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IL BRIGANTAGGIO E LA QUESTIONE MERIDIONALE

IL SUD LIBERATO

 di Carlo Alianiello

da: "La conquista del Sud" Edizioni Rusconi, 1972

[] Inutile dire che, sopraggiunti i liberatori (Garibaldi, piemontesi), subito s'avverò la profezia biblica: tutti i monti saranno spianati e ogni via aperta. Per i ladroni, si capisce. Eppure questi monti davano gratuitamente o quasi, talvolta col solo rimborso a tempo, la semente necessaria agli agricoltori, davano ai bisognosi somme varie senza interesse o anche gratuite... Ma questo era paternalismo, che per i rivoluzionari d'ogni sorta significa scandalo. Che importa se il povero non mangia e va nudo, che importa se muore di stenti? In ogni modo, i patrioti si mangiarono ogni cosa. Per questo rimane ancora nel popolo delle provincie ex borboniche il motto: Garibaldi è venuto a far guerra alla povera gente. Anzi a far più grasso il "galantuomo". O non si chiamava forse "galantuomo" il nuovo re di Sardegna? E galantuomo, per il cafone ha sempre voluto dire signorotto, prepotente, padrone. "È di quella medesima razza", si dicevano i cafoni o gli zappaterra o i pacchiani, ovverossia i Caini, (come erano abituati a sentirsi chiamare dai signori in tuba e sciammerica, la quale poi sarebbe la redingote, la marsina o quel capo di vestiario che a Napoli, per via delle due falde sul sedere, chiamavano anche cafr a ddoie porte. Insomma quel re nuovo, col naso rincagnato, i baffoni e il pizzo, che erano stati sino allora il segno distintivo dei liberali, quindi dei padroni, non piaceva. Re Ferdinando non portava baffoni e non andava a donne, possibilmente villane, per le fratte, col pretesto della caccia; ma se fosse vissuto ancora una generazione avrebbe mutato quel popolo, che dal '30 al '60 non aveva mai goduto di tanta prosperità, in un complesso d'uomini dove minor furore spirasse da giurisdizionalisti, illuministi, giansenisti, unitari e simili. Intanto Ferdinando per conto suo non se n'era stato a grattarsi l'epa o a cacciar villane o nobildonne, ché anzi, negli anni dell'insidia interna ed esterna dei rivoluzionari d'ogni conio, non pensò che a tirarsi su le maniche e darsi da fare per il paese. Per sua volontà "si badò a costruire strade, che dalle 1505, quante se ne sommavano nel 1828, erano divenute nel 1855 la bellezza di 4587 miglia. E non straduzze da poco, ma quelle sole che rimanevano ancora laggiù sino a una dozzina d'anni fa". E furono l'Amalfitana, la Sorrentina, la Frentana (incominciata e non compiuta per l'improvviso sopraggiungere dell'Unità). L'ultima, nel disegno originale approvata da Ferdinando II, contava ben tre gallerie di molte miglia attraverso l'intero massiccio della Maiella e il Principato esterno. L'han fatta adesso, col ritardo di qualche decina d'anni (più di cento), ma nel Sud la gente è abituata ad attendere. "E aggiungiamo alle suddette la strada della costiera adriatica, la strada di Sora che portava a Roma, l'Appulo Sannitica che metteva in comunicazione diretta gli Abruzzi con la Capitanata, l'Aquilonia che apriva al commercio il Molise e congiungeva più brevemente il Tirreno con l'Adriatico, la Sannita che arrivava attraverso Campobasso sino a Termoli. E via via...". E lo storico continua: "In breve dal '52 al '56, che sono solo quattro anni, furono costruite 76 strade nuove, di conto regio, provinciale e comunale. Moltissimi i ponti, e fra tutti il ponte sul Garigliano, sospeso a catene di ferro, che fu il primo di questa foggia in Italia, e tra i primissimi in Europa. Eppoi le bonifiche, l'inalveazione del fiume Pelino, la colmata dei pantani del lago di Salpi, la bonifica delle paludi campane...". Non basterebbero cento pagine - il Durelli ne porta 416 - per citar bonifiche, porti, fari, scuole, arsenali, navi... (" In 30 anni, la marina a vela raddoppiata, la marina a vapore creata dal nulla, che nel 1855 contava 472 navi, per 108.543 tonnellate, più 6 piroscafi a ruota, 6913 tonnellate di barchi diversi. Nel medesimo anno, dei legni a vapore che entrarono nei porti di Francia la bandiera delle Due Sicilie teneva il primo luogo dopo l'inglese. E le scuole, i collegi nautici, le industrie. Citeremo soltanto lo stabilimento meccanico di Pietrasanta, lo stabilimento di Torre Annunziata, lo stabilimento metallurgico della Mongiana. In quel tempo, delle due uniche zone industriali d'Italia, il Piemonte e il Napoletano, il regno di Napoli era incontestabilmente il più florido, sicché, a cose fatte, si volle incamerare e portar via quel che faceva comodo, sopprimere invece quel che poteva dar noia alla concorrenza del Nord. Fu in realtà un cattivo affare, sia perché s'immiserì una zona popolatissima, sia perché i "liberatori", ignari e troppo gonfi di sogni mal sognati, mentre si credevano d'aver messo le mani su chissà quali ricchezze, non trovarono invece che gracili progetti i quali si venivano a poco a poco effettuando. Fu un disinganno che il vinto, declassato, fu poi costretto a pagare. Il "giardino d'Italia" era per tre buoni quarti una massicciata aspra e sterile di boschi, di rupi, di terreni franosi, di torrenti, sassaie infeconde, piogge contro-tempo, sole a picco e nevi alte. I conquistatori che, nella foga del predare, neppure s'erano presa la briga di consultare una pur sommaria carta geografica, si sentirono burlati, che dico? oltraggiati, al trovar ciottoli, cacio pecorino e alberi fitti o radi dove si credevano tuffar le braccia sino al gomito nell'oro. Il Regno, è vero, non è tutto eguale alla spina dorsale dei monti, vi son pure regioni fertili e prospere; ma son poche le terre pingui, il terreno attorno Napoli, la così detta Terra di Lavoro, qualche zona al margine dei mari, un po' della Puglia, un pezzetto della Calabria, la Conca d'Oro e qualche altro terreno fruttifero della Sicilia. Ecco quel che dice il noto Giustino Fortunato della Basilicata. E vero che tutto il Sud non è Basilicata, ma in molta parte le somiglia: ".. Un altopiano d'argilla assai fecondo di marruche nei saldi e di gramigne nei campi, striato a lungo da quattro enormi fiumane..." I conquistatori, dicevo, se l'ebbero a male; il guaio è che il disinganno di ignoranti ladroni l'abbiamo pagato finora noi, i liberati. []

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