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MONTEFALCONE DI VAL FORTORE

Vedi anche "MONTEFALCONE DI VALFORTORE" - di: Leonardo (P. Serafino o.f.m.) Zeppa

 

il 12 agosto 1860 - in alcuni casi, la reazione appare nel suo nudo sostrato economico. ll caso di Montefalcone, ad esempio, non ammette equivoci. Già tormentato da un lungo stillicidio di azioni banditesche, il paese, il 12 agosto 1860, si sveglia in uno stato di agitazione, come da un incubo: per tutta la giornata corre una smania di ribellione, contro l'ordine tirannico, impersonato dall'agente del duca di Sangro, al quale viene rifiutato il pagamento della mezza semenza, minacciosamente. Segue un tentativo d'invasione delle terre ducali, diretto a una quotizzazione comunitaria. Garibaldi è ancora lontano. E Montefalcone dipende dalla Capitanata, come S. Bartolomeo. La costituzione liberale di Francesco II arroventa la rabbia contadina, che, tre giorni dopo, esplode. L'elemento innescante è l'infame idea del comunismo, che legittima la espulsione dell'agente del duca, senza che le autorità locali e le guardie nazionali intervengano a frenare il movimento o ad arrestare i capi faziosi, che non esitano a guidare i rivoltosi all'occupazione della "difesa" locale, terra di stretta pertinenza padronale, sottratta agli usi civici; rivendicando per sè i diritti di appropriazione e di coltivazione. Malgrado le invocazioni di aiuto alle forze dell'ordine, i rapporti delle autorità, gli interventi tempestivi, la plebe non si placa. Continua a ruggire. L'arciprete, che, evidentemente, non è un reazionario, ma un galantuomo, ligio alla costituzione liberale, è costretto alla fuga dalle immoderate brame e dalla follia di molta parte di quella plebaglia di Montefalcone giunta a dar fuoco e mettere a ruba le due case del duca di San gro; e, da Roseto, racconta all'intendente di Capitanata il suo spavento del 29 agosto, allorchè nel paese cominciò a correr voce che quella gente abbrutita, quella ciurmaglia aveva intenzione di colpire e devastare la sua casa, oltre che le abitazioni del sindaco e del comandante del corpo di Guardia, per istigazione di un mestatore proclamantesi protettore della plebe, già capo dello stesso corpo nazionale e vittima degli intrighi dei tre soggetti presi di mira: un racconto che trasuda odio e orrore. Il 7 settembre Garibaldi entra a Napoli. Il giorno 8 il giudice regio rappresenta allo stesso Intendente la stessa fame di terre. Continua il clima di terrore. Il 9 l'esercito degli affamati è sul piede di guerra: obiettivi sempre le terre ducali, e non ducali, per cui s'invoca la spedizione di una "imponente armata", con poteri assoluti per mantenere l'ordine, reprimere gli abusi, assicurare alla giustizia i ribelli, annientare le mire reazionarie contro "l'attuale regime" (che ora è la Dittatura di Garibaldi) verso il quale il ceto liberale al servizio della monarchia costituzionale di Francesco II è sospinto da un vento che viene da lontano. Nuove forze per il nuovo governo dunque: questa è ora la richiesta dei galantuomini contro i moti "anarchici" della plebe. La lista dei norni da liquidare è pronta: ci sono tutti. La paura continua a frugar le viscere dei signori. Il sindaco è ossessionato: la posizione del paese è tristissima; il fuoco "dell'anarchia", anzichè spegnersi, si riaccende; la plebaglia diviene sempre più "orgogliosa" e sempre più avida di terre. Il 6 ottobre altri tumulti .

15 agosto 1860 ..... il popolo di Montefalcone decise di risolvere definitivamente il problema delle terre demaniali ed il contenzioso feudale con il duca di Sangro. Riunito in Piazza delle Croci, infatti, cominciò a tumultuare minacciosamente chiedendo alle autorità municipali che i fondi del demanio fossero tolti dalle mani di coloro che se ne erano appropriati per essere divisi tra i bisognosi. Le autorità cercarono di opporsi con cavilli giuridici, ma i Montefalconesi non vollero intendere ragioni. In numero di alcune centinaia si recarono in località S. Lucia, difesa utilizzata da Giuseppe Cirelli e misero fuori dal fondo tutti gli animali che vi pascolavano e gli uomini addetti alla loro custodia. Nei giorni successivi, poi, con l'aiuto di un agrimensore e con l'assistenza reclamata delle autorità comunali, si divisero le terre e le dissodarono. La sera del 15 agosto, intanto, ritornati in paese, si diressero verso la casa del duca di Sangro al quale gran parte della popolazione era obbligata a versare un anacronistico tributo feudale (la cosiddetta mezza semenza). Per rivalersi di quanto avevano già pagato quell'anno e nei moltissimi anni precedenti si fecero consegnare dal guardiano le chiavi dei magazzini del duca, ma accettarono il grano solo quando venne ripartito dal sindaco in persona. Mentre queste cose accadevano un gruppo di facinorosi, capitanato da Antonio d'Onofrio, saccheggiava la casa del duca dando alle fiamme sulla pubblica piazza mobili ed infissi in segno di odio per l'antico padrone. La guardia nazionale, che per quasi un mese si era astenuta dall'intervenire, il 9 settembre, all'annuncio dell'imminente arrivo della truppa fu costretta a schierarsi a tutela dell'ordine pubblico per impedire che l'agitazione serpeggiante tra il popolo sfociasse in tumulti. Questa presa di posizione delle forze dell'ordine, però, indispettii particolarmente Pietro Maffia che, armato di scure e seguito da Antonio di Donato, si scagliò contro l'ufficiale che comandava la guardia nazionale. L'arrivo provvidenziale della truppa impedì che il tafferuglio degenerasse in una pericolosa sommossa. ....... Per l'appropriazione abusiva della difesa S. Lucia furono imputate novantasette persone: Carlo Agrella alias La Spagna, Antonio Altobelli, Pasquale Altobelli, Pietro Paolo Altobelli, Giuseppe Antonino, Giovanni Belpedio, Giuseppe Belpedio, Francesco Caggiano, Francesco Capuano! Giovanni Carella, Antonio Caruso, Giuseppe Caruso alias Cinquegrana, Antonio Cavuoto, Anna Ciarmoli (moglie di Antonio D'Imperio alias Calderone), Fedele Ciarmoli alias Zecca (domiciliato a Castelfranco), Giovanni Conte (domiciliato ad Ariano), Carmela Curci (moglie di Antonio Valenzio), Francesco D'Alessio alias Zeppa, Lucia D'Alessio (moglie di Francesco D'Alessio), Antonio Dato, Raffaele Dato alias Stanzacchio, Simone De Falco, Leonardo De Luca, Lucia De Santis, Filippo Di Brita, Francesco Di Brita, Michelantonio Di Brita, Vincenzo Di Brita, Antonio D'Imperio fu Angelo, Antonio D'Imperio alias Calderone, Francesco D'Imperio, Carlo Di Stasio, Maria Giuseppa Di Vizio (vedova di Fedele Macchia), Antonio D'Onofrio alias Tommasino, Giuseppe D'Onofrio, Marcantonio D'Onofrio, Pietrantonio D'Onofrio alias Tommasino, Pietro D'Onofrio, Luigi Figliola, Angelomaria Goduti, Antonio Goduti fu Carlo Andrea, Antonio Goduti fu Nicola, Antonio Goduti fu Pietro Paolo, Benedetto Goduti, Filippo Goduti, Michelangelo Goduti alias Cipolla, Nicola Goduti fu Domenico, Nicola Goduti fu Francesco, Antonio Grosso di Amato, Antonio Macchia, Giovanni Maffia, Angelo Mansueto alias Giappa, Antonio Mansueto alias Zuncone, Pasquale Mansueto, Filippo Marcantonio, Antonio Minelli, Andrea Miresse, Filippo Miresse di Giuseppe Gennadoro, Giovanni Pacifico, Fedele Pacifico, Angelo Paoletta, Carmela Paoletta (soprannome Paolone), Carolina Paoletta (moglie di Antonio Mansueto), Fedele Paoletta alias Paolone, Giuseppa Paoletta di Fedele, Giuseppe Paoletta alias Rosinella, Innocenzo Paoletta, Antonio Paradiso, Giuseppe Picuccio, Angelo Poliseno alias Vecchietti, Antonio Poliseno, Fedele Poliseno, Gaetano Poliseno, Biase Sacchetti, Giovanni Sacchetti, Giuseppe Sacchetti alias Gliotta, Michele Sacchetti alias Michelone, Raffaele Sacchetti, Matteo Striscio, Michelangelo Striscio di Matteo, Angelarosa Tudisco, Angelo Tudisco, Giansaverio Tudisco di Francesco alias Cilla, Innocenzo Tudisco di Francesco alias Cilla, Pietro Tudisco, Antonio Valenzio di Raffaele alias La Manofra, Fedele Valenzio (vedova), Filippo Valenzio di Raffaele alias La Manofra, Raffaele Valenzio, Angelo Maria Vecchiolla alias Ventiquattrora, Epifanio Vecchiolla, Antonio Vello, Carmine Virgilio di Pasquale, Pasquale Virgilio, Biase Vitale, Matteo Vitale e Filippo Zeppa. Tutti questi imputati furono rinviati a giudizio dinanzi alla Corte di Assise di Benevento, tranne Antonio Grosso che fu prosciolto per insufficienza di prove. Per il saccheggio e l'incendio furono incriminate sedici persone: Alessandro Carella di Giovanni, Antonio Ciarmoli di Gregorio, Luigi Dato di Antonio, Giuseppe Dato fu Antonio, Alfonso De Falco di Simone, Emilia De Santis (soprannome d'Agrella), Maria Saveria De Santis (d'Agrella), Luigi Esposito, Giuseppantonio Mansueto di Onofrio, Raffaele Marcantonio, Tommaso Miresse alias il figlio della Longa, Maria Giuseppa Paradiso (moglie di Antonio Tudisco), Albino Sacchetti (soprannome Gliotta), Angelarosa Sacchetti di Giovanni, Caterina Sacchetti di Giovanni (soprannome Gliotta) e Consiglia Vitale. Sezione d'accusa della Corte di Appello di Napoli cit., voi 89, sentenza n. 157 del 24 novembre 1863. [da: "La reazione borbonica in provincia di Benevento" di Mario D'Agostino, Fratelli Conte Editori, Napoli, 1987]

. Dal 8 agosto al 6 settembre 1861 restaurazione del governo borbonico - la comitiva dell'ex gendarme Michele Zeuli di Alberona, succeduto nel comando a Leonardo Tulino invade Montefalcone di Valfortore. Con appena 28 uomini, semina il panico nel paese. Il capitano della Guardia Nazionale si dà alla fuga. Il Sindaco Giuseppe Andrea Ricciardelli è tentato di fare altrettanto, ma i figli Ottaviano e Domenico lo persuadono a parlamentare con i briganti affinché desistano dal proposito di restaurare il governo di Francesco II. Il tentativo fallisce miseramente. Il Sindaco tenta di sottrarsi ai briganti Giacomo Pappone e Giovanni Colà, cercando rifugio nella casa di Apollonia Rosiello, ma è abbattuto a colpi di fucile. I due non si fanno scrupolo di rovistare nelle tasche del cadavere e impossessarsi dell'orologio e del danaro che porta addosso. Domenico è raggiunto nella bettola di Matteo Struscio; uno dei briganti pretende che si metta in ginocchio davanti a lui e senza levarsi il sigaro dalla bocca, gli scarica contro il fucile. Ottaviano è ucciso dai briganti Pappone e Patullo. I paesani infieriscono contro i tre cadaveri a calci e sassate. Invadono con i briganti il corpo di Guardie Nazionale e al Municipio, infrangono i ritratti di Vittorio Emanuele e Garibaldi. La moglie del Sindaco, Maria Rocco con le figlie Filomena ed Eleonora e la giovane nuora Antonietta Mengallo moglie di Ottavio, si rifugia in chiesa, le cui porte sono sprangate dal sagrestano che è anche il sarto del paese. Maria Giuseppa Valenzio che per una questione di interesse si ritiene defraudata di 60 ducati da parte del Sindaco, aizza i briganti a far violenza alle donne. Quelli sono occupati nel saccheggio di casa Ricciardelli (fanno danni per 1000 ducati) e della farmacia dei liberali signori Gualdo e non le danno retta .. dei 28 animatori della rivolta, molti si sottraggono alla giustizia. La Corte di Assise di Benevento giudicherà 10 imputati e con sentenza del 19 dicembre 1862 condannerà Raffaele Valenzio e Giuseppe Altobelli ai lavori forzati a vita, Eustachio Grassi perché minore di età a 22 anni, Orsola Carella e Maria Giuseppa Valenzio a 12 anni di lavori forzati . Inizialmente per questi fatti furono inquisite, oltre al capobanda Michele Zeuli di Alberona (Foggia), trentaquattro persone di Montefalcone: Donato Agrella fu Francesco, Antonio Altobelli fu Giovambattista, Giuseppe Altobelli fu Antonio, Vincenzo Altobelli fu Antonio, Giovanni Calò di Gennaro, Maria Antonia Carella, Orsola Carella fu Giuseppe, Angela Teresa Caruso, Antonio Ciarmoli di Gregorio, Giovanni Conte, Maria Fedele Corso fu Antonio, Maria Carmela Curcio, Rocchina d'Alessio di Antonio (moglie di Vincenzo Altobelli), Tommaso de Masi, Alessio di Stasio fu Francesco, Carlo Antonio di Stasio fu Gaetano, Messandro d'Onofrio fu Antonio, Antonio Galaro fu Nicola, Antonio Goduti fu Giovanni, Giuseppantonio Goduti fu Pasquale, Alessandro Grassi di Amato, Eustachio Grassi di Amato, Maria Grassi di Amato, Pietro Maffia fu Angelo, Matteo Miresse fu Giuseppe, Giacomo Pappone di Angelo, Michelantonio Petrilli fu Giuseppe alias Cuccitiello, Celeste Poliseno, Biagio Sacchetti fu Gaetano, Saverio Tommaso fu Francescantonio, Concetta Tulino di Fedele, Maria Giuseppa Valenzio fu Saverio e Raffaele Valenzio fu Giovanni. Per diciassette di esse (Vincenzo Altobelli, Maria Antonia Carella, Angela Teresa Caruso, Maria Carmela Curcio, Tommaso de Masi, Alessio di Stasio, Messandro d'Onofrio, Antonio Galaro, Antonio Goduti, Alessandro Grassi, Maria Grassi, Pietro Maffia, Matteo Miresse, Saverio Tommaso e Concetta Tulino) la sezione d'accusa della Corte di Appello di Napoli dichiarò non esservi luogo a procedimento. Tutte le altre diciotto persone vennero rinviate a giudizio dinanzi alla Corte di Assise di Benevento per attentato contro lo Stato; per cinque di esse (Donato Agrella, Giovanni Calò, Giuseppantonio Goduti, Giacomo Pappone e Michelantonio Petrilli) fu aggiunta l'imputazione di omicidio in danno dei Ricciardelli, per altre undici (Donato Agrella, Giuseppe Altobelli, Giovanni Calò, Maria Fedele Corso, Rocchina d'Alessio, Giuseppantonio Goduti, Eustachio Grassi Giacomo Pappone, Celeste Poliseno, Biagio Sacchetti e Raffaele Valenzio) quella di saccheggio in danno dei Ricciardelli e dei fratelli Goduti, mentre per Antonio Altobelli, Eustachio Grassi, Giacomo Pappone e Raffaele Valenzio venivano trovati gravi indizi di reità anche per le estorsioni che ci furono nei giorni successivi in danno di Giuseppe Miresse, Vincenzo Sacchetti, Filippo Vecchiarelli ed altri (Sezione d'accusa della Corte di Appello di Napoli vol. 74, sentenza n. 136 del 16 agosto 1862). Alla fine la Corte di Assise di Benevento, con sentenza del 19 dicembre 1862, condannò Giuseppe Altobelli e Raffaele Valenzio ai lavori forzati a vita, Eustachio Grassi a 22 anni, Orsola Carella e Maria Giuseppa Valenzio a 12 anni di lavori forzati (Giornale di Napoli, n. 104 del 6 maggio 1863). [da: "La reazione borbonica in provincia di Benevento" di Mario D'Agostino, Fratelli Conte Editori, Napoli, 1987]

. 23 novembre 1863 - la banda Caruso andò a riposarsi nella masseria Paoletta in tenimento di Montefalcone, chiudendo in una stanza i proprietari

7 dicembre 1863 - sempre nella masseria Paoletti avvenne fra la forza e la banda Caruso, una vera carneficina poiché da 24 bersaglieri e 36 Guardie Nazionali comandate dal capitano Carmine Goduto furono al Caruso uccisi sette dei suoi otto compagni . il Caruso con un certo Testa scappò in tenimento di San Giorgio la Molara Giuseppe Antonio Paoletti che ha dovuto dare ricovero alla banda, va a dirlo alle Autorità; teme di essere messo in galera come manutengolo. Gli fanno coraggio; piuttosto avvisi in tempo quando Caruso ritornerà da lui; per compenso e per attutirgli la paura, gli danno 850 lire in premio. Risultato, quando il luogotenente Alberto Ulliasco alle due di notte con un plotone di bersaglieri il 6 dicembre 1863 circonda la casa, i briganti si difendono ad oltranza. Meglio aspettare per prenderli altri rinforzi, un plotone di Guardie Nazionali di Roseto Valfortore e una brigata di Carabinieri Reali. Nel conflitto a fuoco, il giorno dopo, rimangono feriti due contadini della masseria. Si va a cercare i briganti; tutti morti: Giuseppe Spinelli da Casalnuovo; Matteo Bartoletti di Castelmaggiore; Carmine Parisio di Basilicata, Baldassarre Tocitillo da Molinara, Luigi Mastrolitto da Torremaggiore e due di Castelnuovo di cui non si conoscono i nomi

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