ed i luoghi con precisione, poiché in quei giorni non prendevo appunti, né mai potevo supporre che dopo 40 anni, dall'oscura carcere ove sconto la pena dei lavori forzati in perpetuo, avrei un giorno scritta l'istoria della mia vita brigantesca. Una sola volta mi venne in mente di presentarmi alla forza per por fine alla mia vita brigantesca, e senza por tempo in mezzo, accompagnato dal Tortora e dal Ninco-Nanco, avanzai inerme su Rionero. Alla persona inviatami dal Comandante la piazza per discutere le condizioni della resa, feci noto le mie pretese chiedendo un salvacondotto e una tregua. Ma prima ancora che giungesse la risposta avevo cambiato pensiero, ed ero ritornato alle mie armi ed alle mie sicure boscaglie di Monticchio, più animoso di prima di vendere la vita e la libertà a caro prezzo. La grande conoscenza che noi avevamo del paese, il terreno eminentemente boschivo, teatro delle nostre gesta, l'acquistata abitudine ad una vita da selvaggio, costretti talvolta a mendicare il pane della giornata, obbligati ad errare di serra in serra fra cespugli spinosi, per fossi profondi, una sobrietà a tutta prova, furono fattori potentissimi che contribuirono a renderci forti e temuti. Per effetto del numero abbastanza grande dei componenti le bande e più ancora la efferatezza di molti di noi, spesso trovammo ostilità in quella plebe, dalla quale noi tutti eravamo usciti; ma in generale essa fu spesso di potente ausilio in tutte le nostre imprese. Cotesto aiuto, quasi sempre spontaneo, era conseguenza dell'odio innato del popolo nostro contro i regi funzionari e contro i Piemontesi, causa non ultima gli effetti della legge Pica, ed il modo sprezzante col quale gli ufficiali usavano trattare le popolazioni, facendo d'ogni erba un fascio. Prima del 1861, quando nel trono di Napoli regnava Franceschiello, molto dell'elemento che costituiva la mia banda, proveniva dalle angherie sbirresche degli sgherri di Del Carretto, da persone che non avevano voluto piegare la fronte dinanzi a soprusi inauditi, che non vollero vendere l'onore delle mogli o delle giovani figlie a signorotti prepotenti, e si videro perciò perseguitati, posti all'indice quali malviventi, vagabondi, persone facili a delinquere. Dopo il governo di Vittorio Emanuele concorsero invece ad aumentare le nostre file i molti perseguitati dall'elemento cosiddetto controreazionario, che con spadroneggiante spavalderia, sotto l'usbergo della legge, commetteva infamie di certo non inferiori a quelle dei briganti, e con vendette basse e vigliacche denunziava padroni e servi alla polizia per sbarazzarsi di nemici personali. Tra le bizze degli uni - e degli altri, chi - se ne avvantaggiava eravamo noi che reclutavamo nel nostro seno persone che esercitavano influenza sui non abbienti. Fra le varie bande che infestarono la Basilicata, posso affermare senza tema di essere smentito, che la mia era la più ordinata e la meglio organizzata. Coppa, Ninco-Nanco, Caruso, Tortora, Serravalle e molti altri che ebbero il comando di bande, furono tutti miei dipendenti, ed ebbero in seguito sempre un sentimento di rispetto per il loro generale. I miei gregari mi amavano e mi ubbidivano senza bisogno di mezzi coercitivi. Qualche severo esempio dovuto dare per disciplinare le orde, mi fu strappato direi quasi a forza dalla necessità del momento, ma fui sempre con tutti affabile ed amico, anziché superiore. Ogni mio desiderio era ordine per i miei gregari ed in qualche operazione azzardata, nella quale dovevano concorrere pochi briganti, era per me doloroso il dover sempre respingere la spontanea cooperazione di volenterosi che spontaneamente si offrivano per compagni nell'impresa. Ebbi chiamate da Generali e da Prefetti ove mi si promise non dico libertà, perché mentirei, ma assicurazione della vita, qualora mi fossi presentato; mi mostrai sempre sordo ad ogni invito, convinto che sarei stato rinchiuso in perpetuo, essendo io il capitano generale di tutti i briganti della Basilicata. Molti miei gregari allettati dalla speranza di una lieve condanna, senza rendermi avvertito, si presentarono in Rionero al generale Fontana e si ebbero condanne non gravi, in confronto ai compiuti delitti. Costoro furono sempre da me detestati e citati di codardia all'ordine del giorno.

(Carmine Crocco po. cit.)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Carmine Crocco "un vero generale"

Il Crocco a differenza di altri capibanda, che infestarono la Sicilia, le Calabrie e l'Abruzzo, nelle numerose sue escursioni, dà la prova di una logica tattica di un concetto chiaro ed ordinato nel disporre il piano delle operazioni nella piccola guerra. All'opposto degli altri, che sogliono sbandarsi paurosamente all'arrivo della truppa, egli ne accetta spesso il combattimento in aperta campagna e sa trincerarsi in posizioni favorevoli. "Attaccato alla baionetta" resiste all'urto e risponde col "contr'assalto". Qualche volta ricorre allo stratagemma militare; fa' saltare ponti per interrompere la strada, taglia fili telegrafici per interrompere le comunicazioni. Quale capitano della sua masnada, ebbe la potenza di infondere il coraggio nell'animo dei suoi; sopperì con la forza della sua autorità a difetti di armamento; d'istruzione e di disciplina. Nei momenti pericolosi degli attacchi seppe, con mente limpida e serena, dominare la situazione e prendere con prontezza risoluzioni assennate. Con grande ardimento riuscì in breve a signoreggiare sulla sua gente, composta di persone che, avendo commesso qualche reato, e non volendo piegarsi al rigore della legge, si segregavano dalla società, dandosi alla campagna per mantenersi liberi a dispetto della forza pubblica. Postosi a capo di pochi banditi, poté in breve tempo organizzare una banda che raggiunse la forza di mille uomini, raccogliendo tutta la feccia dei paesi e delle campagne, imponendosi sui deboli, guadagnandosi gli ingenui con larghe promesse di bottino e di piaceri. Scelti fra i numerosi gregari, per sottocapi i più audaci ed intelligenti, seppe dividerli in varie bande per poter vivere, ma con dislocazioni opportune in modo da poterle tutte riunire nel momento d'attacco. Da vero Generale (cosi lo chiamavano i briganti) nei momenti della sua maggior potenza, pretese corrispondere direttamente con i comandanti delle truppe; e nelle sue lettere, sempre rispettose, esige di essere trattato da pari a pari, non già quale ribelle, ma come belligerante. Dopo i conflitti, chiede il cambio dei prigionieri, e talvolta una tregua per dare sepoltura ai morti. Con arditezza singolare impone la resa di villaggi e di comuni di una certa importanza, ed ove trova resistenza attacca a viva forza, devastando, distruggendo, incendiando, portando ovunque la desolazione e la morte. Padrone dei paesi, detta bandi e con imposizioni forzate requisisce le vettovaglie ed i danari necessari per la paga dei suoi uomini; mentr'egli, quale generalissimo, prende possesso del castello, o del miglior palazzo del comune. Nemico acerrimo dei patrizi e dei ricchi, impone a tutti il massimo rispetto per i miseri, ciò che gli valse qualche simpatia, ma rara, poiché il numero rilevante di briganti ch'egli comandava e che nell'occupazione si davano al saccheggio, spogliavano spesso i ricchi ed i poveri, ed in mancanza di signore - a tempo fuggite - sfogavano le brutali loro voglie sulle donne del popolo. Qualche paese lo accolse talvolta a suon di fanfara con i preti, in commissione di ricevimento, mentre più tardi, ai tempi della Guardia nazionale, venne accolto a fucilate e costretto a tornarsene con le pive nel sacco.

(Eugenio Massa: Gli ultimi briganti della Basilicata, Melfi 1903).

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Processo a Crocco: 67 omicidi

Al processo a Carmine Donatelli Crocco, presso la Corte d'Assise di Potenza, il Procuratore Generale, Camillo Borelli, imputò al guerrigliero i seguenti reati:

67 omicidi consumati;

7 omicidi mancati;

12 grassazioni;

20 estorsioni;

15 incendii di case;

e altri minori.

La sentenza di morte, emessa l'11 settembre 1872, fu tuttavia commutata nei lavori forzati a vita. Assegnato al bagno penale di Santo Stefano, Crocco fu successivamente trasferito in quello di Portolongone dove si spense, il 28 giugno 1905, all'età di 75 anni.

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