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STORIA DELLA FORTEZZA DI CIVITELLA

a cura della Cooperativa "Progetto Fortezza e Territorio" a r.l.

da: http://www.fortezzacivitella.it/storia.htm

Civitella del Tronto sorge sul versante meridionale di una eminente sperone roccioso di travertino, all'altezza di 590 metri s.l.m.; le sue origini sono oscure, ma l'ipotesi di una sua formazione tra il IX e il X secolo è avvalorata dalla drammatica situazione che viveva l'Italia in quel periodo, malmenata a Nord dagli Ungari e a Sud dai Saraceni, per cui si rese necessario riunire le abitazioni fino allora sparse per le campagne e fortificarle con cinte murarie. Nel mondo meridionale, al quale Civitella appartiene, logorato dalle aspre lotte tra Bizantini e popolazioni locali, è quasi un gioco per gli astuti e combattivo Normanni imporre il loro dominio. Ruggiero d'Altavilla, che rappresenta l'espressione più alta della monarchia normanna, nel 1139 realizza nel Mezzogiorno il primo Stato unitario, grazie all'unificazione della Sicilia con le vecchie realtà statuali del meridione, fino al fiume Tronto. Nel 1189, morto Guglielmo Il senza eredi diretti al trono, si scatena una furiosa lotta per la successione tra Tancredi d'Altavilla, acclamato re a Palermo dai baroni e dal clero della Sicilia, e Arrigo VI, figlio di Federico 1 il Barbarossa, sostenuto dalla nobiltà e dal clero del continente. La disputa termina nel 1194 con la morte di Tancredi e, per quattro anni, Arrigo VI si divide tra la Germania e l'Italia per poi lasciare tutto improvvisamente nelle mani dei giovanissimo Federico Il che Dante rappresenta come ultima possanza dell'Impero. Si deve a lui la divisione del regno, al di qua del Faro di Messina, in nove province tra cui "I'Apruzzo" che qui non rappresenta più il teramano ma l'intera Regione, oggi chiamata Abruzzo. Gli eredi di Federico Il non incontrano il favore del Papa Innocenzo IV che rivendica per sé il diritto di successione al trono di Sicilia ma la sua autorità si scontra con quella dell'erede Svevo Corrado IV, riconosciuta in quasi tutto il Regno. Sulla scia di queste dissidenze gli Ascolani si muovono, nel 1251, contro Teramo, desiderosi di allargare il loro dominio al di là del Tronto. Nel 1255 assediano Civitella e la sua sorte non muta in completa tragedia solo grazie all'interessamento del Papa Alessandro IV. Sotto il papato dei suo successore, Urbano IV deciso oppositore di Manfredi, nella disputa fra Chiesa e Svevi viene coinvolto Carlo D'Angiò, fratello di Luigi IX re di Francia, che sconfigge nel 1266 proprio Manfredi e nel 1268 anche Corradino, l'ultimo Svevo; già nel 1265 il nuovo Papa Clemente IV incorona l'angioino re delle Sicilie - di qua e di là dei faro - con il titolo di Carlo I. Con lui inizia una dominazione che sì concluderà nel 1442; i nuovi padroni francesi, gli oltremontani, non sono meno arroganti dei Tedeschi che spesso, anzi, verranno rimpianti. Carlo 1 consolida il Regno grazie ai numerosissimi ufficiali e amministratori che lo hanno seguito in Italia, si mostra particolarmente vigile e guardingo in Abruzzo al quale, come regione di confine, destina uomini scelti per il mantenimento dell'ordine e l'attuazione delle nuove norme fiscali. Il 25 Marzo 1269 ordina l'immediata fortificazione di Civitella, posta a guardia del confine più settentrionale del suo Regno e nel 1273 nasce la Provincia di Teramo che rimarrà pressoché inalterata fino al 1927, quando la nuova Provincia di Pescara le sottrarrà tre Comuni. E nel 1282, mentre imperversano i Vespri Siciliani che porteranno l'isola sotto gli Aragonesi, resosi conto del malcontento dei sudditi (per gli onerosi dazi inflitti a merci e animali, oggetto di commercio o di semplice transito tra una località e l'altra), disciplina la materia dei Passi con una Costituzione che ne fissa numero e luogo. Nella Provincia settentrionale di,Teramo, oltre Civitella (per la precisione Villa passo di Civitella),, vengono investiti del ruolo di "passi" le località di Sant'Egidio, Controguerra, Colonnella e, Torre a Tronto. Ma le limitazioni del commercio interno del territorio regnicolo e con il vicino Stato Pontificio, sommate agli intollerabili soprusi dei custodi dei "passi", persistevano e le popolazioni di confine reagiscono con il contrabbando. Il XIV secolo si preannuncia, comunque, relativamente prospero per il teramano e Civitella, sotto Roberto d'Angiò (1309-1343), si arricchisce del nuovo Palazzo Comunale, del Convento e della Chiesa di S. Francesco (1326), della Chiesa di S. Maria degli Angeli (1330) e dei Convento e della Chiesa di S. Chiara (1338-1344). Il Regno è nuovamente dilaniato dalla guerra quando, sotto Giovanna I nipote di Roberto, il Re d'Ungheria Ludovico scende attraverso le Marche, desideroso di vendicare la sospetta morte del fratello Andrea, primo consorte della Regina angioina. Ludovico si assicura il possesso di Civitella e poi raggiunge Napoli, costringendo Giovanna a fuggire in Provenza; il dominio ungherese dura solamente quattro mesi a causa dell'ostilità del popolo meridionale e della peste e così - sul finire del 1348 - ritorna la Regina. Appena riconquistato il trono il pensiero le corre al "castello" di Civitella e al monastero delle clarisse che ivi protegge. Il Papa Urbano VI, però, nel 1381 la detronizza a favore di Carlo III del ramo di Durazzo (1381-1386) che regna per soli cinque anni con l'ulteriore responsabilità della corona di Ungheria; lascia, dunque, al giovane figlio Ladislao una terra profondamente ferita dalla guerra civile e questa difficile situazione interna induce Civitella a stringere alleanza con gli Ascolani (Lega del 1387). Sotto il governo disordinato della sorella Giovanna II, che gli subentra nel 1414, si registra un aspro dissidio fra Campli e Civitella che richiama l'attenzione persino del Papa Eugenio IV. Con il successore angioino Renato, il Regno - già vulnerabile - viene attaccato e diviso da Alfonso d'Aragona che conquista e controlla Civitella fino al 1438. Francesco Sforza, signore di Milano, si riappropria poi di questa terra e ne assicura il dominio all'angioino per cinque anni, ma oramai il dominio francese è agli sgoccioli. Infatti nel 1443 Alfonso si garantisce interamente il nuovo Regno e, dopo aver sconfitto Sforza, nel 1445 visita i confini settentrionali e ordina la trasformazione di Civitella in poderosa Piazzaforte. Il figlio Ferdinando viene alleggerito della responsabilità dei Regno di Sicilia che il Re uscente lascia al fratello Giovanni, Re di Navarra, e i rimanenti possedimenti vengono da lui visitati e valutati in vista di una probabile ed imminente guerra con la Francia. Sotto la protezione dei primogenito Alfonso, Duca di Calabria mette anche Civitella, come fedele presidio di confine; e quando nel 1494 eredita un regno in tempesta, a causa della ribellione della classe baronale, è proprio sul confine settentrionale che corre per assicurarsi la fedeltà dei locali e a far muovere in suo favore i vicini Ascolani contro l'agguerrito esercito del Re francese Carlo VIII. I successi del nemico sgomentano Alfonso che, in un estremo tentativo di rinvigorire il Regno, abdica - il 22 Gennaio 1495 - in favore del figlio Ferdinando II. Durante l'invasione francese anche Civitella ha la sua parte di morte e dolore con l'aggravante di una insurrezione civile contro gli avidi amministratori aragonesi, agevolata dalla caotica presenza nemica. La rivolta civitellese mira, ovviamente, alle mura e ai torrioni aragonesi del versante settentrionale e, mentre Ferdinando II dopo aver regnato per soli 29 giorni è costretto alla fuga, i civitellesi passano per filofrancesi. La supremazia della Francia ingelosisce gli Stati italiani che riuniti il 31 marzo nella Lega di Venezia chiamano in loro aiuto la Spagna, l'Inghilterra e l'imperatore Massimiliano I d'Asburgo e così, in poco tempo, Ferdinando II torna nella Capitale. Civitella ha, ovviamente, bisogno del perdono del Re per tornare in possesso dei privilegi passati e manda a corte i migliori ambasciatori; la sua posizione la favorisce ma i tempi sono comunque tristi con i francesi che spadroneggiavano e con la prematura morte di Ferdinando II che porta al potere lo zio Federico che, pur dimostrandosi abile e prudente, non, immagina corto il patto segreto fra Luigi XII di Francia e Ferdinando II il Cattolico di Spagna. L'obiettivo di queste due potenze è quello di spartirsi le regioni dei Reame napoletano; a un tale tradimento spagnolo Federico risponde con una resa totale alla Francia, il 25 Luglio 1501, nelle cui terre va a morire. Questo atto riapre le ostilità tra le due potenze europee; entrambi decise a non rinunciare ai possedimenti italiani, si trascinano per anni in una guerra feroce che colpisce soprattutto ,i, loro sudditi. Civitella, nel 1528, vive una replica del barbaro saccheggio fatto dai Lanzichenecchi a Roma nell'anno precedente, organizzato a loro danno dai francesi dì Francesco I ; ma la Francia nulla può contro il grande Carlo V, nipote di Ferdinando II il Cattolico e di Massimiliano I d'Asburgo, re di Spagna e Imperatore d'Austria e Germania. Solo le enormi responsabilità riescono a logorare nel tempo l'Asburgo che nel 1556 abdica in favore, di Filippo II al quale consegna la Spagna e il regno di Napoli, e del fratello Ferdinando al quale cede la corona germanica. Sotto il grande imperatore i civitellesi si fanno carico di ingenti alloggiamenti militari e partecipano numerosi, nel 1547, alla lotta contro i Luterani come volontari; tutto ciò fa guadagnare loro il titolo di "nobiles cives" (nobili cittadini) e la garanzia di conservare i privilegi fiscali ottenuti sotto gli Aragonesi. Civitella è inoltre protagonista di un'eroica resistenza ai francesi, dal 22 Aprile al 16 Maggio 1557; questo la rende necessaria agli spagnoli. La sua posizione strategica sul confine spinge Filippo II alla rapida decisione di realizzare, sui resti della Mortificazione aragonese, un'imponente fortezza che arriverà ad occupare una superficie di quasi 25.000 metri quadrati. Il progetto spagnolo si traduce in un decennio di lavoro per l'intera popolazione e in un permanente vantaggio economico assicurato dalla presenza di un'ingente guarnigione militare e delle relative famiglie. Nel 1576 la fortezza è operativa ma la condizione di lontana colonia spagnola, nella quale il reame napoletano si trovava già dal 1505 (e che conserverà fino il 1734), acuisce i vecchi problemi economici. Il malessere diventa cronico nel XVII secolo, anche sul piano politico, e lo dimostrano i moti popolari come quello di Masaniello nel Luglio dei 1647; la Spagna ne esce fortemente indebolita. Quando nel 1665 a Filippo IV succede il figlio Carlo 11, di appena quattro anni, il ramo degli Asburgo di Spagna si avvia all'estinzione; la madre del piccolo Re, Marianna d'Austria, si mostra palesemente inesperta e il suo debole governo aggrava gli enormi problemi della Spagna. A soffiarne di più sono i sudditi dei vicereame napoletano che, oramai abbandonati a se stessi, sono flagellati da carestie e epidemie e terrorizzati da un banditismo dilagante. Carlo II muore senza eredi nel 1700 e - per testamento - gli succede Filippo di Borbone, Duca d'Angiò, con il nome di Filippo V; la sua nomina scatena in Europa un'aspra guerra di successione con l'Austria. Il Trattato di Utrecht (1713) riconosce la corona di Spagna a Filippo V e lascia il Regno di Napoli agli Austriaci che lo occupano già dal 1707. Così, fino al 1734, la fortezza di Civitella, come quella di Pescara e dell'Aquila, è un presidio dell'esercito austriaco- in questo periodo vengono revocati molti privilegi fiscali e, di contro, viene imposto l'onere di vettovagliare le forze militari che vi stanziano e si registra - inoltre - un calo demografico di quasi un terzo dei residenti. Nel 1733 Filippo V approfitta della guerra tra la Francia e l'Austria per riportare il suo esercito nel napoletano, il 14 Maggio del 1734 il figlio Carlo viene dichiarato Re di Napoli con il nome di Carlo VII. Le truppe austriache lasciano Civitella il 16 Agosto, dopo un feroce assedio durato fino al 4 Agosto; inizia così la dominazione borbonica che verrà interrotta prima dalla Repubblica Partenopea (23 Gennaio - 13 Giugno 1799) e poi dalla seconda occupazione napoleonica (1806 - 1815). Per ciò che interessa Civitella nel Dicembre del 1798 cade con disonore in mano francese, mentre l'assedio che si conclude il 22 Maggio del 1806 è un trionfo di coraggio e fedeltà militare, a partire dal Governatore militare, l'irlandese Matteo Wade. Sul trono napoletano si succedono Ferdinando IV (chiamato Ferdinando I dopo il Congresso dì Vienna), Francesco I e Ferdinando II sotto il quale gli ideali della rivoluzione francese danno vita alla prima guerra d'indipendenza (1848 - 1849). Il malcontento popolare acquista toni politici e si prepara il terreno per il compimento dell'unità d'Italia; nel 1859 Francesco Il eredita un Regno che ha oramai i giorni contati. L'esercito di Vittorio Emanuele Il di Savoia stringe d'assedio Civitella dal 26 Ottobre 1860 al 20 Marzo 1961 e la sua testarda resistenza al corso della storia la rende l'ultima roccaforte borbonica a piegarsi all'invasore piemontese. La resa per Civitella si trasforma in un metodico smantellamento della fortezza grazie ad un bombardamento a freddo, con l'intento dì spegnere il fuoco della resistenza filoborbonica. Ma sul piano generale della storia unitaria il Regno di Francesco II finisce il 13 Febbraio con la caduta di Gaeta; la resa viene suggellata il 17 Marzo con la proclamazione in Parlamento, a Torino, dei regno d'Italia. Perciò quando cade Civitella, il 20 Marzo, l'evento non acquista grande rilevanza storica; per i civitellesi è sicuramente l'inizio di un declino economico che li costringerà ad emigrare, trasformando una nobile Città in un anonimo paese della Provincia di Teramo.

L'Assedio del 1557

Nel 1557 ancora una volta - durante le guerre quarantennali tra Francia e Spagna - truppe francesi tornano ad operare nel teramano. Nel Conclave del 23 maggio 1555 è elevato al tronto Pontificio il cardinale napoletano Giampietro Carafa, col nome di Paolo IV. Primo suo pensiero è quello di accostarsi alla Francia, stipulando con Enrico Il un'alleanza contro Filippo II di Spagna, il quale viene dichiarato decaduto dal Regno di Napoli. Risultato immediato di tale politica è lo scoppio delle ostilità, o meglio, l'estendersi della guerra che già da molto tempo divampa tra Francia e Spagna. In aiuto dei Papa vie- ne in Italia il Duca di Guisa, a capo di un valido esercizio, con l'intento di occupare il vicereame napoletano. Ma, nonostante gli sia stata prospettata come cosa facile, l'occupazione riesce impossibile alle forze franco-pontificie, perché da Civitella viene opposta una tale strenua resistenza che induce il Maresciallo di Francia a ricalcare le sue orme, battendo in ritirata. Il Duca d'Alba, Viceré di Napoli, conosciuti i disegni del nemico, ordina al governatore degli Abruzzi, Marchese di Trivico, di fortificare i posti verso la frontiera, ritenuti più atti alla difesa. Il governatore sceglie Chieti, Pescara, Atri e Civitella. Cure particolari rivolte a Civitella, come fortezza più prossima al confine. Mura in cinta, bastioni, ripari sono con intenso lavoro, di giorno e di notte, apprestati per la difesa. Poi, lasciato con adeguato presidio il comando della rocca al giovane figlio Goffredo, che presto è raggiunto dal conte di Santafiora, il marchese di Trivico moltiplica le sue energie percorrendo tutto l'Abruzzo. Il nemico si limita dapprima a lanciare scorrerie al fine li fiaccare le prime resistenze ed incutere terrore per facilitare poi l'avanzata al grosso dell'esercito. Solo il 22 aprile ha inizio l'assedio regolare del forte, diretto personalmente dal Duca di Guisa, che vi perviene due giorni dopo con Antonio Carafa, marchese di Montorio al Vomano. Infiniti gli atti di valore, singoli e a gruppi, compiuti dai Civitellesi durante questo memorabile assedio. Un giorno immensi clamori di gioia si levano fra i Francesi perché le piogge hanno fatto crollare un pezzo di muraglia, ma il Santafiora, per nulla sgomentato, anzi, come colui che di fronte al pericolo acquista maggiore calma e serenità d'azione, ordina ad alcuni soldati di uscire a cercare delle fascine per tamponare la falla. Durante quella sortita, n uno scontro cadono otto guasconi, molti rimangono feriti, uno dei quali muore. Di notte si attende a rifare ciò che a pioggia e il fuoco hanno distrutto durante il giorno. Un altro giorno un robusto soldato francese, fattosi sotto mura, con sprezzante orgoglio, lancia la sfida a chiunque si voglia misurare con lui a corpo a corpo. Non rispondendogli nessuno accusa gli assediati di codardia e di viltà. Allora un giovane soldato leccese, redarguiti i compagni che tollerano tali insulti, si precipita giù dal bastione, raggiunge lo spavaldo che fugge, uccidendolo e spogliandolo delle armi. Non meno eroico il contegno dei civili e delle donne. Molte delle quali lavorano a fianco dei combattenti e "di buon rado travagliano alle riparazioni, trasportando i materiali. Le medesime, perché i mariti non si partissero dalle mura dilette, si occupavano a cuocere e a portare vivande all'esercito e ai cittadini che attendevano alla difesa della cinta. Anzi varie di esse, o per mostrare che vi fosse maggior numero di fanti, postesi sul capo un morione, davano di piglio ad una picca, ad un archibugio, o ad altra dove le cannonate nemiche ne avessero tolta qualcuna di mezzo, non perciò a guisa di timide femminucce empivano l'aria di pianti, di rumori, di schiamazzi e di grida, bensì ristrette virilmente insieme attendevano all'opera loro, e a foggia di nuove Pantesilee andavano a ricoprire il posto di chi testè era caduta infranta al suolo". Dal 1 al 16 maggio l'assedio assume aspetti più violenti. Il Duca di Guisa, posti gli alloggiamenti, nel convento di S. Maria dei Lumi, ordina un fuoco micidiale, incessante, che martella le difese nemiche ad oriente e a mezzogiorno: ad occidente è inutile forzare, perché la rocca da quella parte è imprendibile per la selvaggia natura della roccia che scende a picco. Dopo incalzanti attacchi i gallo-pontifici riescono a spezzare in due punti la muraglia di difesa orientale e a lanciare due batterie d'assalto per tentare la scalata, ma le piogge interminabili rendono il terreno così viscido da impedire l'avanzata. Si narra che il maresciallo, sdegnato per la pioggia danneggiava i suoi e riforniva di acqua gli assediati, gradisse che anche Dio si era fatto spagnolo. Inferocito sferra un attacco verso Sud-Ovest, a porta di Vena, mediante due ingegnose macchine da guerra, dette gatti, che servono a proteggere i soldati avanzanti dalle armi e dai macigni rotolati dall'alto della fortezza. Ma una compagnia civitellese, comandata dal capitano Tullio, e due altre compagnie dei capitani A Lecce e Virgilio Florio da Lanciano sbarrarono la porta con impetuosa resistenza, facendo fronte ai duemila archibugeri, mentre i cittadini dall'alto della rocca tagliano le funi con le quali avevano legato all'estremità di un palo due possenti macine di mulino, facendole precipitare sopra i gatti. Più di duecento i morti ed altrettanto i feriti. I rimanenti esterrefatti fuggono lasciando tra le macerie un tal di Cupigni, che, richiamata l'attenzione con le grida per una gamba sfracellata, è raccolto e cavallerescamente assistito: viene anche permesso ad un chirurgo francese di entrare al forte per curarlo. Dopo questo secondo insuccesso, umiliato per non riuscire ad espugnare la prima fortezza incontrata alle porte del regno, vuole compiere un ultimo tentativo, scatenando un fuoco infernale, violentissimo, per effetto del quale un vasto tratto di muraglia precipita fragorosamente nella valle. Là dove sembrava più accessibile lancia alla conquista della rocca parecchia centinaia di archibugieri, protetti, questa volta, da balle di lana; ma anche questo estremo tentativo fallisce per l'immediata reazione degli assediati, che i vestono gli assalitori col fuoco dei due cannoni disponibili e con una tremenda tempesta di macigni, rotolati abilmente su di loro. Fallito ogni tentativo di espugnare Civitella con la forza delle armi, è introdotto nel forte ad annunziare che il Duca d'Alba è stato sconfitto presso Giulianova dalla cavalleria di Sipiero e volto a precipitosa fuga, e che, quindi, ogni ulteriore resistenza era inutile spreco di energie e di tempo. Il colpo va a vuoto perché i Civitellesi non si lasciano ingannare e resistono fino alla vittoria. Bene a ragione poteva scrivere il Pecci nelle Memorie di Siena che quanto campeggiava infelicemente il Duca di Guisa nell'Abruzzo tanto felicemente nel Lazio amministrava le guerre il Duca di Paliano". In vista dell'irriducibile resistenza incontrata e dell'avanzarsi dell'esercizio nemico agli ordini dello stesso Viceré, il Duca di Guisa ordina la ritirata verso Ancona. Era il 16 maggio 1557. Ricorreva la festa di S. Ubaldo e i Civitellesi lo proclamano loro protettore in luogo di S. Lorenzo. Meno di mille italiani (gli assediati erano tutti italiani come i tredici di Ettore Fieramosca nella disfida di Barletta) avevano arditamente resistito a più di diecimila Francesi guidati dall'abile difensore di Metz futuro espugnatore di Calais. Il valore dei Civitellesi trova un alto riconoscimento in una nobile lettera di Filippo II. Il governatore Giovanni de La Vega rende omaggio alla gloria di Civitella con una iscrizione apposta nel 1558 in Piazza e ricollocata il 20 maggio 1926 nell'atrio del Palazzo comunale, essendo stata spezzata dai Francesi nel 1806. Anche la musa dei poeta latino civitellese, Filippi Pepe, trae ispirazione dal ricordo dell'epica resistenza degli avi. Molti benefici che derivano da quell'assedio ai Civitellesi. La maggior parte degli edifici restaurati a spese dell'erario e tutti i cittadini esentati dal pagamento delle tasse per 40 anni: privilegio, questo, estensibile a chiunque forestiero avesse sposato e sposasse una civitellese. Nel 1559 Filippo II, ricevendo a Gand, in Fiandra, Cesare Graziani, oratore dell'Università di Civitella, non solo gli conferma tutti i privilegi concessi dal Duca d'Alba, ma vi aggiunge quello per un'annua fiera franca, unicamente ad alcuni privilegi per sé e per i suoi figli. Ma il maggior vantaggio, come annota il Palma, è quello di aver richiamato su Civitella l'attenzione del governo di Filippo II, il quale, apprezzandone la posizione sul confine del regno e la singolare situazione sopra un enorme ed alto masso di pietra, decide di farne una rinnovata formidabile piazzaforte. Sull'altura che signoreggia l'abitato fa costruire il grande castello, le cui solidissime opere sono rimaste ben distinte dalle varie aggiunte di epoche posteriori.

L'Assedio del 1806

Occupazione francese del 1798 e del 1806

Il governo di Napoli - come di ogni altro stato della penisola e d'Europa - avverte ormai chiaramente che la Francia, dietro il messaggio di libertà ai popoli, mal nasconde i propositi di aggressione e di conquista. Dispone, in conseguenza, apprestamenti di difesa. Per l'Abruzzo, un esercito di 16.000 uomini, al comando del generale Alberto Micheroux, prende posizioni dislocandosi ad Aquila, a Tagliacozzo e sul Tronto. Il Micheroux con 10.800 soldati, portandosi sui confini del regno, guarda il Tronto, e' il 26 novembre 1798 caccia da Ascoli i Francesi, inseguendoli fino a Fermo. Ma, sopraffatto a Palma, batte in ritirata. E' l'inizio del cedimento. Il 14 dicembre i Francesi investono la fortezza di Civitella la quale si arrende ingloriosamente, senza opporre resistenza. Comandante della fortezza uno spagnolo, Giovanni Lacombe, il quale, scrive il De Jacobis "aveva consegnato le chiavi. ai Francesi senza far sapere nulla, senza sparare un botto, quieto, pervenne in Teramo e se ne parti per Pescara, con tutti l'officiali della fortezza caduta senza verun rossore che la gente paesana li volevano lapidare, se non erano lesti a partire". A questa pagina di codardìa ne segue una splendida e gloriosa nel 1806, con una resistenza eroica che sa di leggendario. Sono di nuovo i francesi ad investire il forte di Civitella, tornata ai Borboni. Ma, in luogo del pavido Lacombe vi è Matteo Wade, di origine irlandese, magnificamente sostenuto dall'intrepido capitano civitellese Vasches, che è l'anima di quell'episodio veramente eroico, così descritto da Pompeo Falcone: " I francesi iniziarono un bombardamento terribile, che smantellò le opere della fortezza, cui vennero presto a mancare le munizioni. Ma, visto impossibile l'investimento e dal vigore delle sortite ritenendo di gran lunga maggiore del vero il numero dei difensori, decisero il blocco e di prendere per fame quegli eroi. Quando il rallentare del fuoco dell'artiglieria del forte ebbe fatto intendere che si era prossimi alla fine, si tentò una manovra con piccole colonne mobilissime. L'azione fu affidata al ,reggimento Latour d'Auvergne, gemmna della Grande Armata, quello che portava in testa alle sue bandiere il cuore di "primo granatiere di Francia". 1 francesi riuscirono a invadere il borgo, e si sbandarono al saccheggio, credendo forse morti tutti quelli del forte: ma il Wade, disceso con un pugno di prodi, li ricacciò con sanguinoso attacco all'arma bianca, inseguendoli sin presso al loro campo, e uccidendo- ne lo stesso colonnello, il cui cadavere, cavallerescamente restituito ai nemici, fu sepolto a grand'onore. Si riprese allora dagli assedianti l'idea di aprire una breccia. Il momento era terribile: il comandante lasciò uscire alla spicciolata tutte le bocche inutili, disposto a morire sotto le macerie del forte. Ma a tanto non reggeva l'animo dei più: le diserzioni divennero sempre più numerose e alla metà di maggio poco più di quaranta uomini rimanevano al suo comando. Il 21 maggio i Francesi riprendevano e saccheggiavano la città: tra i morti fu il nobile Vasches, vitti- ma di amor di patria. Finalmente, contro il parere disperato del Wade prevalse il consiglio dei più, e si trattò la capitolazione. Il Frégéville promise onori militari, armi e bagagli e libertà di raggiungere l'esercito in Sicilia: ma, quando, fattosi sotto le mura per definire le trattative, ebbe visto che aveva da fare con un pugno di disperati, e non con le ingenti forze che credeva, concesse solo gli onori militari. Così finalmente, dopo una resistenza leggendaria di quattro mesi, usciva dal forte un piccolo drappello di trenta uomini fieri e malconci, con alla testa il comandante e la bandiera. Si dice che quegli animosi, non avendo il cuore di consegnare il tanto conteso vessillo lo facessero rendere da un ufficiale rimasto cieco nella zuffa. Gesta, che se non ebbe i grandi risultati e la risonanza della difesa delle Termopili, dimostrò ai veterani di Francia che " l'antico valore - negli italici cor - non era ancor morto". Nel 1819, a ricordo della eroica guarnigione, è murata nella porta principale della città una lapide (ora nell'atrio comunale) dettata dal latinista Carelli e innalzato al Wade un monumento in marmo, iniziato dallo scultore Tacca è Carrara e condotto a termine dal discepolo Tito Angelini d Napoli. Inizialmente il monumento era stato collocato al l'interno del forte, nel piazzale detto del cavaliere, dove s scorgono ancora oggi i resti della sua base. Così nel 1861 il generale Mezzacapo lo descriverà in una lettera al generale Fanti: "Il monumento venne fatto erigere da Francesco I alla memoria del generale Wade per la gloriosa difesa fatta dal medesimo nel 1806. Esso è a forma di tempietto in marmo bianco sorgenti sopra un largo basamento con tre scalini su cui si elevano due colonne d'ordine toscano, corrispondenti a due lesene ed è coperto da una semplice trabeazione ornata di frontone. Sotto la volta e in bassorilievo vi è raffigurata una fam2 che addita il ritratto del generale Wade contenuto in un medaglione. Al piede del bassorilievo avvi un simulato sarcofago avente ad ogni lato 'un leone dormiente. In fronte vi sta scritto il motto: Francesco I al prode Wade. Le dimensioni approssimative sono le seguenti: 3 metri di lunghezza e 3 di altezza e 1 metro e mezzo di profondità. Il lavoro viene attribuito al Canova. Ho dato ordini opportuni perché il tra- sporto venga effettuato prontamente e con tutte le cautele possibili ad Ancona". Per interessamento del Comune la parte centrale del monumento è restituita a Civitella e collocata di fronte al palazzo de' Termes, in posizione trasversale, a ridosso di un modesto edificio che insisteva su parte dell'attuale piazza Rosati('). Con la demolizione dell'edificio il monumento.è stato trasferito di pochi metri e addossato al palazzo de' Termes.

L'Assedio del 1860-1861

Il governo borbonico aveva contato molto sulle possibilità di difesa di Civitella del Tronto e per la natura quasi imprendibile della sua fortezza e per l'apporto dei suoi abitanti Sì, Civitella resisterà anche questa volta, ma non per volontà di popolo ormai stanco e deluso dai Borboni, bensì per irrazionale fanatismo di pochi che - esautorato il comandante - si sono asserragliati nel forte, respingendo ogni ragionevole invito di resa, fino a quando il 20 marzo 1861 si giunge all'epilogo per l'inesorabile incalzare degli eventi. Alla notizia che Garibaldi da Marsala avanza decisamente verso la capitale del regno, vengono concentrati a Teramo, dai vari centri della provincia, 300 gendarmi. Avendo ciò fortemente indignato i patrioti teramani, ne viene ordinato il trasferimento al forte di Civitella, dove l'accoglienza è tutt'altro che favorevole. Aveva ben ragione anche Civitella di indignarsene. Sarà, infatti, soprattutto opera loro la resistenza ad oltranza del forte. Con i 300 gendarmi era andato a Civitella il capitano Giuseppe Giovine, uomo astuto e discretamente colto, il quale accentra subito nelle sue mani ogni potere, lasciando solo apparentemente il comando al maggiore Luigi Ascione. A capo della polizia viene posto un sottoufficiale della gendarmeria, Angelo Messinelli, che poi sarà il capo della resistenza ad oltranza. Civitella è sottoposta ad un regime di terrore. Ma ciò non ostante il 23 settembre 1860, il Decurionato, riunitosi sotto la presidenza di Francesco Attorre, secondo eletto, facente funzione da Sindaco, adotta questa coraggiosa deliberazione: "L'anno 1860, il 23 settembre, non ostante lo stato d'assedio, onde i sostenitori della borbonica tirannide, dal giorno 9 corrente mese non cessava di opprimere gli abitanti di questo capoluogo e dell'intero comune, il secondo eletto, in assenza del Sindaco, interprete dell'opinione generale intorno alla bene augurata ricostituzione dell'italiana famiglia, ha convocati nella solita sala di deliberazione i decurioni e tutti gli impiegati comunali, e li ha invitati a riconoscere legittimamente e sottomettersi al glorioso governo di Vittorio Emanuele con la dittatura del Gran generale Garibaldi". I padroni del forte non solo angariano Civitella, ma anche i paesi vicini. Campli il 23 ottobre subisce un saccheggio ferocissimo. A capo dei gendarmi e dei briganti ci sono il capitano Giovine, il sergente Messinelli, padre Zilli, detto Campotosto dal suo paese d'origine, e Zopito di Bonaventura, capo brigante, detto Zopinone. Nell'intento di stroncare la resistenza il governo di Torino dispone che Civitella venga cinta d'assedio, con la ragionevole speranza che entro breve tempo avrebbe scelto la via della resa. Purtroppo non è così. All'assedio dimostrativo deve far seguito una normale azione di guerra. Molti battaglioni di fanteria e molte compagnie di bersaglieri e di artigliera impiegati senza esito dal generale Pinelli. Il generale Mezzacapo, successo al Pinelli, il 18 gennaio informa il comando del forte che Gaeta si è arresa il giorno 13 e che Francesco II ha lasciato il regno: quindi ogni ulteriore resistenza sarebbe stata inutile e vana. Rimasto inascoltato anche questo appello, Mezzacapo decide di sferrare un serrato attacco contro gli assediati, ostinatamente irriducibili. Schierate le artiglierie sulle colline circostanti, il fuoco è aperto la mattina del 24 febbraio e dura vigoroso per tutta la giornata. All'alba del giorno successivo i bersaglieri tentano di scalare le mura, ma non vi riescono perché gli assediati, favoriti dalla singolare posizione di difesa, li respingono con baldanzoso accanimento. Citiamo il Pittaluga: "il generale Mezzacapo pensa di far aprire una trincea fin sotto la piazza, onde collocare in vicinanza di Porta Napoli una batteria per breccia". Da Ancona veniva perciò avviata sotto Civitella una altra compagnia del 2 reggimento zappatori: la 12 a che giungeva il 3 marzo al convento di S. Maria dei Lumi, quando la trincea misurava già una lunghezza di circa 100 metri. Le due compagnie zappatori, rinforzate da alcuni fanti, con un'opera assidua di 6 ore di giorno e 4 di notte, condussero tanto, alacremente i lavori di trincea che quando il 16 marzo, dopo un bombardamento di due giorni, furono iniziate le trattative coi difensori della piazza, la testa della trincea non distava più di 250 metri dalle mura. Le trattative vennero iniziate per l'intervento di una commissione di ufficiali che la sera del 14 marzo (giorno di festa nel campo, ricorrendo il genetliaco di S. M. Vittorio Emanuele II) si fece annunziare in Ponzano al generale Mezzacapo. Detta commissione composta dal generale borbonico Della Rocca, di due ufficiali dei cacciatori, dei quali un figlio del generale, e di un capitano dello Stato Maggiore francese, veniva da Roma inviata da Francesco II coll'incarico di consigliare la resa alla guarnigione di Civitella. Non ostante l'arrivo della commissione le artigliere assedianti continuarono a tuonare gagliardamente fino a tarda notte del giorno 14. Nel successivo 15 il fuoco veniva ripreso all'alba e continuato, con brevi interruzioni, fino alle tre pomeridiane dei giorno 16. Fu in quest'opera che fu spiegata bandiera bianca da ambo le parti e che venne dato ai parlamentari di abboccarsi. Si convenne che il generale Della Rocca sarebbe stato ammesso in Civitella per comunicare le istruzioni di Francesco II alla condizione però che fosse salito sulle mura col mezzo di una scala a pioli. Aderì il generale e, dopo essersi trattenuto in Civitella più di quattro ore, tornò al quartiere generale, assicurando che aveva persuaso la guarnigione alla resa nel dì successivo. Il mattino del 17 marzo, quando la resa era già calcolata come un fatto certo, e quando non si aspettava altro che le porte della città venissero aperte, si vide calare con una corda dalle mura un monello (1) che, giunto a terra, presentò ad un ufficiale un biglietto, senza firma e senza indirizzo, sul quale era scritto: " Non vi avanzate perché sarete respinti a cannonate" (2). Nel forte intanto qualche cosa è cambiata. Il maggiore Ascione, vista ormai l'inutilità della resistenza, si è messo da parte tra l'indignazione degli intransigenti capeggiati dal Messinelli, e attende l'esito degli eventi. Il capitano Giovine, fin dal 18 febbraio, fatti i suoi calcoli, clandestinamente, è riuscito a fuggire dal forte all'insaputa del Messinelli, e a presentarsi al comando degli assedianti di stanza a Ponzano. Messinelli, rimasto incontrastatamente solo ad imporre la sua volontà, smentisce la notizia della resa di Gaeta e mostra un falso brevetto di Francesco II che lo promuove al grado di 2' tenente, onde consolidare la sua autorità. Perseguita chiunque mostri in qualche modo di favori- re la resa. Ma giunge il fatale 20 marzo 1861. Al mattino, com'era solito, scende in città. Però grande è la sua indignazione quando nel rientrare trova l'ingresso del forte sbarrato. La sentinella e il corpo di guardia stanchi e ansiosi di arrendersi, compiono il gesto audace. E' il segnale della ribellione. Le sparute opposizioni alla resa sono facilmente infrante da quella stessa insubordinazione che da qualche tempo è norma di vita nel forte. Negli spalti più elevati del castello è issato il bianco segnale della resa. Un grido che fa eco nelle valli invita gli avamposti dei Nazionali ad avanzare. Sulle punte delle baionette si agita- no senza posa e in misura sempre crescente pezze di panno bianco: asciugamani, camicie, fazzoletti. Tutto in quel momento è buono per manifestare un sentimento lungamente represso. Diffusasi nel campo assediante l'inattesa notizia, una compagnia di bersaglieri si lancia in avanti, scalando le mura, e, al grido di Viva Vittorio Emanule, Re d'Italia, occupa la rocca. Seguono subito gli artiglieri. In breve il numero degli assedianti supera quello degli assediati. In tutto il forte vi è un'animazione insolita, fatta di trepidazione e di gioia, di terrore e di vittoria. Messinelli, arrestato dai bersaglieri, è posto sotto sorveglianza in attesa di giudizio. Intanto parte degli assedianti si incarica di disarmare il presidio e parte di scendere in città per arrestare i resistenti che sono fuori del forte. Il generale Luigi Mezzacapo, dopo essere entrato anche lui a Civitella e salito con solennità sulla fortezza, comunica a Cavour, Presidente del Consiglio: " Dopo quattro giorni di fuoco vivissimo la Piazza di Civitella del Tronto si è arresa". E Cavour alle rappresentanze diplomatiche di Parigi e di Londra, perché ne informino i rispettivi governi: "Aprés quatre jours d'un feu trés vif, la place de Civitella del Tronto s'est rendue au général Mezzacapo". Nello stesso giorno del 20 marzo è catturato Zopito di Bonaventura e messo in carcere con Messinelli. Il giorno successivo un Consiglio di guerra li condanna entrambi per direttissimo alla fucilazione. Zopito cerca di tenere un contegno, mentre Messineili si abbandona al pianto e chiede invano al colonnello Pallavicini di essere perdonato. Il 24 anche Padre Zilli è arrestato e fucilato il 3 aprile nello stesso luogo in cui erano stati giustiziati gli altri due animatori della ormai inutile resistenza, perché - scrive il Rosati - di essi partigiano. Scende così il sipario della storia militare sull'ultima forteza del regno borbonico, dopo la capitolazione di Gaeta, il 13 febbraio e la caduta di Messina, il 12 marzo

(1) Era un ragazzo soprannominato Pirro, figlio del sarto De Amicis, noto con il nome di Liccitto. Il ragazzo è ben rimunerato dal Comandante e dallo stesso generale Della Rocca, che ancora si trova nel quartiere generale nazionale.
(2) Capitano Vittorio Pittaluga. Rivista militare italiana 1896.

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