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DA FACCHINO A CAPITANO (CHIAFFREDO BERGIA)

da: www.carabinieri.it

Quando Chiaffredo Bergia nasce a Paesana (il 1 gennaio del 1840), nella provincia di Cuneo, il suo destino sembra piuttosto prevedibile. I suoi genitori sono contadini e si spaccano la schiena per mantenere i sei figli. I figli crescono in un ambiente di stenti ordinari: pasti conquistati, misurati, abiti tenacemente sfruttati fino all'ultimo, niente istruzione a parte un po' di catechismo, svaghi inesistenti. L'unica speranza per il quindicenne Chiaffredo è legata all'emigrazione e cosi, lui ed il fratello Giacomo partono verso la terra promessa di Francia. Trovano un lavoro come pastori ad Embrun. Una notte il giovane Chiaffredo ascolta attraverso il pavimento un colloquio inquietante che si svolge nella stanza di sotto fra due sconosciuti che parlano italiano e sono un evaso dal carcere di Gaeta, condannato a morte, ed un ex-colonnello della gendarmeria napoletana. Il ragazzo è ignorante, ma è dotato di un grande senso civico. La mattina seguente informa i gendarmi e qualche giorno dopo depone a Tolone come testimone. Firma la deposizione con una croce e giura a se stesso che imparerà presto a leggere e a scrivere. Il suo tentativo di far fortuna si snoda tra mille mestieri da Hyeres a Marsiglia, a Lione. A 18 anni è testimone di un'aggressione notturna. La reazione è istintiva: si butta all'inseguimento del delinquente, che non esita a sparargli alla testa. Nonostante la palla gli abbia forato il cappello, Chiaffredo gli arriva addosso, lo riempie di pugni e lo consegna alla polizia. La chiamata alla leva nel dicembre 1860 lo fa ritornare in patria e lì, grazie all'istruzione che è riuscito a darsi può scegliere di arruolarsi nei Carabinieri. Un anno dopo viene assegnato alla stazione di Scanno, appartenente alla legione di Chieti, un brutto posto di briganti nel pieno della guerra. Il primo incontro con il nemico è datato 19 agosto 1862. Un rapido scambio di fucilate dove si segnala per il suo coraggio. Pochi giorni dopo tutte le unità della zona sono mobilitate per dare la caccia ad una banda forte di 25 briganti locali e 50 avventurieri spagnoli. Bastano tre giorni di ricerche per sorprendere i banditi in una festa campestre. Tre briganti morti, cinque feriti ed il resto volto in fuga precipitosa. Per il carabiniere Bergia arrivano due menzioni onorevoli. Sempre nelle campagne intorno a Scanno, Bergia, insieme con i suoi commilitoni Grin e Pompili, si imbatte in nove briganti ben armati che stanno trascinando via due malcapitate guardie nazionali. E' la temuta banda Tamburrino. I tre carabinieri non esitano ad aprire il fuoco. Grin cade ferito, ma Bergia riesce a coprire la ritirata fino alla caserma. E' la prima medaglia d'argento al valor militare, seguita tre anni dopo dalla promozione a vicebrigadiere. Stavolta è lui al comando di una stazione, quella di Campotosto.

L'IMPLACABILE VICEBRIGADIERE

E' una lunga giornata di perlustrazione come le altre, il vicebrigadiere con due militi sta rientrando alla stazione quando decide di fermarsi in una casa di contadini poco distante dal villaggio di Marciano. Durante la breve sosta, Bergia si affaccia per caso alla porta e intravede un uomo che cerca di dileguarsi. Insospettito, cerca di seguirlo, ma l'individuo si mette a correre. Bergia lo ha già riconosciuto: è Andrea Andreani, un ricercato per omicidio. Nonostante la fuga di Andreani, in pochi balzi il sottufficiale lo afferra, ma l'uomo riesce a divincolarsi. Bergia lo riagguanta, ma l'altro riesce ancora a liberarsi ed a strappargli il revolver, rifugiandosi nella boscaglia. Punto sull'onore e per nulla scoraggiato, il carabiniere non molla la preda e alla fine lo serra in un corpo a corpo. Andreani riesce ad atterrare Bergia ed è pronto a sparargli a bruciapelo quando si abbatte al suolo, colpito da una sassata di Bergia. Per lui è la quinta menzione onorevole. La vita di Bergia scorre veloce come in un telefilm poliziesco. Il 29 novembre 1867 i carabinieri di tre stazioni e un drappello di soldati individuano tre briganti in una cascina isolata. Irruzione fulminea, un brigante tenta di far fuoco, ma Bercia lo blocca dopo una pericolosa colluttazione, i tre sono catturati. Menzione onorevole, poi commutata in medaglia di bronzo al valor militare, e la promozione a brigadiere. E in questi anni che Bergia conosce una ragazzina di sette anni, Claudina Borghese, la figlia del suo superiore, il maggiore Borghese. Forse non immagina che, per quegli strani casi della vita e dell'amore, negli anni successivi nascerà un affetto. Una storia fatta di fuggevoli sguardi e regolata dalle ferree convenzioni dell'epoca, eppure Claudina ad appena sedici anni corona il suo sogno con il vigoroso e maturo sottufficiale. Da questo matrimonio felice nasceranno quattro figli. Bergia non dorme sugli allori e quando la banda di Palombieri parte dal territorio pontificio per l'ennesima scorreria, riesce a intercettarla e uccide il bandito con un colpo di pistola dopo una selvaggia lotta (1868). Come altri suoi colleghi, il brigadiere viene assegnato alla nuova legione di Bari, dopo lo scioglimento di quella di Chieti. Da nove anni una banda, conosciuta con il nome di Pomponio nella piana del Trigno e come banda D'Alena nelle province dell'Aquila e di Campobasso, terrorizza la gente, pur essendo stata decimata dai continui scontri con le forze dell'ordine. Sulla testa di Giuseppe Pomponio, plurirapinatore ed omicida, pende una taglia governativa di tremila lire, su quella dell'altro capobrigante, Pasquale d'Alena il Romano, il comune di ltri (Gaeta) ha aggiunto una pensione vitalizia, oltre alla normale taglia.

APPUNTAMENTO CON IL DESTINO

Il nucleo storico della banda è completato dalla diciottenne Filomena Soprano, amante di D'Alena, dal fratello di Pomponio, Michelangiolo, e da Bernardino Di Nardo. L'ennesimo rapimento a scopo di estorsione ai danni del ricco possidente Gaetano Franceschelli rappresenta il loro drammatico appuntamento con il destino. Il riscatto richiesto alla famiglia è di 60mila lire, una cifra cospicua a quei tempi. Il tenente colonnello Petrini, comandante della legione di Bari, decide di rinunciare a grandi operazioni e di organizzare una piccola squadra composta da quattro carabinieri scelti affidandone il comando a Bergia. Il brigadiere è ormai un personaggio conosciutissimo nel mondo della mala, sorvegliato a vista dalle spie della malavita. Per avere libertà d'azione fa circolare la notizia di essere trasferito in un'altra zona. Poi, al comando dei quattro uomini che gli sono stati assegnati, si mette in marcia fuori dalle strade battute negli aspri territori di Guardiagrele e Orsogna. I cinque, avendo quasi esauriti i viveri si accampano per tre giorni sulle montagne di Liscia e poi, sicuri di essere soli, frugano l'intricata boscaglia di Palmoli. Cadono in una imboscata: due banditi aprono il fuoco su di loro. per fortuna mancandoli. Comincia un affannoso inseguimento per fratte e burroni. Bergia si mette alle costole di uno, che di tanto in tanto si volta e gli scarica le due pistole addosso. Nel buio fitto è un duello alla cieca e il brigante comincia a sentire la fatica. Il brigadiere gli è sopra menando il fucile come una clava e i due si avvinghiano nell'ultima lotta. Nel buio lampeggia una lama, Bergia evita un primo colpo, ma rischia di soccombere: per sua fortuna arriva il carabiniere Corsi che fracassa il capo del bandito con una secca mazzata del calcio. Così si conclude la vita disperata del Romano.

UN FILM DELL'ORRORE

Ma restano gli altri. Hanno sentito gli spari, si sono allontanati in fretta e hanno deciso di disperdersi. Giuseppe Pomponio si rifugia con l'ostaggio in una grotta, mentre Michelangiolo e Filomena prendono il largo in un'altra direzione. Dopo due lunghi giorni il brigante viene vinto dal sonno e dalla fatica. Franceschelli coglie l'occasione, sfila il fucile e spara al petto del brigante. Scappa fuori e grida inutilmente aiuto. Disperato, torna indietro e spara un'altra fucilata sulla faccia del brigante. Sembra la sequenza di un film dell'orrore. Pomponio, grondante di sangue, insegue Franceschelli e lo uccide a colpi di pugnale e di pistola. Troppo tardi i due briganti superstiti, Michelangiolo e Di Nardo raccolgono il loro capo gravemente ferito. A forza di promesse e di minacce lo fanno ricoverare in casa di un contadino. Ma al contadino interessa la taglia e così racconta tutto ai carabinieri. Sul posto c'è già il capitano Sequi, comandante dei Carabinieri Reali della provincia di Chieti, per coordinare le operazioni e catturare Pomponio e la Soprano. Senza chiasso i due vengono presi in custodia sul posto e viene montata la trappola per i due superstiti. Per far sentire ancora più sicuri i latitanti, il capitano finge di partire per i monti. Nel villaggio di Furci resta Bergia, e pochi giorni dopo i briganti abboccano e cercano il contadino traditore. E' notte fonda, Bergia con due dei suoi è a casa del contadino, che ha già ricevuto le istruzioni opportune. Quando arrivano i banditi apre la porta e si fa rapidamente da parte. I due vengono immediatamente raggiunti da due fucilate. Tentano la fuga nel buio. Di Nardo, rendendosi conto di non avere alcuna possibilità di salvezza, si butta in un burrone e si fa saltare le cervella con una revolverata. Michelangiolo Pomponio è invece tallonato da Bergia: prova a liberarsi del brigadiere sparandogli quattro pistolettate a bruciapelo, ma Bergia lo afferra per un braccio e tenta di stordirlo con il calcio del suo revolver scarico. Pomponio non sente niente e stavolta prende bene la mira. Ma viene raggiunto da un colpo di arma da fuoco: e stato il buon carabiniere Favan a salvare il suo superiore. Bergia è un uomo fortunato: molto spesso i suoi uomini arrivano al momento giusto. Le operazioni di Bergia nella zona non si fermano qui. Nei mesi seguenti si dedica a regolare i conti con i fiancheggiatori e finanziatori occulti della malavita, spesso si tratta di cittadini al di sopra di ogni sospetto. Ne assicura alla giustizia quarantadue. I comuni di Dogliola e Lentella gli offrono, oltre ai riconoscimenti ufficiali sostanziosi premi in denaro. Chiaffredo non è ricco, ma rifiuta, devolvendo i denari in opere di beneficenza. Tiene per sé gli encomi ufficiali e una medaglia d'oro al valor militare.

FATTI AMMAZZARE

La provincia dell'Aquila non era però del tutto liberata dalla presenza dei residui del brigantaggio. Uno dei più pericolosi era rappresentato dalla banda guidata da Croce di Tola, un vero tormento della zona di Sulmona. Anche questa volta Bari autorizzò la formazione di una squadriglia di tre carabinieri comandati da Bergia. L'azione ebbe inizio nel maggio 1871, ma Croce di Tola, favorito da numerosi manutengoli, sembrava inafferrabile. Due mesi di marce si conclusero in una capanna di pastori sul monte Pallottieri. Il tugurio si trovava al centro di una valletta rocciosa raggiungibile soltanto attraverso una stretta gola: facilmente difendibile, facilmente bloccabile. I carabinieri si erano rifugiati li in cerca di riposo. Furono svegliati dall'arrivo di due pastori terrorizzati: avevano visto aggirarsi nei dintorni persone armate. Non si sa come, ma questa volta erano stati incastrati i carabinieri. Fuori i briganti gridavano: "Bergia, esci se hai coraggio, mangiapolenta ... Esci, bello mio, che ti facciamo a pezzi". Bergia tentò di tranquillizzare i suoi uomini: "Calma ragazzi, state zitti, è una finta". Non era così: i briganti sapevano proprio che Bergia era li e aprirono il fuoco contro il rifugio. Il brigadiere mantenne la calma per una buona mezz'ora, rendendosi conto che i briganti stavano solo consumando munizioni. Ma la sera stava per scendere e restare lì dentro avrebbe significato fare la fine dei topi in trappola. Occorreva sganciarsi in fretta, tentando la sortita all'esterno, uno alla volta. Per primo uscì Bergia. "Eccolo! Sei in trappola!". Le pallottole dei briganti fischiavano intorno a Bergia. A sbalzi gli altri tre militi lo raggiunsero aprendo il fuoco contro i banditi che erano però riparati da alcuni macigni. Bisognava trovare un'altra posizione più favorevole e Bergia si mosse per primo, attirandosi addosso un'altra gragnuola di proiettili. Gli si parò davanti un brigante che gli sparò un colpo a bruciapelo senza colpirlo. Ancora una volta Bergia fu salvato dai suoi uomini che si resero conto che l'attenzione dei malviventi era concentrata unicamente sul loro comandante. Si gettarono quindi contro i banditi che, colti di sorpresa e spaventati dal coraggio dei carabinieri e scoraggiati, forse, dall'apparente invulnerabilità di Bergia, se la diedero a gambe. L'assedio era finito. Ma non la caccia. I magnifici quattro si lanciarono all'inseguimento dei banditi, tallonandoli per quasi otto chilometri, con rabbiosi scambi di fucileria. Alla fine, verso le otto di sera, il carabiniere Fragale riuscì a colpire Croce di Tela, subito abbandonato dai compagni al suo destino con un revolver in mano. Bergia si gettò all'inseguimento degli altri, facendo altri due chilometri di corsa, ma non ce la fece e i briganti si dileguarono nelle torre. A Croce di Tola bisognò amputare una gamba. Per i tre valorosi militi era pronta una medaglia d'argento: al loro capo, il 31 ottobre 1871, fu consegnata la croce di cavaliere dell'ordine militare di Savoia. In più il municipio e la cittadinanza di Scanno gli offrirono una medaglia d'oro.

SFIDA AL GUADO DELL'ORSO

Resta in circolazione un superstite, Angelo Del Guzzo. Solo, ma altamente pericoloso. La caccia di Bergia si rivela a lungo infruttuosa. Solo ai primi dell'ottobre 1871 due confidenti offrono le informazioni giuste. I due sono messi rapidamente in contatto con il brigadiere, che fa credere al Del Guzzo che nuovi accoliti desiderino formare con lui una banda. La sera del 7 ottobre, la squadriglia travestita da contadini si reca all'appuntamento con il bandito al Guado dell'Orso. In tre, lui, Fragale e Verdelli, si inoltrano nel bosco. Un lungo fischio, imitato dal brigadiere. "Vieni qua, che t'aspetto..." urla una voce dal nulla. I tre avanzano cautamente. "Ma in quanti siete? Piano, piano, venite uno alla volta! .....". Bergia avanza da solo, ma Del Guzzo non è un ingenuo e imbraccia il fucile. L'istinto del predatore e della preda fa premere ad entrambi i grilletti del fucile. Quattro colpi rimbombano quasi insieme nel silenzio del bosco secolare: due non trovano il bersaglio, due centrano il brigante. Del Guzzo riesce ugualmente a fuggire e sparisce in un burrone, Verdelli se lo trova improvvisamente davanti, butta a terra il fucile e lo afferra in una morsa. Ma Del Guzzo è un vero gigante, scaraventa a terra il milite e si prepara a finirlo. Verdelli estrae la pistola più in fretta e lo fulmina. Il primo dicembre Bergia è promosso maresciallo. E' la sua ultima impresa nella zona. Viene trasferito in località più tranquille come Torino e Milano. Ma non perde la tenacia e la grinta: riesce a salire la scala gerarchica fino al grado di capitano. Torna alla legione di Bari, forse affascinato da quella regione tanto diversa dalle sue terre. i capelli e i baffi sono ormai bianchi, lo sguardo ancora fiero: per l'epoca i suoi cinquant'anni sono una veneranda età. Una banale polmonite stronca quest'uomo coraggioso ed esemplare il 2 febbraio 1892.

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