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 IL BRIGANTAGGIO NELLA LETTERATURA

di Raffaele NIGRO

 

La figura del brigante quale ci viene consegnata dalla fantasia popolare si veste spesso di mito. Il brigante è un uomo proveniente da classi sociali disagiate, costretto a darsi alla macchia per rispondere a una qualche violenza subita e a farsi giustizia da sé laddove le leggi non si mostrano eque. Questa immagine eroica nasce in età romantica, con Washington Irving, George Byron, Walter Scott, ma pare già diffusa tra cantastorie e poeti dell’improvviso e convince comunque narratori colti a raccontare figure leggendarie provenienti a volte da famiglie aristocratiche che hanno subito violenze o hanno abbracciato una qualche causa politica come Robin Hood, la Primula Rossa, Fra Diavolo, Il Passatore, Zorro, i tanti corsari della marineria anglo olandese. E’ il tempo a trasformare in leggenda i fatti di cronaca, mano a mano che si decantano gli avvenimenti e muoiono gli spettatori diretti dei fatti. Ma proprio una diversa impostazione del mito ha ingenerato una divisione tra figure del brigantaggio romantico e figure del brigantaggio postunitario. Gli occhi del popolo tendono a vedere in quelli che precedono l’Unità dei difensori degli umili e degli avversari dichiarati delle classi benestanti. Ma le loro figure vengono utilizzate con doppia funzione, per esaltazione sociale (e penso ai personaggi appena citati) e quali esempi di devianza, modelli da non ricalcare e da fuggire in quanto negativi. La tipologia narrativa dei cantari briganteschi vede in principio un’onta subita e la costruzione di una trama di eventi finalizzata alla vendetta. Per realizzare la vendetta infatti il futuro brigante esce dalle regole del vivere civile e cade in una serie di efferatezze. La violenza esercitata è al tempo stesso un climax e una sorta di catarsi per il lettore, in quanto più è efferata, più lenisce il dolore dello schiaffo patito. Una sorta di nemesi storica, una rivalsa sociale e psicologica nella quale il lettore si sente soggetto e attore, in un continuo transfert con colui del quale si raccontano le gesta. Contemporaneamente però mano a mano che si accumulano sulla testa dell’eroe i capi d’accusa aumenta il senso della stortura della vita e il climax della vicenda, l’acme della tensione, tende a comprimere il lettore o l’ascoltatore, con la situazione di non ritorno che si crea, ne mortifica lo spirito e lo carica di pietà. A chiudere la storia c’è l’uccisione del nemico giurato che fa da anticlimax, nel senso che produce uno sgonfiamento della tensione. Il brigante fugge oltre i confini della propria terra e trova rifugio in un posto sicuro oppure viene catturato e affidato alle patrie galere o ucciso. Accade talvolta e lo testimoniano molti canti religiosi narrativi, che intervenga un santo o la Madonna a portare l’uomo sulla strada della redenzione. La catarsi sta allora in un pistolotto edificante che racchiude anche le finalità della narrazione. In questo tipo di prodotto realtà e mito si fondono, il racconto diventa leggendario grazie a una serie di accorgimenti: l’epicità, gli eventi magici e fantastici, il itmo sostenuto, l’assunzione dell’ottava, secondo la tipologia del cantare cavalleresco medievale e rinascimentale dove realtà e fantasia si fanno tutt’uno e la cronaca è un filo che sottende le invenzioni dell’autore o le aggiunte che effettuano i soggetti della trasmissione orale. Almeno va così per i briganti romantici, per quei banditi le cui vicende precedono cioè l’età unitaria. Con le figure postunitarie, quelle della guerra sociale del mezzogiorno furono possibili pochi voli fantastici nel momento reinventivo. La vicenda bellica era stata troppo sanguinosa, aveva coinvolto due paesi, c’era stato un eccesso di morti e soprattutto si era trattato di una questione politica risoltasi con un atto di occupazione. Sicuramente cantastorie e poeti erano stati frenati dal timore di cadere in una sorta di apologia di reato. E il paese era dominato da coprifuoco politico. Intendo dire insomma che dopo il 1861 non è possibile in Italia raccontare alla maniera romantica ed esotica di Dumas o di Washinton Irving e solo un giornalista come Marc Monnier che approda in Italia in età di realismo scientifico introduce un racconto che è cronaca politica, anzi non è lui a introdurlo, perché la prima edizione del Diario di Borjes esce in Francia e di qui poi passa nel nostro paese attraverso una traduzione e una mediazione editoriale fiorentina. Insomma mentre il popolo racconta storie di tesori sepolti dai briganti, intellettuali e narratori non tendono più a edulcorarne le vicende e le gesta ma ne danno una immagine più truce, descrivendoli come disperati, assassini o sbandati. Non c’è spazio per l’epica, non per il mito. La storia che si narra dev’essere edificante, tale che costituisca o un monito per gli ascoltatori o un’analisi scientifica dei fatti. I cantastorie, i librettisti italiani, i pochi narratori dell’Ottocento assolvevano dunque il compito di pompieri del nuovo Stato unitario; a differenza degli stranieri molto più liberi di scrivere e di intervenire sulla questione italiana; erano una sorta di "piffero dell’antirivoluzione" per parafrasare in negativo un’espressione di Elio Vittorini riferita al rapporto tra intellettuale e potere politico. Ma entriamo nei fatti e nella cronologia di una serie di prodotti letterari che attengono al nostro tema. Partiamo da un canto popolare di Melfi giuntoci in una versione molto corrotta, a metà degli anni settanta. Vi si narrano le vicende di un uomo vissuto nel Seicento e conosciuto col nome di battaglia di Abate Cesare. Di esse ci danno notizia Antonio Bulifon (1) e, in tempi più recenti Benedetto Croce (2). "L’abate Cesare na surell avei/d li billezz la palma purtai,/da lu Dìuca have nu bigliett/ca ngi vulei scì senza rispett" Per difendere l’onore della sorella macchiato dal duca, l’Abate Cesare affronta il malfattore e senza ascoltarne le ragioni passa a vie di fatto e si dà quindi alla macchia: "Mpitt n mena na scuppettata,/l’have acceso a colp d stilettate./‘Mbront n lu scrive nu bigliette:/"Chi l’ha fatt stu gran macell/l’Abate Cesare p la sua surell" (3). Dell’onore tradito di sorelle, madri e compagne di futuri briganti la letteratura popolare è piena, si pensi alle ragioni per cui Carmine Crocco si dà al brigantaggio o alla vigliaccheria del Capitano che approfitta della bella Cecilia ma che non mantiene la promessa di liberarne il marito Peppino (4). E si pensi anche ad avvenimenti consumatisi tra rappresentanti della nobiltà come il delitto d’onore commesso dal principe Carlo Gesualdo ai danni del marchese Carafa e della propria moglie Maria d’Avalos. Una vicenda che fece nascere molti Successi a stampa (5),come venivano chiamati i fogli volanti cinquecenteschi, e fiumi di versi e che stabilisce una sorta di canone etico: il delitto d’onore è un lasciapassare per l’immediata reintegrazione morale dell’assassino. Questa regola si estende ovviamente anche a quanti sfuggendo alla legge che li perseguita per delitto d’onore si danno alla macchia e diventano briganti. Al punto che non solo il popolo ma la stessa cultura letteraria finisce col guardarli con occhi positivi. Meno indulgente è il cantastorie quando si trova di fronte a uomini spinti a delinquere da crudeltà innata e privi di motivazioni sociali. Ecco come si esprime tra la fine del 600 e l’inizio del 700 un anonimo cantore popolare che scrive la storia del bandito Rainone originario di Carbonara di Nola, la Crudelissima istoria di Carlo Rainone. Dove s’intende la Vita,Morte,ricatti,uccisione,ed imprese da lui fatte,(6) "Nel mondo vi sono male genti,/ma mai come Carlo Rainone;/vi sono sempre stati insolenti,/ma mai come questo non v’è menzione". Il cantare, ovviamente in ottave, attacca con Rainone già alla macchia e procede in una serie di descrizioni di atti criminosi per concludersi con la morte del bandito e con un’ottava morale "Nessun si vanti con il brando a lato,/né vada scalzo chi semina spine,/raccoglierai quel che hai seminato". L’opera fu pubblicata più volte nel corso dell’Ottocento, prima del brigantaggio postunitario. Stessa funzione di monito assume il cantare di Donato Antonio de Martino che alla fine del 700 pubblica l’Istoria della vita e morte di Pietro Mancini capo di banditi. Il Mancini era originario di Castel di Vico nel Salento,e la sua deliberazione di darsi alla macchia appare quasi priva di alternative ,per cui il cantare si presenta in posizione assolutoria della scelta del brigante ma non rinuncia alla funzione didascalica nei versi conclusivi. "Che alli banditi i lor fin si nota/il collo in terra,la forca e la rota." Una storia agiografica in tre canti del brigante Angelo del Duca ,originario di san Gregorio Magno viene composta da Pasquale Fortunato avo di Giustino,a fine 700. Il testo, rimasto per altro inedito, è questa volta smaccatamente mitizzante e verrà ripreso più tardi da Benedetto Croce come supporto documentale per raccontare la vita di Angiolillo. Fin qui il brigantaggio preunitario. A partire dal 1861 la posizione dei cantori diventa meno indulgente e l’atmosfera di caccia alle streghe che doveva essersi diffusa nelle città e nei borghi meridionali influenza le opere.E’ emblematica l’ostilità espressa dall’anonimo autore di una canzone nella quale si narra in versi la Vera istoria della vita e morte del famoso bandito Chiavone che venne ucciso da un suo compagno chiamato Tristanì (7). Luigi Alonzo,detto Chiavone,venne fucilato dalle truppe regolari piemontesi il 24 giugno 1862. L’anonimo che non adotta più l’ottava epica ricorre all’inno in quartine, alla maniera di Manzoni, per condannare le gesta del bandito che fu "Nemico della patria/e della libertà,/per conto d’un Borbone/lasciava la città" e si dava a mille efferatezze. L’inno si chiude con l’invito "ognun detestasi/il perfido Chiavone/che fu brigante celebre/nei fasti del Borbone". Nel decennio 1861-70 la pubblicistica italiana, protesa a difendere le ragioni dell’unità, lascia agli intellettuali stranieri il compito di fare da controinformatori. Marc Monnier pubblica a Parigi l’Histoire du brigantage dans l’Italie Meridionale, (ed. Levy Freres, 1862). L’opera esce subito dopo a Firenze in traduzione italiana col titolo Notizie storiche documentate sul brigantaggio nelle province meridionali dai tempi di fra Diavolo sino ai nostri giorni aggiuntovi l’intero Diario di Borjès finora inedito, (Firenze 1862). In Spagna sono Mane y Flaquer J. e Mola y Martinez a pubblicare una Historia del bandolerismo y de la camorra en la Italia meridional, con las biografias de los guerrilleros catalanes Borges y Tristany, (Barcellona, 1864, pp.349-370) e in Inghilterra è un fuoruscito italiano, Antonio Maffei a pubblicare Brigand Life in Italy: a history of bourbonist reaction. Edited from original and authentic documents by count Maffei, (London, Hurst and Blackett, 1865). Mentre la battaglia per il Sud si accende in Parlamento e si cominciano a pubblicare veri e propri resoconti dettagliati sulle bande dei briganti, da quello di Giuseppe Magaldi, Fatti briganteschi, (Potenza, Santanello, 1862) a quello di Giacomo Oddo, Il brigantaggio o l’Italia dopo la dittatura di Garibaldi.(Milano, 1863) è Giovanni Fattori a rompere il cerchio di omertà del mondo dell’arte quando dipinge L’Episodio della campagna contro il brigantaggio nel 1863,(8). Negli stessi anni,un prete antiborbonico cosentino, Vincenzo Padula, scrive il dramma Antonello capobrigante calabrese, pubblicato nel "Brutium", la rivista da lui fondata e diretta tra il 1864 e il 65. Non dimentichiamo che vige nel sud ancora la legge militare e che Padula ha un atteggiamento non diverso dal Dario Fo de Il Fanfani rapito o dallo Sciascia di Todo modo. I tempi sono roventi, gli autori hanno paura nè esiste ancora una consapevolezza del brigantaggio come questione sociale. E’ una faccenda di delinquenti, di reazionari, di sbandati. Solo il realismo scientifico di Zola e il verismo verghiano provano ad aprire le porte a un nuovo modo di affrontare i fatti del Mezzogiorno. Tuttavia bisognerà aspettare la fine del secolo perché il brigante cominci a destare interesse come fenomeno sociale determinato dalla natura degli uomini e dei luoghi, secondo una interpretazione lombrosiana. Si fa anche strada con le ventate di socialismo il convincimento che siano stati destino e miseria a spingere molti alla macchia. In Basilicata, epicentro della rivolta, si persiste nella denuncia delle tristi condizioni igieniche, sanitarie e sociali ma si guarda al brigantaggio come a un fenomeno spaventoso, tribale, che ha fatto piombare la regione nella notte del medioevo. La pubblicistica tradisce una frattura tra la borghesia dominante e il mondo subalterno dei contadini. Di briganti si scriverà invece con diverso approccio in Calabria, dove c’è una riflessione più matura sul fenomeno, certamente originato dall’esperienza letteraria e politica di Vincenzo Padula. E’ passato già un decennio dai fatti di sangue più cruciali quando vede la luce il dramma eroicomico di Luigi Stocchi, Ciccilla o i briganti calabresi (Reggio Calabria, Ceruso,1873) e otto anni dopo escono i Racconti calabresi di Nicola Misasi (Napoli, Morano,1881). Misasi è calato nei problemi del sud,anche se li vive da Roma dove ha aderito al gruppo letterario di Angelo Sommaruga e al socialismo di Turati e vive la questione sociale nella ricostruzione di vicende brigantesche originate dalla natura dei luoghi e dalla miseria. Condizioni che agiscono sulla formazione degli uomini, come leggiamo nelle Cronache del brigantaggio (Roma,1898), ne L’assedio di Amantea (Napoli,Regina,1893), nella Briganteide, (Napoli,Chiurazzi, 1906) o nella vita di Giosafatte Tallarico,(in Cronache del brigantaggio e riproposta a Verona nel 1984). E non diversa è l’impostazione culturale di Giovanni De Nava che pubblica nel 1901 Musolino, bandito d’Aspromonte,(Firenze, Nerbini). Nel 1872 intanto G. Olivieri scrive una Storia che pare un romanzo, nella quale analizza le vicende di Carmine Crocco e apre in questo modo un capitolo intorno alla figura del comandante rionerese. Non dimentichiamo che al tempo dell’uscita del libro Crocco è già in carcere e che i tribunali ancora non hanno emesso una sentenza definitiva su di lui. Per farci un’idea del clima e delle difficoltà che gli autori incontravano nell’affrontare questi argomenti dovremmo immaginare un giornalista che nel 1970-80 intenda affrontare pubblicamente le vicende eversive di un qualche militante delle Brigate Rosse. Col rischio di vedersi calare addosso in qualunque momento l’accusa di apologia di reato. Cosa che doveva accrescere ulteriormente il mistero sulla guerra appena combattuta nel sud e far fiorire defezioni e latitanze nella società intellettuale italiana. In tutto questo, un ex comandante militare, Eugenio Massa, decide di fare visita a Crocco in carcere e di farsi raccontare gli avvenimenti di cui è stato attore. Sono gli stessi anni (1894) in cui Telemaco Signorini visita il carcere di Portoferraio e dipinge un’opera intrisa di pietà, Bagno penale a Portoferraio, dove si è voluto vedere nella figura del primo carcerato a destra, un uomo corpulento in catene, Carmine Crocco (9). Massa trascrive e pubblica il racconto di Crocco in un libro che farà molto discutere sociologi e linguisti, Gli ultimi briganti della Basilicata: Carmine Donatelli Crocco e Giuseppe Caruso. Note autobiografiche edite ed illustrate dal Capitano Eugenio Massa,( Melfi, tip. Grieco, 1903). Un anno dopo, presso lo stesso tipografo, pubblica il libro Vittime dimenticate del brigantaggio. Nel 1903, subito dopo l’uscita del libro di Massa, Basilide del Zio interviene sulla questione con il volume Il brigante Crocco e la sua autobiografia - Memorie e documenti (Melfi, tip. Grieco). In appendice all’autobiografia del Massa appare anche l’interrogatorio di Giuseppe Caruso, una sorta di pentito di Stato. L’interrogatorio verrà ristampato a Roma presso la tipografia Quintieri nel 1971 insieme all’autobiografia di Crocco che sarà ripubblicata più volte nel secondo dopoguerra, da Tommaso Pedio (Manduria, Lacaita, 1963) quindi da Mario Proto (Manduria, Lacaita, 1994) e infine da Valentino Romano (Bari,Adda,1997). Qualcosa stava cambiando nella riflessione culturale e politica del tempo. Una conoscenza più analitica delle condizioni del Mezzogiorno portata in Parlamento da Zanardelli, Azimonti, Fortunato, stava convincendo intellettuali e opinione pubblica a guardare alla questione del brigantaggio con altri occhi e faceva più coraggiosi gli editori. Eugenio Rontini poteva scrivere nel 1885, le vite de I briganti celebri italiani (Firenze, Salani), producendo una rivisitazione tra mito e analisi di cronache epiche, alla maniera di Dumas. Nicola Marini pubblicava nel 1888, presso Zanichelli, la raccolta di racconti Tra le foreste di Monticchio, in cui attingeva anche dalla saga dei briganti, con almeno un paio di storie attinenti al tema e una dedicata a Borjes a Pietragalla. In uno stile verista, secondo i modelli coevi di Verga e Capuana, (autore tra l’altro del libro La Sicilia e il brigantaggio, Palermo, 1892), Marini anticipava una serie di opere dedicate al brigantaggio, dal romanzo tardoromantico di Francesco Bernardini L’amante del bandito (Napoli, Bideri, 1899) alla biografia di Pietro Masi da Patricia sulla Vita di Antonio Gasbaroni, (Roma, Perino, 1899) a tutta una serie di ricostruzioni biografiche da quella di E. Morselli e S. De Sanctis, Biografia di un bandito: Giuseppe Musolino, (Milano, Treves, 1903) a quella di Bruto Amante su Fra Diavolo e il suo tempo,1796-1806, (Firenze, Bemporad, 1904). G. Schmitt rifà intanto il verso a Rontini in una raccolta di storie di Briganti celebri, (Napoli, 1905) e nel 1906 Tommaso Claps affida alla voce di una anziana narratrice di Avigliano una serie di storie brigantesche nella raccolta di racconti veristi A pie’ del Carmine. Bozzetti e novelle basilicatesi, (Roma-Torino,Roux e Viarengo) e Gaetano Salvemini che in quegli anni dirigeva il quotidiano di opposizione "L’Unità",interviene sul tema del brigantaggio con un’analisi della vita di Michele di Gè, brigante rionerese, L’autobiografia di un brigante,(Roma,Loescher,1914). La fortuna del tema continua in una serie di biografie e di saggi che fanno luce anche sulla reazione contadina in Puglia e Antonio Lucarelli scrive il saggio Il sergente Romano, notizie e documenti riguardanti la reazione e il brigantaggio pugliese nel 1860, (Bari, Soc. Tip. Pugliese, 1922). Ma il fascismo blocca la corrente di rivisitazione della storia nazionale e diventano negli anni del ventennio sempre più rari gli interventi di scrittori e saggisti. Cito la biografia di Stefano Pelloni detto il passatore, (Firenze.Salani,1931 ) scritta da Eugenio Rontini, un racconto di Leonida Repaci, Santazzo il Tempesta, in Racconti della mia Calabria, (Milano, Corbaccio - Dall’Oglio, 1931), una vita romanzata di Fra Diavolo scritta da Piero Bargellini nel 1932 (Firenze, Vallecchi) e il dramma Pizzichicchio e Coppolone di Innocente Cicala, rappresentato a Taranto in quegli stessi anni ma rimasto inedito. Le storie di briganti sono troppo vicine a movimenti anarcoidi e delinquenziali, infastidiscono la borghesia italiana e sono pretesti di propaganda per l’opposizione socialista e comunista. Nel 1942 usciva intanto Signora Ava di Francesco Jovine, un romanzo nel quale con coraggio si raccontano le lotte contadine e antipiemontesi sostenute dai molisani. Jovine persiste nelle analisi sociali raccontando le rivolte contadine del 1920-21 per l’occupazione dei latifondi ne Le terre del Sacramento. Il romanzo vide la luce solo nel 1950, quando lo scrittore era già defunto. Nel 1945 esce intanto Cristo si è fermato a Eboli,di Carlo Levi. Il romanzo denuncia la lontananza dello Stato dai contadini meridionali e dalla loro condizione di miseria. Lo Stato appare ai contadini come un rapace, si fa vivo attraverso i suoi agenti solo quando c’è da riscuotere tasse o portare via braccia dai campi per destinarle alla guerra. In un clima di assoluta diffidenza nasceva un romanzo che leggeva finalmente nel brigantaggio una questione sociale e politica e che diceva le cose come stavano: la rivolta dei braccianti meridionali era stata un tentativo di contrastare la conquista del Sud. Nella guerra di conquista si erano fronteggiati un nord ricco e borghese e un sud povero e contadino. Quella dei briganti era stata una resistenza vera e propria e l’unità del paese seppure era avvenuta, aveva pagato un tributo di sangue spaventoso, sparso sia dall’esercito dei piemontesi sia dalle bande dei briganti. I briganti non erano stati quei delinquenti che descriveva la stampa periodica settentrionale ma uomini di un esercito non regolare. Nel 1943, Carlo Alianello pubblicava L’alfiere, prima epopea epica sul brigantaggio postunitario. Il romanzo conoscerà un immediato successo e verrà seguito a distanza di nove anni da Soldati del re, (Milano, Feltrinelli, 1952) e ancora da L’eredità della priora,(Milano,Feltrinelli,1963),fino a La conquista del sud, che è del 1972 (Milano, Rusconi). Anche il cinema comincia intanto a guardare al brigantaggio come a un possibile tema da sfruttare e nel 1950 Mario Camerini dirige Il brigante Musolino, interpretato da Amedeo Nazzari, in una ricostruzione neoveristica. E’ la storia di Beppe Musolino e della bella Mara a dare vita a un film denso di passione romantica che non è stato realizzato prima per l’assonanza tra il nome del bandito e quello di Mussolini. Nel 1951 Giuseppe Berto pubblica Il brigante, storia di Michele Rende che durante la seconda guerra mondiale scende in lotta per l’occupazione dei latifondi ma viene ucciso. Un romanzo epico che viene trasformato in film da Renato Castellani. Riccardo Bacchelli è autore del racconto Il brigante di Tacca del Lupo che viene ripreso dal cinema con la regia di Pietro Germi. Il film è del 1952 e racconta la storia del capitano Giordani che nel 1863 viene inviato in Basilicata a ripulire la regione dai briganti. Germi ne fa una sorta di western, facendosi influenzare da Jhon Ford. Ma il brigantaggio è un tema ormai fortunato, l’Italia democristiana degli anni sessanta sta operando il grande salto dalla cultura contadina a quella borghese e industriale e mentre si rivisitano molti angoli della nostra storia, si approfitta per analizzare i rapporti tra sud e nord, in un momento in cui migliaia di meridionali lasciano la terra e partono verso il nord industrializzato. Nel 1961 Mario Camerini gira il film I Briganti italiani, con la collaborazione di Mario Monti che pubblicherà una raccolta di biografie celebri in un volume omonimo (Milano,Longanesi,1967). Quella di Camerini è la storia di un brigante filoborbonico, presumibilmente Giuseppe Caruso, che passa ai piemontesi ma gli verrà impedito di parlare e tradire i vecchi compagni. L’anno successivo,1962, Francesco Rosi gira Salvatore Giuliano, un film sulla Sicilia e sugli intrecci tra potere mafioso, politica e potere economico. Siamo finalmente al film di ricostruzione analitica delle cronache e di denuncia, anche se lontani dal brigantaggio postunitario ma tuttavia calati pienamente nelle ragioni della questione meridionale. In un clima di rivalutazione della questione Giuseppe Selvaggi scrive intanto La madre del bandito, in Sette corrispondenze calabresi, (Cosenza, Pellegrini, 1962). E’ la stagione de L’Eredità della priora che nel 63 vince il Campiello e degli studi di Antonio Piromalli e Domenico Scafoglio che nel 65 pubblicano Terre e briganti. Il brigantaggio cantato dalle classi subalterne, (Napoli, Gargiulo) e nel quale si avvalgono delle ricerche condotte per anni dal Pitrè e da Molinaro del Chiaro. Lo Scafoglio scriverà nel 94 L’epos brigantesco popolare nell’Italia meridionale (Salerno, Gentile) e quindi La gloria del patibolo. Santi e briganti nell’epos popolare (10). Finalmente il tema del brigantaggio non è più un tabù. Grazie agli studi di Aldo de Jaco, Tommaso Pedio, Franco Molfese tutta l’epopea brigantesca acquisisce dignità di rivolta sociale, anarchica e selvaggia. Nel 1964 Tommaso Pedio pubblica La mia vita tra i briganti (Manduria, Lacaita) diario di Josè Borjes e l’autobiografia di Crocco col titolo Come divenni brigante (Manduria, Lacaita). Quattro anni più tardi Franca Trapani affronta un aspetto della problematica rimasto fino ad allora ignorato, il ruolo delle donne che accettarono di seguire i compagni sui monti e pubblica alcuni profili ne Le brigantesse, (Roma, Canesi, 1968). Ora si va in cerca di testimonianze dirette, vecchi quaderni, manoscritti, lettere di briganti. Si vuole sapere di più attraverso il racconto dei protagonisti, si prova a dare voce a chi voce non ha avuto mai. E’ passato un secolo, gli archivi del Ministero dell’Interno ancora sono chiusi e si vieta la divulgazione dei documenti relativi al brigantaggio. Nel 1971 si ripubblica Il libro della sventura di Michele Di Gè, (Manduria, Lacaita) e nel 1973 Compare brigante di Giovanni Bernardini viene destinato a un pubblico di ragazzi ( Bari, Adda) E’ anche l’anno in cui Giulio Stolfi scrive il romanzo La bandiera sul campanile per raccontare l’insurrezione di Potenza nel 1860 e si ristampa la Ciccilla o i briganti calabresi. Dramma storico tragicomico in 5 atti, di Luigi Stocchi (Reggio Calabria, L. Ceruso, 1973). Ora il brigantaggio è diventato un tema eminentemente politico, siamo nel pieno della lotta armata ed è fin troppo facile cercare nel brigante una metafora dell’odierno rivoluzionario. In un clima di caccia alle streghe e preceduti da mille distinguo ogni volta che si torna a parlare di briganti escono alcune biografie, quella di P. Ardito, Le avventure di Nicola Morra, ex bandito pugliese (Manduria, Lacaita, 1974) e la biografia di Chitaridd il brigante di Matera di Niccolò De Ruggiero, (Matera Meta, 1975) e si riedita l’Antonello capobrigante di Padula con curatela di Carlo Muscetta (Roma, Padula, 1976). Poi, mentre lo Stato attacca i gruppi terroristici e sembra vincere su alcuni fronti, quando ancora non c’è stato l’attacco ad Aldo Moro e alla sua scorta, il tema del brigantaggio approda in teatro e nelle ricerche degli antropologi. Franco Noviello pubblica Il brigantaggio lucano e alcuni frammenti di poesia popolare,(Roma,1975), Sergio Romagnoli traccia un excursus de Il brigante nel romanzo storico italiano (11), Pietro Basentini pubblica una raccolta di canti popolari sul 1848 e sul 1861 Fanti briganti e re (Potenza,s.t.,1979) e Nicola Saponaro porta in scena Fuori i Borboni che viene rappresentato con la regia di Alessandro Giupponi a Cosenza e a Potenza nel 1976. E’ il racconto della vita di Carmine Crocco e dell’insurrezione nel Vulture. Lo spettacolo è tutto dalla parte dei briganti, visti come anarchici e ribelli ai soprusi di un esercito di conquistatori. Nel 1979 viene realizzato da Giuliano Montaldo un film per la tivù da L’eredità della priora. La reazione dello Stato all’assalto dei gruppi terroristici si è concluso col fenomeno del pentitismo, il paese si avvia a una maggiore quiete e mentre sono i movimenti di delinquenza organizzata a farsi più feroci e determinati, i socialisti di Bettino Craxi rispolverano i temi dell’Unità d’Italia e di Garibaldi conquistatore. In questo clima nascono il Pizzichicchio e Mezzacoppola (12) di Antonio Giovinazzi e il mio Il grassiere (Roma-Bari, Quattrocittà, 1982) portato in scena dal Gruppo Abeliano di Bari, la biografia di Carmine Crocco Donatelli compilata da A.De Leo, Un brigante guerriero,(Cosenza,Pellegrini,1983) gli studi di G.Guarella su Ciro Annicchiarico e Francesco De Bernardis, (13),la biografia di Fra Diavolo, (Novara, De Agostani, 1985), di G. Dall’Ongaro. Intanto un nuovo fenomeno politico si va facendo strada nel Nord Italia, è quello della Lega. Si minacciano guerre sante in nome della difesa della razza e dell’economia. Il movimento viene preso sotto gamba da tutti, ma quando cresce, cresce anche la protesta dal Sud e il brigantaggio diventa motivo di contrapposizione dell’orgoglio e della dignità meridionale. Nascono associazioni e persino un partito reazionario che inneggia a Crocco e ai Borboni. Se Lega ci dev’essere ci sia anche un’Antilega o una Lega meridionale. Salvatore Scarpino, calabrese di Milano, avvia contro le posizioni della Lega una serie di libri tra il pamphlet e l’ironico, da La mala unità. Scene di brigantaggio nel Sud (Cosenza, Effesette, 1985) a Marianna Ciccilla capobanda sulla Sila (14), a Indietro Savoia! (Milano, Camunia, 1991) a Il brigantaggio dopo l’Unità d’Italia, (Milano, Fenice, 1993) e R. Mammuccari pubblica Briganti e brigantaggio. Il brigante Bizzarro, una vita scellerata, (Velletri, Vela, 1985). Arriviamo così al 1987 quando I fuochi del Basento propongono una chiave epica, di riscatto e di conclusione della civiltà contadina. Indicato come il Gattopardo dei poveri dalla stampa francese il libro tende a raccontare sulla scorta del Pani Rossi, di Giambattista Bronzini e di Ernesto De Martino un mondo contadino dominato dalla magia e dalla fascinazione. E’ ovviamente una metafora sul sud che ha voglia di uscire dal medioevo ed entrare nella modernità. I briganti tornano anche ne La baronessa dell’Olivento, come figure romantiche e animatrici di sentimenti del mutamento. Un mutamento che si profila disastroso e che porta al collassamento del Sud e allo sconquasso ambientale e sociale con una modernità fatta di benessere a tutti i costi, consumismo e violenza per l’accaparramento dei beni. Tutto questo è in Ombre sull’Ofanto (Milano, Camunia, 1993). Ma ormai siamo entrati con questi romanzi in una fase diversa dall’analisi sociale ottocentesca e i briganti sono diventati metafora utile a capire il presente. In questa linea si collocano le opere narrative che vengono pubblicate nell’ultimo decennio. Nel 1988 Mino Milani pubblica Romanzo Militare per Camunia di Milano, un romanzo nel quale la conquista del sud viene narrata da un settentrionale al seguito di Garibaldi. Nel 1989 Nicola De Blasi conduce uno studio sociolinguistico su Gli scritti dei briganti (15) e l’anno successivo A.Cavoli pubblica presso Scipioni di Roma I briganti italiani nella storia e nei versi dei cantastorie Un’analisi della cultura orale che viene arricchita dalla ricerca di I. Crupi, Il brigantaggio nella letteratura, (Cosenza, Periferia, 1993) e dalla biografia del Sergente Romano di Michele Guagnano (Mottola, s.t., 1993). Intanto procede anche l’indagine sulle brigantesse e nello stesso anno, il 1997, vedono la luce due studi contemporaneamente su un identico tema, Maurizio Restivo pubblica dei Ritratti di brigantesse (Manduria, Lacaita) e T.Maiorino un volume di Storia e leggende di briganti e brigantesse presso la Piemme di Casale Monferrato. Nel 1998 Pasquale Squitieri realizza Li chiamavano briganti, un film filoborbonico che intende riaprire la questione dalla parte dei meridionali e contro le ventate di leghismo che affliggono l’Italia. L’assunto è: non saremmo a questo se fossero rimaste le cose com’erano. Ma ormai il brigantaggio è diventato spettacolo e patrimonio culturale dal quale partire per costruire l’identità di un popolo. Lo vediamo con il cinespettacolo della Grancia organizzato da Giampiero Perri, La storia bandita, nel quale si tenta di ricostruire atmosfere e vicende di una storia che ormai è mito, favola e leggenda.

 

NOTE

(1) - Giornali, Napoli, 13 agosto 1672

(2) - Il brigante Angiolillo, Venosa, Osanna,1997, p.21

(3) - R. NIGRO, Tradizioni e canti popolari lucani: il melfese, Bari-Melfi, Edizioni Arci-Interventi Culturali,1976,pp.366-367

(4) - Ivi,p.367-368

(5) - Cfr. ANTONIO ALTAMURA, I cantastorie e la poesia popolare italiana, Napoli, F. Fiorentino, 1965, pp.13-17; ANTONIO VACCARO, Carlo Gesualdo Principe di Venosa, l’uomo e i tempi, Venosa, Appia, 1982, pp.50 ss.

(6) - Napoli, Presso Avallone, s.a, ma 1850

(7) - Napoli, Tip. Avallone, s.d., ma 1862.Ora in A.ALTAMURA,cit,pp.283-291

(8) - L’opera fu composta tra il 1863 e il 1864. Si tratta di un olio su tela di cm.50 per 105,5. Venne ribattezzata dal Fattori: "Arresto di briganti" ed esposta presso la Mostra di Torino del 1864 e poi a Firenze come "Agguato contro i briganti". Per queste e altre notizie cfr. ILARIA CISERI, I Macchiaioli, in Pittori e pittura dell’Ottocento italiano, Novara, De Agostini,1997-98, vol.I, p.86

(9) - ILARIA CISERI, op. cit. vol. I, p.83; V.ROMANO, a cura, C. Crocco, Autobiografia, Bari, Adda, 1998,p.13

(10) - Ora in Un laboratorio tra i castagni. Teorie e metodi della rilevazione demoantropologica, (a cura di E. Spera e F. Manganelli, Perugia, Arnaud Gramma,1996).

(11) - Archivio Storico per la Calabria e la Lucania", XLIII, (1975)

(12) - Cenacolo", a. XI-XII, (1981-82), n.25

(13) - Locorotondo",a.I, (1985),n.0

(14) - Il Giornale",a.XII,(1985),n.170

(15) - Basilicata",a.XXXI,(1989),nr.9/12

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