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IL PRETE DON MARINO

da: http://www.geocities.com/adesold/melissano/Donmarino1.htm

Don Marino Manco era un prete coinvolto nella politica filo-sabauda contro i moti filo-Borbonici, che allora nell'intero meridione pullulavano a causa delle mancate promesse (anzi con l'aumento delle tasse, legge elettorale a suffragio ristretto...). Verso l'una di notte del 25 giugno 1863 la banda capeggiata da Venneri di Alliste e da Borsonofrio Cantoro di Melissano, entrata nel paese si divise in due gruppi. Alle due i briganti bussarono a casa di don Marino, dicendo di dover consegnare un plico urgente da parte del Sottogovernatore di Gallipoli. Il sacerdote, insospettitosi per l'insolita ora, non voleva aprire, ma vi fu costretto perchè i briganti minacciavano di sfondare la porta. Appena entrati chiesero al sacerdote mille ducati e, non avendoli ottenuti, incominciarono a "riprender il Manco che tutto dava ai Carabinieri e nulla ad essi". Passarono quindi a rovistare la casa e s'impadronirono di 170 monete da dodici carlini, di due fucili "alla fulminante", di due orologi "d'argento a cilindro uno, alla guerrigliera l'altro", di tredici camicie, di dieci fazzoletti da donna, di tre rotoli di polvere da sparo e di alcune forchette e cucchiai di ferro stagnato. Non contenti, costrinsero la perpetua e lo stesso don Marino a procurarsi altre duecento piastre, andandole a chiedere a casa di diversi conoscenti. Dopo che ebbero controllato il denaro, i banditi si recarono in piazza. Qui distrussero gli stemmi dei Savoia, che sormontavano la porta del corpo delle guardie e quelle delle gabelle, e poi si allontanarono da Melissano. Il giorno successivo don Marino Manco denunciò l'accaduto alla Giustizia Mandamentale di Casarano, dichiarando d'aver riconosciuto tra i malfattori il compaesano Borsonofrio Cantoro. Le prime indagini risultarono infruttuose e solo dopo un mese, nella notte tra il 23 e 24 luglio, una compagnia della guardia nazionale riuscì a rintracciare nel territorio di racale la banda del Venneri che, dopo uno scontro a fuoco, si diede alla fuga. Il delegato mandamentale di P.S. di Ruffano e Ugento, che guidava la colonna mobile, il mattino seguente si recò ad Alliste e perquisì l'abitazione dei familiari del Venneri, sequestrando una borsa contenente quaranta monete da dodici carlini di nuovo conio e due di vecchio. Il delegato arrestò il fratello del Venneri, Giuseppe, sospettando che quel denaro fosse la somma rubata al Manco. Nell'interrogatorio del 27 luglio nessuno andò contro il parere di Giuseppe Venneri che sosteneva che era il frutto della vendita dell'orzo, dell'avena e della paglia; neanche le persone che avevano prestato i soldi a don Marino riconobbero come proprie le monete sequestrate in casa del Venneri e solo il sacerdote dichiarò di riconoscerne alcune. Nonostante ciò Giuseppe fu trasferito dal carcere di Ugento a quello di Lecce e il fratello proclamava vendetta: la banda uscì dalla capanna con il proposito della rivolta ad Alliste contro la forza pubblica, ma si recarono a Melissano. Alcuni testimoni videro sette uomini camminare svelti e minacciosi ed alle due e un quarto di pomeriggio udirono l'esplosione di due colpi d'arma da fuoco. Otto giorni dopo fu lo stesso Quintino Venneri a riferire a Marino Cantoro: "l'Ippazio Ferrari essere stato il primo a sparare colpendo nel petto don Marino, ed egli nel veder che non era morto gli assettò un'altro colpo di fucile in faccia, per effetto del quale cadde a terra freddato. Fu quindi spogliato e sgozzato con la punta della baionetta" sostiene lo Scozzi, ma a quest'oltraggioso particolare non si fa alcun cenno nel referto dell'autopsia del cadavere.

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