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IL BRIGANTAGGIO E LA QUESTIONE MERIDIONALE

POVERTA' NATURALE DEL SUD

 di Giustino Fortunato

da: "La questione meridionale e la riforma tributaria" nell'opera "Il Mezzogiorno e lo Stato italiano", Firenze s.d. in "Anatomia della questione meridionale" - Editrice Le stelle, Milano,

Naturalmente povero, il Mezzogiorno, che ragioni fisiche distinguono a prima vista e rendono inferiore al resto della penisola. Guardando una carta geologica d'Italia, tutto l'Appennino, dal mare ligure al mare ionico, ha una doppia colorazione: nella ossatura mediana, di terreni calcari dell'epoca secondaria, e, sui fianchi laterali, di terreni argillosi e marnosi dell'epoca terziaria, ma, con questa differenza, che le argille e le marne, nella straordinaria loro varietà di forme, prevalgono assai più nella regione meridionale, tutta insieme contrassegnata da una speciale distribuzione demografica: lassù sono zone, quaggiù larghe plaghe che traversalmente dal Molise alle Calabrie, per esempio, e nell'interno della Sicilia, comprendono intere province, nelle quali la popolazione rurale, agglomerata in grossi centri non urbani, rifugge dall'abitare sui campi che lavora. Sono poco ubertose, senza dubbio, le vaste aree dell'Appennino Emiliano, la conca Senese, alcuni tratti delle Marche; ma, alle une serve di compenso l'ampia sottoposta valle del Po, alla seconda la Toscana, agli ultimi l'Umbria e la Romagna. Tra noi, invece, quando si eccettuino la Campania, dal Garigliano al Sele, la Terra di Bari dalla foce dell'Ofanto al porto di Brindisi, troppo densa la prima, troppo arida la seconda tra il nodo calcareo degli Abruzzi a settentrione, che è tutto un erbaio da pascolo, e la punta granitica delle Calabrie a mezzogiorno, che è un vero sfasciume pendolo sul mare, corrono immense estensioni di argille scagliose, di scisti galestrini, di marne cretose più o meno impermeabili, acconce, se pure, alle selve d'alto fusto od a' pascoli bradi, qua e là alle colture specializzate, non mai, o assai poco alle colture promiscue, intensive, causa efficiente di una fitta popolazione sparsa per le campagne. Più fortunata, certo, la Sicilia, con la duplice lussureggiante sua cornice marittima di oriente e di settentrione; ma tutta la Sardegna è in condizioni anche peggiori delle più squallide province del continente meridionale. L'antica credenza nell'alma parens dev'essere abbandonata: la dolce predizione di Virgilio, secondo cui da per tutto, in Italia, la terra avrebbe prodotto tutto, omnis feret omnia tellus, non si è avverata. Un poeta greco poteva ben dire, sette secoli prima di Cristo, che la Calabria fosse il paese più felice del mondo; oggi queste parole desterebbero il riso. Ogni nazione di Europa ha le sue piaghe sterili, le sue terre aduste: nessuna, meno la Grecia e la Spagna, in proporzioni maggiori della nostra. Mezza Italia, sacra a' terremoti ed ai vulcani, quella, appunto, che la leggenda immagina sia tutta una mirabile esibizione di un Eden che non esiste, agronomicamente val presso che nulla. Lo stesso, se non più, in quanto alla climatologia. L'Italia è racchiusa fra le isoterme annuali di 13 a 19 centigradi, disposte in modo che le tre più alte occupano il nord e il centro, le tre inferiori il sud e le isole di Sardegna e di Sicilia. Ora la sedicesima linea, quella, per l'appunto, che movendo dalla Maremma, taglia il Lazio sotto Roma e risale in cerchio alla foce del Tronto, divide la penisola in due grandi zone climatiche: la temperata e la calda; la prima, specialmente nella valle del Po, si confonde con la zona fredda dell'Europa centrale, la seconda, che ha mezza Calabria, parte della Sardegna e tutta la Sicilia fra il diciottesimo e il diciannovesimo grado, sconfina addirittura nella zona semi-tropicale. Così, dalle Alpi al mare siculo, nel mentre che molto aumenta la temperatura media e, con essa, la tensione del vapore, assai si attenuano le piogge e ringagliardisce il libeccio, che è il vento nostro dominante, apportatore di acqua soltanto sul versante tirreno; e di conseguenza, notevolmente scema - tra noi - la relativa umidità, di cui gode la penisola. Un gran bene il sole, ma quando abbia per compagna la pioggia: laddove manca l'acqua, - diceva Claudio Bernard, - manca la vita. Non pure tutto il Mezzogiorno, compreso il nevoso Abruzzo, conta ogni anno due quinti in meno di acqua caduta, ma le sue piogge coincidono quasi esclusivamente con l'inverno mentre il resto d'Italia, dove piove poco meno che in ogni stagione, e dove è ignoto il terribile flagello della siccità, ha i suoi massimi in autunno e in estate. Poche regioni contigue sono così differenti, per contrasto climaterico, come il nord e il sud della penisola italica; la triplice azione dell'atmosfera, fisica, dinamica e chimica, della quale e nella quale vive ogni vita animale e vegetale, è assai meno vantaggiosa al Mezzogiorno che all'alta e alla media Italia. Risalendo via via dalle nostre province, la coltura intensiva si accresce, e la malaria, perenne maledizione dell'Italia meridionale, - prima tra le cause della sua inferiorità, - si attenua: di là dalla Maremma il latifondo cessa, e la febbre perniciosa scompare. .. Un dualismo, insomma, riprodotto dalle più eterogenee singolarità dell'ambiente, offre all'una metà e all'altra d'Italia (separate dal Tevere, l'ultimo dei tre fiumi mercantili, secondo Plinio, della penisola) fisionomie diverse e presso che opposte, quali si ebbero dacché la nazione si iniziò nella preistoria. Il carattere geografico ha preparato, accompagnato e contraddistinto il carattere storico, formando, assai più lentamente che altrove, la patria italiana: nella penisola, ben più che in altri paesi del Mediterraneo, storia e geografia furono indissolubilmente legate, e le differenze di quella ebbero sempre un motivo in una differenza di questa. La storia del Mezzogiorno, ne' tanti ineguali suoi rapporti con la storia generale d'Italia, è inintelligibile, per poco si prescinda dalla geografia, che sola può risolvere i molti dubbi intorno a' fatti più caratteristici di casa nostra. Perché mai, - secondo quella tra le più sicure leggi storiche, che, or ora, ha magistralmente esposte Ettore Pais, - nessun popolo, venuto tra noi di su da' monti o di giù dal mare, riuscì a spandersi durevolmente in tutta la penisola, poi che nel corso di circa tremila anni nessuna invasione straniera esercitò un'azione politica duratura, sia dall'Alpi al Jonio sia dal Jonio all'Alpi; onde può dirsi che la divisione, ognora viva, tra italiani del nord e italiani del sud, ebbe sempre valore sin da quando è ricordo de' fatti nostri? Perché la colonizzazione ellenica, che la retorica ha tanto gonfiata, ebbe vita così labile nella Magna Grecia, accanto a popolazioni ancora barbare, mentre l'Etruria fioriva? perché, anche prima della conquista romana, Cartagine soleva trarre i mercenari dal Bruzio e dalla Lucania: e sotto Roma, assai più accentratrice che unificatrice, il Mezzogiorno fu sempre da meno, non solo della Cisalpina (la "contrada privilegiata" di Strabone, che le molte acque fluviali resero per tempo esuberante di produzione agricola, ed oggi, subordinatamente, industriale), ma anche della media Italia, poco e mal noto come la terra della pastorizia nomade, de' piccoli borghi montani, del latifondo; delle sommosse agrarie, dei " tratturi " per metà dell'anno impraticabili? Perché, fra il III e il IV secolo la penisola è già divisa amministrativamente in due gruppi regionali, "L'Italia annonaria", sottoposta al vicariato di Milano, "L'Italia suburbicaria", dipendente da quello di Roma; e le pie donazioni imperiali crescon tanto nelle isole e nelle province meridionali da creare alla Chiesa un patrimonio più esteso che altrove, così che più tardi le è possibile accampare diritti di sovranità su tutto il Mezzogiorno contemporaneamente al primo sorgere, nel Lazio, dello Stato pontificio? Perché, anche nel più triste medio evo, l'alta e la media Italia opposero maggior forza di resistenza economica alle invasioni barbariche; e sotto il governo de' longobardi la penisola assunse una duplice costituzione militare, vitalizia e frazionata al nord, ereditaria ed accentrata al sud: e l'unità politica venne infranta da Carlo Magno secondo una linea di confine, la quale restò invariata per dieci secoli, dopo che alle sponde del Garigliano ruppero poi sempre gli eserciti venuti d'oltre le Alpi alla conquista dell'Italia? Perché lo Stato longobardo del sud sopravvisse oscuramente autonomo per duecento anni alla signoria dei Franchi, ognora selvatico e rozzo, ognora impotente a liberarsi de' bizantini lungo le coste e de' musulmani in Sicilia: finché un pugno di avventurieri non spazzò e l'uno e gli altri, dando origine al Regno delle due Sicilie, costante vittima della forma più esosa di feudo che il mondo abbia mai conosciuta, e di quanti stranieri vollero poi possederlo e dissanguarlo, ma de' quali, come nella più remota antichità, esso non assorbì se non i soli elementi affini del Mediterraneo? Perché normanni e svevi, la cui politica mirò costantemente più all'Oriente che all'Italia, se diedero al Regno la potenza; non gli assicuraron lustro e floridezza; e il grandioso tentativo della colonizzazione angioma, nella seconda metà del secolo XIII, sparve sul nascere; e il governo aragonese naufragò nell'anarchia baronale, che ci ricondusse alla servitù; e il lungo giogo della Spagna fu immensamente più letale alle nostre che alle province lombarde? Perché l'alta e la media Italia, "l'Italia delle città", "l'Italia comunale", come la chiama Gioacchino Volpe, nelle quali più intensa si svolse l'attività mercantile, - furon sedi di un tanto maggior movimento di uomini e di idee da avere efficacia, nonché su tutta la cultura, anche nel campo religioso; e tanto più desta fu la lor vita spirituale, che, al cadere del medio evo, particolarmente in esse si sparsero le eresie e le sette ereticali? Perché lungo tutta la età moderna, dall'una e all'altra parte della penisola fu tanta, nella ripartizione della proprietà fondiaria, la differenza del medio numero de' possidenti, assai maggiore di là che di qua dal Tronto; e, quanto alla forma di locazione, il sistema della mezzeria, che fece la prosperità della Toscana, nacque e si estese dal Tevere in su, mentre il contratto di enfiteusi, che suppone la impossibilità di qualsiasi anticipazione da parte del proprietario, e che stolidamente il Codice del '63 ha poco meno che soppresso col renderlo redimibile, crebbe e si perpetuò proprio nel Mezzogiorno? Perché, negli stessi confini del Regno, sotto una stessa costituzione politica, con uno stesso ordinamento della proprietà fondiaria, Campania e Terra di Bari sul continente, Palermo e le città del Faro in Sicilia, uscendo dalla regola comune, ebbero l'allòdio ognora prevalente sul demanio, feudale o comunale che fosse; e, proprio in esse, dal 1799 al 1860, meno implacabile reagì, contro i moti politici della nuova borghesia, il ceto de' contadini: e quelle per l'appunto, furon sempre le sole oasi di relativa nostra civiltà se ricca di filosofi e di giuristi, nel campo intellettuale, povera di arte e di poesia? Perché, oggi ancora, è tanto e così vivo il contrasto, in ogni ordine della civile comunanza, fra noi e i nostri fratelli: e in tutto, oggi ancora, sussistono le due Italie, che una minoranza "lirica e tragica", non la decantata virtù di popolo, risuscitò dalle ceneri, imponendo a noi l'obbligo di ricostruirle e di rappaciarle? . Una serie non interrotta di enimmi, se non si conclude, come un giorno verrà fuori in tutta la forza e la chiarezza della verità, che massimo fattore della vita sociale del Mezzogiorno, a cui mancò sempre aria e luce di libertà - la libertà di vivere secondo le proprie forze, traendo respiro dal proprio risparmio - fu il fattore naturale; che le cause e gli effetti di esso s'intrecciarono cosi strettamente con le sorti politiche del paese, e tanto reagirono le une su le altre da non poter essere distinte con un taglio netto, ma tutte insieme furon tali da impedire la graduale trasformazione civile del suo popolo; e che, per ciò, la questione meridionale è quella, puramente e semplicemente, di un paese che dalla geografia e dalla storia fu per secoli condannato alla miseria: miseria economica e miseria morale, più triste dell'altra, da cui soltanto l'unità politica, mossa dal sentimento nazionale della comune difesa, può redimerlo, se è vero, - come fermamente io credo, - che oggi più che mai una civiltà inferiore sia meglio in grado di risorgere quanto più spontaneo è il suo contatto con una civiltà superiore, più vivo il ricambio, più forte l'impulso degli elementi di integrazione e di organizzazione sociale. L'età nostra non permette più la esistenza di piccole strutture politiche, senza che queste o corrano il pericolo di essere assorbite o vivano, come gli Stati balcanici, una vita d'inutili patimenti. Se qualche cosa l'Italia dovrà rappresentare nel mondo, ella non potrà non essere una. Spettava a noi l'assistere a un tanto avvenimento, perché solo alla nostra epoca, per ogni verso tanto più progredita d'ogni altra, l'Italia ha potuto serrarsi, riaccostarsi tutta quanta dal sud al nord, scemando la sua forma troppo lunga ed esile, facendo insomma con le strade ferrate quello che Napoleone immaginò dovesse un giorno accadere per una correzione tellurica, secondo cui Sicilia, Sardegna e Calabria risalissero a riempire e ad occupare il Tirreno. Le strade ferrate hanno esse creata l'unità geografica della patria italiana. Fra i molti ardimenti della nuova Italia per conciliare antagonismi e antitesi, nessuno più bello dell'aver profuso centinaia di milioni per estendere da un capo all'altro della penisola quelle reti di rapide comunicazioni, assai più difficili e più costose. che altrove, mediante le quali, soltanto, si è potuto avverare il magnifico sogno dell'unità politica e smentire l'infausto presagio di Adolfo Thiers, secondo cui la creazione del nuovo Regno sarebbe rimasta "artificiosa", perché "l'alta e la bassa Italia condannate a vivere, se non avverse, estranee": politicamente furono esse il maggiore dei vantaggi, e resteranno, - scrive l'Oriani, - nonostante gli errori e i difetti, una delle migliori glorie del nostro Risorgimento. Ormai non ci avanza se non di saldarne le membra, "fissando bene ", - disse un giorno alla Camera il Correnti, - "le nervature di cotesto embrione, che ancora aspetta la sua palingenesi", se vogliamo, com'è necessario volere, che la patria abbia in comune qualche altra cosa oltre la lingua, prima unità, senza dubbio, ma non di antica data, e per troppo lungo tempo sola unità dello spirito nazionale. Avanti di sognare alcuna superiorità di là dai mari, noi dobbiamo superare noi stessi dentro casa nostra; la prova più terribile è sempre in noi, nella coscienza ancora confusa, nella ignoranza che ancora si illude e ci illude... Che cosa geografia e storia c'insegnano del Mezzogiorno? Un funesto pregiudizio, che invano i tempi si affaticarono a smentire, regnò sovrano a suoi danni. Era un paese che clima e suolo, da un lato, e configurazione topografica, dall'altro, rendevano essenzialmente povero, - ed esso fu creduto e si credette eccezionalmente ricco. Tutta la sua economia si racchiudeva in un'agricoltura meramente estensiva, - e quella fu sempre più stremata da una finanza cieca e rapace, che insieme col maggiore costo della vita, mantenne alto il costo della produzione. Il suo popolo, come tutti i popoli dell'Oriente, che vivono del solo reddito agrario, si raggirava in un circolo vizioso di stenti, - e la più sordida legislazione doganale pesò ognora su di esso, non mai permettendogli di chiudere le sue annate con avanzi, che scemando il prezzo del danaro favorissero il lavoro ed accrescessero il pubblico risparmio. Gravose imposte e più gravi dazi, se appena tollerabili in regioni dove l'arte de' campi è praticata unitamente con l'industria e il commercio, sono causa inevitabile di esaurimento in quelle obbligate a sostentarsi della sola agricoltura, perché - esposte alle maggiori precarietà di fronte alle crisi dei raccolti, assai frequenti nelle zone semi-tropicali - esse non possono giovarsi di alcun altro reddito e ricadono, ogni volta, nel più duro bisogno, sempre impotenti ad accrescere il capitale circolante, sempre incapaci di elevare il grado medio di civiltà così dell'uomo individuo come dell'uomo collettivo. Perenne squilibrio tra popolazione e ricchezza, tra ricchezza e tributi: questa la formula a cui si ridusse, nel passato, la vita sociale del Mezzogiorno, squilibrio ancora enorme, ma ignoto agli altri e neppure avvertito da noi stessi, nel felice giorno del patrio riscatto... Se mai una rivoluzione politica fu intessuta di illusioni e di speranze, o eccessive o del tutto infondate, quella fu certamente la nostra. Nessuna precisa nozione del passato, nessuna vera conoscenza del presente; tutta Italia credemmo fatta ad una immagine e similitudine, e il Mezzogiorno, se mai, in condizioni di natura assai più favorevoli, che solo ingiuria e incuria di uomini avevano danneggiato: non era qui sorta, nella Magna Grecia, la prima splendida civiltà? non erano qui nate, in Palermo e nelle Puglie, al tempo di Federico II, la letteratura e l'arte nazionale? non era sempre questo l'incantato paese "dove fiorisce l'arancio"? Tutti credevano che la terra promessa, colma di tutti i doni celesti, a' quali male aveva solo corrisposto la fiacchezza degli abitanti, fosse appunto il Mezzogiorno, "troppo favorito dalla natura", secondo il Bonghi, "eccezionalmente cospicuo", a detta del Sella, "singolarmente ricco", per bocca del Depretis, "il più bello, il più fertile paese di Europa", a giudizio del Minghetti, il quale, parlando alla Camera nel giugno del '61 metteva in prima linea, tra le inesauribili occulte miniere della nostra fortuna, la nuda steppa, che è tutta un basso-fondo marino quaternario, del Tavoliere di Puglia: già prima di loro, non lo aveva forse descritto Vincenzo Cuoco, esule a Milano nel 1804, come il "più ferace suolo sotto il più dolce clima", e Pietro Colletta, presso a morte in Firenze il 1831, quale "terra ubertosa sotto cielo lascivo", e Petrucelli della Gattina, profugo a Torino nel 1849, "un paese per cui Iddio esaurì la sua opulenza di creazione..."? Bastava esserci uniti per dare alla penisola un sol corpo e un'anima sola, cancellandovi ogni difetto ed ogni inferiorità, creandola grande anche prima che forte, e forte anche prima che prospera. Chi mai avrebbe osato dire che mezza Italia, - poco difforme dalla Turchia ad essa così prossima, - fosse chiamata a viaggiare con l'altra come un vaso di terracotta accanto ad uno di ferro? che infinitamente ardui, per ciò, ci si presentassero i dati di proporzionalità e di stabilità, nell'assegnare i termini del nuovo consorzio, i mutui rapporti di produzione e di scambio, i comuni pesi, tutto quanto potesse creare un migliore progressivo accordo? che, insomma, la più alta affermazione della terza Italia e le sue sorti avvenire dovessero consistere nella resurrezione del Mezzogiorno? Grande, senza dubbio, il compito, ma non impossibile a raggiungere, perché il Mezzogiorno, se molto impari di forze alla rimanente Italia, ha pur tanto da tenerle dietro e, perché da secoli assuefatto alle più dure vigilie, forse anche da gareggiare con essa affrettando il giorno della sospirata equazione storica delle due parti della penisola, solo che arte e sapienza di governo gli assicurino, innanzi tutto, ciò che mai non ebbe dacché è memoria de' fatti umani: ossia, il pieno esercizio della scarsa, faticosa, lenta sua capacità economica. Niente di più micidiale ad esso, niente per esso di più insolvibile, quanto una politica troppo costosa, troppo sproporzionata al povero naturale suo stato. Tutto un periodo si è chiuso nella storia millenaria d'Italia, un altro è incominciato; e questo segnerà certo la restaurazione del Mezzogiorno, ma a patto che governo e paese acquistino il senso della vastità e della molteplicità del problema, e l'uno e l'altro operino, in tutto, conformemente ad esso. Più difficile del volere è il sapere, dice il proverbio; ed è legge di natura, - soggiunge il Gioberti, - che, in politica, solo al sapere sia proporzionato il potere! Non appena caddero le prime bende, parve al nord di essersi accompagnato con un corpo morto, al sud di avere troppo perduto nel far getto della sua autonomia; per molti anni quello credette di pagare esso solo per tutti, questo sospettò di essere considerato non altrimenti che una terra di conquista; superbo sino alla insolenza il primo, irrequieto e loquace il secondo. Poi le cose cambiarono alquanto: al nord fu forza riconoscere, che pure essendo più ricco, era proporzionalmente molto meno gravato, al sud, che qualunque sacrifizio valeva bene il prezzo d'entrata nel mondo della civiltà. Oggi, fortunatamente, il così detto " regionalismo" non ha più in Italia alcun carattere anti-unitario: dovunque è sempre più chiaro, che vi è conflitto, non contraddizione d'interessi, differenze, non opposizioni di eredità, di educazione, di cultura: e tutti ormai presentono che una imprescindibile fatalità alla separazione non esiste per nessuno, che alla salda coesistenza del paese importa solo una sua gran parte non sia più afflitta da atrofia, che l'unità politica può e deve significare un'alterna vicenda di utilità per tutti, e il federalismo, sia quello della Svizzera od anche quello dell'Austria-Ungheria, nessun male scemerebbe e molti beni trarrebbe via con sé. Qualsiasi attenuazione del vincolo unitario segnerebbe l'inizio della comune perdizione; né i danni della presente sperequazione contributiva, tanto nelle imposte quanto ne' dazi di confine, - di cui è strano non ancora si dolga abbastanza il Mezzogiorno, - sono irreparabili: basterà che esso, per il primo, ne abbia intera la coscienza, e reclami da ora in poi atti di giustizia, non concessioni di favore o, peggio ancora, inutile spreco di danaro.. Senza dubbio, ben altre mutazioni, ben altre conversioni dovranno avvenire nello spirito pubblico, affinché all'unità politica risponda, adeguatamente, l'unità morale della patria. Per prima e principal cosa, fra tanto, occorrerà che il giovine Stato cambi rotta nella sua politica generale, troppo dispendiosa, perché troppo grandiosa, in tutto, ed esso non ignori di avere, nella questione meridionale, il maggiore de' suoi doveri di politica interna da compiere: una questione, non certo "esclusivamente", ma certo "soprattutto" economica. Perché fino a tanto il sostrato economico di essa rimarrà quello che è, con tanta sproporzione fra il capitale produttivo e la popolazione, e sul Mezzogiorno peserà, in misura senza confronto meno equa, la doppia soma di un carico tributario enorme e di un regime doganale assai più proibitivo che protettore; fino a tanto una trasformazione sociale, oggi appena iniziata, non avrà notevolmente accresciuto il numero de' benestanti e sensibilmente diminuito quello della piccola borghesia "senz'arte nè parte", sarà vano credere, più vano sperare una profonda riscossa anche negli ordini più elevati della politica, dell'amministrazione e della morale. L'ora incalza ed è sicuramente propizia, dacché la eroica guerra, combattuta così a lungo per fugare lo spettro del fallimento, fu vinta. Perché lasciarla trascorrere senza profitto, correndo dietro alle brame più smodate, a più cupidi egoismi, in una strana confusione, in una continua agitazione delle menti? Quasi tutti i paesi di Europa, quantunque in proporzioni meno gravi che presso il nostro, ebbero dinanzi il difficile increscioso problema di una notevole disuguaglianza nella produzione della ricchezza, di una maggiore povertà e, quindi, di un minor grado di civiltà in alcuna parte del territorio, ciò che essi giustamente considerarono causa suprema di debolezza nella compagine de' propri Stati; e quasi tutti o lo risolsero o son vicini a risolverlo. Perché non dovremmo riuscirci anche noi, a forza di studio e di buona volontà? Tanto ci costa averne prima un concetto limpido e vero, una idea un po' distinta e ordinata, poi il fermo proposito di agire in conformità di essa? Perché dormicchiarvi sopra in una sterile inquietudine, e mostrare di avvedercene sol quando ci balza fuori all'improvviso, senza un disegno generale, senza un disegno ne' particolari, e noi, rabbuiandolo sempre più, solo allora lo prendiamo a futile pretesto di lotte elettorali o di contese parlamentari? L'Irlanda, nel Regno Unito, ha vissuto fin qui della sola agricoltura, con poche industrie, con pochissimi commerci; assai povero il territorio, - in cui è maggiore il salvatico che il coltivato, - analfabete e corrive al sangue le classi popolari, - dedite alle sole professioni, e corrotte le classi medie: un "paese proletario", come altri lo chiamò, condannato alla emigrazione. I suoi mali, secondo un giudizio espresso alla Camera dei Comuni dal ministro Baìfour nel 1895, si compendiavano in una triste parola: la miseria. Questa da più tempo gli Irlandesi attribuivano, in gran parte, al duro trattamento fatto loro dalle finanze del Regno Unito. Ed una Commissione parlamentare, nominata per esaminare se fossero vere le loro doglianze, non potette non concludere, nel famoso suo rapporto del 1896, che mentre l'Irlanda pagava l'undecimo de' pesi della Gran Brettagna, la sua capacità contributiva non eccedeva il ventesimo. Da allora quelli non cessarono di appellarsi alla Camera contro tanta disparità, invocando l'attenzione e le provvidenze del Governo; e nel luglio 1901 una loro mozione messa ai voti, solo per 22 voti di maggioranza su 426 votanti non ottenne la vittoria. Perché l'Inghilterra fu sorda ai loro giusti reclami, e quali fini di egoismo politico si celassero nell'ostinato rifiuto, è inutile qui dire; ma come e quanto abbia poi sempre lavorato e lavori per combattere la decadenza dell'isola con aiuti diretti, che noi, anche volendo, non potremmo neppur sognare senza cadere nel ridicolo, tutti sanno. Il Mezzogiorno, meno - grazie a Dio - il dualismo religioso e l'home rule, sta all'Italia poco più che l'Irlanda alla Gran Brettagna. Piaccia o dispiaccia, questa è la verità.

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