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GIACINTO ALBINI

IL MAZZINI LUCANO

da: http://www.powernet.it/montemurro/personaggi/albini.htm

Una tra le tante nobili figure dislocatesi nel tempo e vergognosamente obliate da qualsiasi testo nazionale e ricordate a stento nella provincia, è quello di Giacinto Albini chiamato da Francesco Crispi il "Mazzini lucano". Primogenito del "Dr. Fisico e Cerusico D. Gaetano Albini e Donna Elisabetta Mirigigno de Napoli" venne alla luce il 24 marzo del 1821 in Napoli ove la madre si era recata a partorire. La sua famiglia originaria di Sarconi, nel 1521, a seguito del matrimonio di un appartenente (Nicola) con Aurelia, figlia del magnifico Gaspare d'Elia della Terra di Montemurro, si era ivi trasferita fissando colà la propria residenza. Il padre di Giacinto esercitava nell'abitato la professione medica ed il giovane trascorse la prima giovinezza sotto la guida di insegnanti privati, tra cui Francesco Antonio Casale, della vicina Spinoso, ingegno ed animo bizzarro, insofferente di ogni forma tirannia. Iniziati gli studi di diritto civile in Latronico presso Nicola Giacoia, nel '42 si trasferiva a Napoli dove oltre alla scuola frequentava assiduamente i circoli letterari, e in special modo il caffè Bruno, luogo di ritrovo non solo di poeti e letterati ma anche degli animi più ardenti e liberali del Mezzogiorno specie della Calabria e della Basilicata. Conseguito il diploma universitario nel 1843 e due anni dopo quello in lettere, non esercitò mai la professione di avvocato anzi, indeciso sulla via da prendere, si dedicò a verseggiare pubblicando un volumetto intitolato "Ore Poetiche", "ispirato in gran parte allo spettacolo della natura de' i suoi monti lucani". Successivamente parve tendere all'insegnamento e ne fa fede la pubblicazione di una grammatica latina. Ma altra era la strada che lo attendeva. Il 1848, l'anno delle speranze, delle illusioni e delusioni italiane, ruppe queste incertezze, indicando al giovane Albini la via da seguire. In quell'anno di proclamata libertà egli fu iniziatore e capo, nella sua terra adottiva, di un Circolo Costituzionale inteso a tutelare le franchige costituzionali. L'Albini aveva funzioni di Oratore repubblicano. Concessa la costituzione parve ai liberali aver raggiunto la massima aspirazione politica, non concependosi ancora un'idea nazionale. Ma ben presto abrogata, il governo assoluto iniziò una politica di terrore con numerosi processi contro i vari componenti dei circoli, sorti in ogni terra del Reame. Lo spergiuro Re Ferdinando, lo spargimento di sangue del 15 maggio, la uccisione del conterraneo Luigi La Vista, avevano fatto sì che gli animi liberali della Basilicata, abbandonata ogni idea di riforme, diventassero proseliti del movimento politico mazziniano. Questi tristi avvenimenti furono la molla che fece ancora di più scattare l'animo sensibile dell'Albini, facendogli abbracciare la fede di quei martiri e divenire il più audace mazziniano del mezzogiorno, teso unicamente all'unità d'Italia. Arrestato don Mario Padula, l'Albini sfuggito ai gendarmi, continuò tra mille difficoltà la sua opera di apostolato politico. A differenza di tanti rifugiati all'estero o in Piemonte, egli cominciò a vagare tra le montagne di Basilicata e di Calabria facendo propaganda con l'inculcare il sacro fuoco della riscossa e organizzando le forze. Nel 1850, sentendo la necessità di costituire un centro d'azione, fondò nel suo paese un Comitato spiccatamente repubblicano, con funzione di propagandare le nuove idee all'interno della Provincia. Sede del comitato era la casa Marra nel cui frontespizio odiernamente una lapide ricorda ai posteri i promotori. Frattanto Albini ricercato assiduamente dalla polizia borbonica a seguito dei mandati di cattura emessi dalle Corti di Napoli, Potenza e Catanzaro sotto l'imputazione di cospirazione, dovette limitare di più la propria attività. A seguito della sovrana indulgenza del 17 febbraio 1852 si trasferiva a Napoli, dove impartendo lezioni ai suoi conterranei, tra cui fu suo allievo Carmine Senise di Corleto, mantenne vivi i contatti con la Provincia. E a Napoli nel 1854 insieme a Giuseppe Fanelli, Luigi Dragone, Giovanni Matina, costituiva un Comitato Mazziniano, con la funzione di diffondere la propaganda repubblicana corrispondendo con il Mazzini, esule a Londra, tramite Nicola Fabrizi residente in Malta. A questo comitato non restava indietro quello di Montemurro, centro che per i suoi rapporti commerciali aveva contatti con tutto il Mezzogiorno. L'Albini, polo di unione tra Napoli e la sua regione irradiava l'instancabile opera di apostolo, tenendo costantemente tesi i fili dei vari subcomitati da lui creati. Questo suo lavoro instancabile di coesione, di impulso costante all'azione faceva sì che la Basilicata nel 1857 era, pronta ad insorgere, tanto che ad essa facevano assegnamento i liberali come scintilla che avrebbe dato fuoco a tutte le provincie. E proprio a questa provincia volsero i loro sguardi Mazzini e Pisacane in modo da concepire l'ardita e sfortunata spedizione di Sapri, non tenendo conto dei consigli dell'Albini che, come riporta il Bilotti (La spedizione di Sapri - da Genova a Ponza -1907) non approvò lo sbarco stabilito, anzi lo ritenne disastroso. Inoltre vedeva pericolosissima l'iniziativa della provincia di Salerno, perché in quel capoluogo erano raccolti in gran numero i regi. Difatti per le vicinanze e per i facili mezzi di comunicazione, giacché la Consolare, antica strada delle Calabrie, correva diritta al Vallo di Diano, ed una strada provinciale metteva Salerno in comunicazione immediata col Vallo di Novi, le milizie borboniche sarebbero quindi agevolmente piombate, sollecite ed improvvise. L'Albini affranto dalla triste fine dell'eroe, nei suoi versi su "Carlo Pisacane" rivela lo strazio del suo animo dovuto restare impotente di fronte all'evento. Dopo l'avventura di Sanza la reazione della polizia borbonica si fece più feroce. Mentre Fanelli e Dragone prendevano via dell'esilio, mentre Mazzini tornava alla sua "missione" da Londra, unico e solo l'Albini restava sulla breccia. Individuata frattanto Montemurro e per lei l'Albini come centro della Basilicata, questi a stento scampati agli arresti, iniziava di nuovo il suo triste peregrinare, rifugiandosi ora in questo ora in quel paese. Non solo, ma all'ira degli uomini si unì quella della natura. L'Albini che nella funesta notte del 16 dicembre 1857 aveva trovato rifugio in casa del barone Netti, rimasto sepolto per oltre 24 ore da un cumulo di macerie, a stento sopravviveva. Dopo il movimento tellurico le riunioni del Comitato cominciarono a tenersi nella casa di campagna di Luigi Marra in località Morroni, dove fin dal 1856 era stato installato un modesto laboratorio di polveri. Ma arrestato il fratello Nicola, Giacinto Albini faceva trasferire il Comitato da Montemurro a Corleto, residenza di provati liberali quali Carmine Senise, nella cui casa avevano trovato rifugio anche altri. Giacomo Racioppi che nei suoi "Moti", ha illustrato in pagine vive lo stato delle provincie del Mezzogiorno, ci riporta con abile e veritiera penna i movimenti , le ansie, gli scoraggiamenti dell'Albini, che di sé, nei momenti in cui tutto gli pareva vano, così cantava

Non so chi fui! per aspro mare il verno

Passa la nave mia colpa di oblio

Esser non vo' del ciel, né dell'inferno:

Sarà quel che sarà: Popolo, addio!

Ma i tempi erano ormai maturi. Egli che si definiva "un italo che meditando aspetta" otteneva finalmente in premio di tale "meditazione", durata ben dodici anni e che in effetti non era altro che aspirazione e cospirazione, il suo trionfo. La rete invisibile di unione tra i vari centri della Basilicata poteva dare i suoi frutti. La leggendaria epopea garibaldina iniziatasi in Sicilia fu l'occasione tanto attesa. Fra i fremiti inneggianti alla libertà Nicola Albini, che aveva ripreso la sua attività di cospiratore, amnistiato a seguito della morte di Ferdinando II (22 maggio 1859), il 10 agosto accompagnato da molti concittadini, con il petto fregiato di coccarda tricolore e con bandiera spiegata al vento con il motto "Italia e Vittorio Emanuele" si recava nella vicina Viggiano, in occasione della fiera, accolto entusiasticamente al grido di "Viva l'Italia con Vittorio Emanuele". Lo stesso giorno il fratello Giacinto, partiva da Napoli insieme ad altri compagni giungendo il 13 a Corleto Perticara. Provocate altre manifestazioni avverse ai Borboni nell'abitato di Montemurro, il giorno 15 vi si recava, finalmente alla luce del sole, accompagnato da Michele Mignona e accolto da manifestazioni entusiastiche. Il giorno dopo tra l'esultanza popolare consegnata da Giuseppe Imperatrice a Giacinto Albini la bandiera confezionata dalle figlie del Barone Netti, egli insieme ad un primo gruppo di Montemurresi, si avviava verso Corleto. Riunitasi colà la maggior parte dei volontari dei circonvicini paesi e proclamatevi l'Unità d'Italia ed il governo Provvisorio, la mattina del 18, in gran numero, con a capo Albini e Mignona, prodittatori in nome di Garibaldi, marciarono su Potenza. Dopo una piccola resistenza da parte dei gendarmi, fu anche qui proclamata la caduta dei Borboni. I sacrifici di Albini avevano finalmente un degno coronamento. Il 20 agosto Garibaldi sbarcato sulle coste calabresi, dove giunta notizia dell'insurrezione lucana se ne era seguito l'esempio, costringendo all'inazione i ventritremila soldati reali, risaliva senza spargimento di sangue la Calabria e la Basilicata. A Fortino riceveva in omaggio da Mignona la somma di seimila ducati raccolti con volontaria sottoscrizione nella regione lucana. Il Generale, incontratosi il 5 settembre con Giacinto Albini ad Auletta dove i Prodittatore si era recato ad ossequiarlo, il giorno successivo lo nominava "Governatore della Basilicata con i poteri illimitati". Lo stesso giorno (il 6) Francesco II, dietro preghiera del Ministro Liborio Romano, lasciava Napoli, che il 7 accoglieva trionfalmente Garibaldi. Con la battaglia di Volturno cessava dopo oltre un secolo la dinastia dei Borboni, fondata da Carlo III. Le espressioni del Petruccelli della Gattina nella sua "Storia della Rivoluzione Napoletana del 1848",non fece altro che mettere in risalto l'opera infaticabile dell'Albini, di colui che dal 48 al 60 organizzò e predispose quale capo e trascinatore quella che fu la rivoluzione lucana e che rese la Basilicata "provincia liberale che non aveva aspettato Garibaldi per sollevarsi". Questi sono i grandi meriti del 'Albini, purtroppo sconosciuti dalla storiografia contemporanea, meriti per i quali senza spargimento di sangue Garibaldi continuava la sua marcia trionfante; meriti per cui Cavour poteva dichiarare alle Potenze Europee che non il Piemonte voleva conquistare il Mezzogiorno, ma era lo stesso popolo meridionale che si era ribellato alla tirannide; meriti infine per i quali l'ultimo Re della dinastia borbonica veniva costretto a prendere la via dell'esilio. Tali meriti avevano riscontro nella sua persona vero esempio di perfetto gentiluomo in cui il carattere adamantino e dei più nobili, all'ingegno poderoso faceva riscontro un'anima sempre pietosa e soccorrevole alle altrui miserie, che non conobbe mai cosa fosse l'odio. Anima inoltre versata alla poesia tanto da rivelarsi poeta di forte sentire, con voci e frasi di fonte classica ragione per cui Francesco Torraca definì i suoi versi "nobili documenti di cultura e patriottismo". La rivoluzione ottenne il suo completo trionfo, ma Giacinto Albini non abusò della vittoria e dei suoi "poteri illimitati", nè, ancor di più, fece abusarne ad altri. Dimenticò tutte le ingiurie e i danni subiti per dodici anni in cui era andato fuggiasco, e pur essendo gli animi esasperati e pronti alla vendetta per le feroci persecuzioni cui erano stati sottoposti, seppe contenere tutti nei limiti della legge, iniziando l'alta opera di ricostruzione a completamento della rivoluzione. La stessa grande idealità e fede di Giacinto Albini venne messa da parte di fronte alla nuova insipienza politica e ai tornaconti personali, tanto che dopo pochi mesi egli fu sostituito nel governo della provincia. Cessate le funzioni di Governatore, l'Albini fu chiamato a capo di un ufficio nel Ministero della presidenza presso la Luogotenenza di Napoli e quando questa ebbe fine si ritirò a vita privata e, come riportò Racioppi, "nella vita privata né egli pitoccò mai alle porte del Governo del suo paese; né animo nobilissimo, parlò mai di sé, dei suoi precedenti, dei suoi diritti: egli stesso (e può ben affermarlo chi lo conobbe da presso) li aveva dimenticati". Soltanto in un secondo momento, su vive pressioni di amici, il Governo si decise ad aiutarlo economicamente, nominandolo prima Tesoriere generale nella provincia di Benevento e poi Conservatore delle ipoteche in Basilicata. Egli eletto deputato nel 1861, alle prime elezioni del Parlamento nazionale, sia nel collegio di Lagonegro che in quello di Melfi, elezione annullata in considerazione del suo ufficio retribuito, fu anche consigliere comunale di Benevento, vice sindaco di Napoli e sindaco di Montemurro (1877). La morte lo colse a Potenza l'11 marzo del 1884 tra il compianto generale. La lapide fu dettata dallo storico Senatore Giacomo Racioppi. Anche Potenza deliberò all'eroe una lapide e nel 1923, unica testimonianza a tanta gloria, Roma sul Pincio volle eternare nel marmo l'effige di colui che Giuseppe Mazzini chiamava "fratello di Patria".

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