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CASTELPAGANO

L'INSURREZIONE DI CASTELPAGANO CONTRO GARIBALDI

BRIGANTAGGIO

CICCHINO - CIMINO

CASTELPAGANO

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

L'INSURREZIONE DI CASTELPAGANO CONTRO GARIBALDI

di Enrico Narciso

da: "S. Croce del Sannio nel Risorgimento 1799-1884" - Edigrafica Morconese, 1984

Il tredici ottobre 1860 una rivolta popolare avveniva in Castelpagano contro Vittorio Emanuele II e Giuseppe Garibaldi. I capi e promotori della reazione furono degli artigiani di S. Croce: Nicolangelo Di Maria, Luigi Di Maria, Reginaldo Anzovino. Negli Atti del processo leggiamo che qualcuno degli organizzatori propose di accendere delle candele davanti ai ritratti di Francesco II e della Regina. Qualche altro entrò nel posto di guardia chiedendo i ritratti di Vittorio Emanuele II e di Garibaldi perché "se li voleva fumare nella pipa". La popolazione insorta gridava che Garibaldi era uno sfamato, indebitato, di aver messo dei pesi finanche sulle galline e di aver fatto incarire il pane in Sicilia fino a sei carlini il rotolo. L'arresto di Nicolangelo Di Maria, Luigi Di Maria e Reginaldo Anzovino fu ritardato poiché il capo della Guardia Nazionale di S. Croce riteneva che molti membri della guardia la pensassero allo stesso modo. Riportiamo la descrizione che ne fanno gli Atti del Processo: "Il capo compagnia della Guardia Nazionale di Castelpagano, il Sindaco ed il supplente giudiziario di quel comune il di 15 Ottobre ultimo rapportavano al Giudice del Circondario che la sera precedente a circa le ore ventiquattro si erano in quell'abitato intese delle grida di Viva Francesco II e poscia in duecento persone si erano recate, cosi gridando, dapprima nella casa del cancelliere comunale, ed indi in quella del Sindaco, dimandando tumultuosamente il ritratto di Francesco II e Consorte, e che da quest'ultima si erano trasferiti nel Posto della Guardia Nazionale e là ad onta delle ammonizioni, avevano quei ritratti esposti ed acceso un gran fuoco là avanti e delle lucerne rastrelliera. Quei funzionari indicavano come capi e promotori della seguita reazione Nicolangelo Di Maria, Luigi Di Maria e Reginaldo Anzovino di S. Croce di Morcone, nonché Vincenzo Raffaele Massarelli di Cerreto i quali avevano eccitato il popolo a ciò fare. Il Giudice di Sepino Signor Gennaro Arpaia, il quale per delegazione funzionava in Santa Croce, si occupò della correlativa istruzione; e quantunque in seguito quel magistrato fosse stato messo in ritiro, il Sign. Procuratore Generale della Provincia dispose che si fosse completata nel Giudicato di Sepino. I risultati sono i seguenti. La sera su riferita Giuseppe e Michele Rubertone fu Nicola, Giuseppe Raguso di Riccia, Stefano di Stefano di Crispano, colà domiciliati, usciti dalla cantina di Domenico Rubertone, incominciarono a gridare: evviva Francesco II. Quindi seguiti da Pasquale Calairai fu Michele, Domenico di Pinto fu Salvatore, Adamo Calairai fu Giuseppe, Rocco di Pinto di Domenico Calairai, Giuseppe Caruso di Michele, Arcangelo Nista fu Michele, Pasquale Rubertone, Michele Granescone di Gregorio, Pietro Laudati di Tiberio... Nicolangelo e Luigi Di Maria di Angelantonio e Reginaldo Anzovino di Santacroce e sempre crescendo di numero si recarono alla Casa del Cancelliere Comunale D. Arcangelo Marra e chiesero a costui i ritratti di Francesco II e Consorte. Quegli loro disse essere stati disfatti dalla Guardia Nazionale colà andata in altra occasione a ristabilire l'ordine, ma il mentovato Pasquale Calairai rispose essere a conoscenza sua che erano stati disfatti i mezzobusti di gesso, e poscia invitò la moltitudine a recarsi, come fecero, dal Sindaco, cui replicatamente dimandarono quel ritratti che furono loro dati invece dalla moglie Letizia di Mariarosa. Allora si avviarono al posto della Guardia Nazionale. Ivi il su mentovato Giuseppe Rubertone fu Pietro si presentò con quelle effigie per riporvele, ma statone respinto, ad insinuazione di D. Giovanni Nista, di D. Nicola Nista e D. Nicola Maria Mazzucchelli, ritornò fra quella turba per persuaderla a desistere. S'intese intanto che dessa forte gridava: "Si debbono mettere i quadri, meniamoci tutti". Epperò il Rubertone sì avanzò di nuovo e fu seguito dalla moltitudine, nel posto di Guardia e quivi le Guardie Nazionali Gaspare Mucci e Francesco Colesanti presero quei ritratti e li fermarono con chiodi al muro. In seguito il sopraddetto Giuseppe Raguso propose una questua per comprare dell'olio e delle candele per accenderle innanzi a quei ritratti; e difatti ritornato il Raguso con l'olio sì accesero delle lucerne, sulla rastrelliera. Fu pure acceso un gran fuoco innanzi al posto di Guardia, e quella gente passò l'intera notte in baccano, essendosi suonate a festa le campane. E' da notarsi che Angelo Calairai, armato di scure, entrò nel detto posto di guardia, chiedendo i ritratti dì Vittorio Emanuele e Garibaldi, dimandati pure dalla moltitudine, perché se li voleva fumare nella pipa, ma quei ritratti erano stati già precedentemente tolti dalle guardie. E' da notarsi pure che il testimone Ciriaco Pedicino dichiarava avere Nicolangelo Di Maria con lui detto doversi togliere la piuma tricolore che portava al cappello, perché quando prima sarebbe andato arrestato; e che avendo a tal discorso preso parte anche il germano del Di Maria Luigi, costui aveva aggiunto aver vinto Francesco II spedendo la truppa fino al ponte ...per impedire ogni comunicazione al Dittatore Garibaldi, il quale era uno sfamato, indebitato, di aver messo dei pesi finanche sulle galline e di aver perciò fatto incarire il pane in Sicilia fino a sei carlini il rotolo. Pedicino diceva essere stati a tal discorso presentì Francesco De Matteis, Michele Nista, Luigi Morrone e Donato Nista, ma costoro anche in contraddizione con Pedicino si sono mantenuti fermi in sostenere di non aver udito dal Di Maria le cose da lui riferite". Il giudice del mandamento di S. Croce emanò l'ordine di cattura per gli organizzatori della sommossa: Nicolangelo e Luigi Di Maria di Angelantonio e Reginaldo Anzovino fu Giovanni. Il capo della Guardia nazionale di S. Croce, Giuseppe Galanti, fu d'avviso contrario per impedire altri eventuali disordini, a S. Croce di Morcone. "Signore, Ella ha disposto che io facessi procedere con tutta prudenza e ponderazione all'arresto di Nicolangelo Luigi Di Maria di Angelantonio e di Reginaldo Anzovino fu Giovanni, e io per questa istessa prudenza e ponderazione devo manifestarle che un tale arresto o non potrebbe aver luogo per i molti aderenti che sventuratamente si trovano nella Guardia Nazionale, o di peggio catturati i medesimi ho fondamento a credere senza ingannarmi, che l'ordine venga di bel nuovo turbato o che gli arrestati rimanessero in questo carcere, o venissero inviati in Sepino. Sicché avviso che la disposizione di Lei debba essere sospesa per ora. Ciò di riscontro al suo uffizio in data di ieri N. 223. Il comandante la Guardia Nazionale Giuseppe Galanti".

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BRIGANTAGGIO

di Giuseppe Nista

da: "Castelpagano nella cronistoria" - Inedito in corso di pubblicazione, 2000

[] . Coll'annessione del Regno delle Due Sicilie all'Italia (Piemonte), sorse nel Meridione il fenomeno del brigantaggio, fomentato e favorito dai partigiani dell'ex re Francesco II di Borbone e dalla chiesa in generale. Il 21 e il 22 ottobre 1860, i Castelpaganesi si recarono alle urne per decidere dell'annessione al Piemonte. Il Plebiscito fu quasi unanime. Qualche grido di "VIVE FRANCISCHE" fu subito stroncato. Ma, il malcontento del popolo e della piccola borghesia per l'aumentato prezzo del pane e del sale, per i nuovi tributi imposti dal Governo e per la concorrenza dell'industria Settentrionale più progredita, riaccese in Francesco II la speranza di riconquistare il trono di Napoli con il segreto ausilio di nuovi reparti militari composti da disertori o renitenti alla leva Italiana, da evasi dalle carceri, da reazionari e da elementi del disciolto esercito Borbonico. La reazione sfociò nel brigantaggio, finanziato dal comitato di Napoli che era in continuo contatto con Palazzo Farnese di Roma, sede dell'esilio di Francesco II, messogli a disposizione dallo Stato Pontificio. Francesco II, pensava di aver trovato nel brigantaggio il mezzo più efficace per poter ritornare nuovamente sul trono di Napoli. Tutta la zona intorno a Castelpagano pullulò di bande di briganti, tanto che i benestanti vissero sotto la paura di una continua minaccia; talvolta interi paesi furono saccheggiati, insomma, si rubava e si uccideva in nome di "Francische". Molte di queste bande, erano formate da ufficiali e soldati sbandati dopo la disgregazione dell'Esercito Borbonico, tendevano, con le loro scorrerie, a minare alla base il nuovo governo prima che prendesse un assetto definitivo. Castelpagano non fu risparmiato dalle scorrerie di queste bande, delle quali facevano sovente anche cittadini Castelpaganesi. Alcune località dell'agro Comunale, quali Bosco S. Maria e Contrada Morgia di Trek, costituirono luogo di rifugio e bivaccamento per i briganti. A difesa dal brigantaggio fu istituita anche a Castelpagano la nota Guardia Nazionale, costituita da nuclei locali di volontari armati e affiancati alle Forze dell'Ordine Pubblico. Di quell'epoca, molti sono gli episodi che tra il popolo Castelpaganese si narra essere avvenuti nella zona. E' noto l'episodio della cattura, da parte dei rappresentanti locali della Guardia Nazionale di quattro briganti nel bosco Santa Maria. Erano briganti locali e forestieri; furono fucilati e sepolti in località San Rocco, alle spalle della chiesetta omonima. Vivissimo è il ricordo della storia del giovane Antonio A., bandito per necessità. Dal desiderio di studiare fu spinto a scrivere lettere intimidatorie a famiglie benestanti di Castelpagano, per procurarsi i mezzi economici necessari. Fu catturato nel luogo stabilito per ricevere il denaro richiesto, in via Valle, presso il Frassino (ormai scomparso), sito nella proprietà dei sig. Mutino, nella località detta "sotto ro pass". Successivamente, però, riuscì a continuare gli studi nel carcere, laureandosi in medicina a Roma, dove lavorò prima e dopo la laurea, e dove morì in età avanzata, rinnegando, a causa del fatto, per sempre il paese che gli aveva dato i natali. Si ricorda pure l'episodio avvenuto in località "Mulino di Nista". Alcuni briganti tentarono di rubare i cavalli alla pastoia nei pressi del mulino. Il Nista, proprietario del Mulino (padre del defunto Avv. Giuseppe "dei Capitani"), accortosi del tentativo di furto, si appostò facendo fuoco verso i banditi, i quali fuggirono lasciando sul terreno un morto e un ferito grave. Nella zona di Castelpagano si ricordano due raccapriccianti delitti; il primo ebbe per vittima un componente della famiglia dei .., il quale fu lasciato morire in una caldaia piena di latte su un fuoco lento, in seguito al mancato pagamento del riscatto per la sua liberazione da parte dei famigliari. L'altro episodio, avvenne nelle adiacenze di S. Croce del Sannio, per volere del feroce Michele Caruso. Come scrive il Giambattista Mascitta "Il 19 settembre 1862 vengono derubati e assassinati da trenta briganti a cavallo gli sposi Luigi Stanislao Fusco di Frasso e Carolina Cinelli di Morrone, che in carrozza viaggiavano per recarsi a Frasso, il truce reato è consumato sul ponte del Tammaro nel piano di Sepino. Il giorno successivo le spoglie di quei miseri barbaramente dilaniati vengono raccolti in bare distinte e tumulate nel locale cimitero". Ma perché tanta efferatezza contro due giovani sposi che, coronato il loro sogno d'amore, raggiungevano il proprio nido? La voce popolare parla ancora di delitto passionale. Pare, che la giovane, in precedenza amoreggiasse col Caruso, ma quando la donna e i suoi genitori seppero che il giovane, da sottufficiale dell'Esercito Borbonico si era dato alla macchia dopo lo sbandamento delle truppe di Francesco II, respinsero le sue offerte amorose. A nulla valsero le minacce del focoso innamorato, anzi, quasi a sfidare le sue ire, i parenti fecero fidanzare e sposare Carolina col Fusco. L'epigrafe, murata oggi presso l'obitorio del nuovo cimitero di Sepino, così ricorda il nefando delitto:

Passeggero ti soffermi e piangi,

qui la civile Sepino a mirabile esempio di cristiana pietà

dopo solenni e gratuite esequie dava riposo a

Luigi Fusco da Frasso e a Carolina Cinelli da Morrone

giovani sposi e vergini ancora respinti dal talamo e da

spietati briganti trucidati presso il ponte del Tammaro

nel giorno XIX di settembre 1862.

La madre della innocente sposa Beatrice Barbieri per debito

di riconoscenza alla terra ospitale questa lapide fra le lacrime ponea,

passeggero se non piangi di che pianger suoli?".

.. un altro episodio di brigantaggio, svoltosi in Castelpasgano ed ai danni dei cittadini locali, fu il rapimento di un bambino di pochi anni a scopo di estorsione. Tre briganti di Colle Sannita, rapirono l'allora bambino Rocco De Matteis (nonno dello scomparso avv. Rocco) mentre portava al pascolo il suo piccolo gregge di pecore. Per sfuggire alla cattura, i briganti portarono il piccolo nelle vicinanze di Decorata (frazione di Colle Sannita), nascondendosi in un pagliaio. La Guardi Nazionale di Castelpagano, venuta a conoscenza del fatto, si mise all'inseguimento dei briganti seguendone le tracce sulla neve (nella zona più alta di Castelpagano c'era un pò di neve), riuscendo così a catturare i briganti ed a riportare il piccolo Rocco ai genitori. I tre malviventi, furono condotti in paese (furono rinchiusi per la notte in un locale in via Vittorio Emanuele) e fucilati la mattina successiva in località San Rocco dove furono sepolti in una fossa comune (1865).

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CICCHINO-CIMINO

di Giuseppe Nista

da: "Castelpagano nella cronistoria" - Inedito in corso di pubblicazione, 2000

A sentir nominare Cicchino, le donne di Castelpagano ancora oggi tremano per lo spavento. Cicchino fu un terribile brigante. "Era di bassa statura", dice il Perrella, "snello, mingherlino; aveva volto arcigno e privo di peli, naso rincagnato, occhi grifagni, colorito terreo, e nell'insieme compariva una figura ributtante. Agile più di uno scoiattolo, scaltro come una volpe, di animo perfido e di cuore insensibile, fu il terrore di quasi tutto il Molise e dei comuni circostanti". Suo luogotenente era un brigante non meno crudele e terribile, Cimmino, che era anche l'amante della sorella del capo banda, Maria, questo era il nome della bellissima fanciulla che seguiva sempre il fratello in tutte le sue azioni brigantesche. Maria, vestiva da uomo e come tale andava sempre armata e aveva lo stesso istinto feroce del fratello e lo stesso disprezzo per il pericolo stando sempre in primo piano quando si ingaggiava battaglia con le Guardie Nazionali. A causa della gravidanza però, finì con il divenire di peso per la banda che aveva bisogno di muoversi agilmente, essendo continuamente braccata dalle Guardie Nazionali. In uno di questi inseguimenti, i briganti la uccisero per evitare che la fanciulla cadesse nelle mani degli inseguitori che a volte diventavano più crudeli degli stessi briganti. Cicchino cominciò a fare il brigante nel tempo in cui Francesco II di Borbone, re delle due Sicilie si trovava a Gaeta, dopo che a Napoli era entrato Giuseppe Garibaldi. Cicchino, divenne ben presto il terrore di tutta la zona, lasciando tracce delle sue gesta brigantesche un po' ovunque. La fine di Cicchino, avvenne a causa di una lite scoppiata tra lui e il suo braccio destro Cimino durante una partita a carte, vennero alle mani, ma ben presto tirarono fuori i coltelli e Cimino cadde sotto i colpi del capo banda. Cicchino, invece, ferito e febbricitante, si rifugiò in una masseria nella speranza di essere curato, ma il contadino avendolo riconosciuto, corse ad avvisare la Guardia Nazionale, la quale lo catturò e lo giustiziò. Con la morte di Cicchino e del suo luogotenente Cimino, tutta la popolazione della zona, diede un sospiro di sollievo, era come se la minaccia di una tempesta si fosse improvvisamente allontanata. L'incubo in cui si era vissuto per molto tempo cessava per incanto e si tornava a respirare e a vivere in serenità. In quel periodo della storia Italiana, molte persone, sia del popolino che dei "signori", non sapevano più da che parte stare, cioè non sapevano a favore di chi o contro di chi lottare. Fu proprio in quel periodo di politica turbolenta, che a Castelpagano divenne famosa la frase "VIVA CHI REGNA", questa risposta veniva data a chi avesse chiesto a qualunque Castelpaganese "pe chi staie?" (per chi sei?). Se qualcuno avesse domandato che cosa era l'Italia, almeno il 90% dei Meridionali non avrebbe saputo rispondere, e l'altro 10% non ne sapeva molto di più. Si parlava di "Piemontesi" come si sarebbe parlato (si era parlato) di Spagnoli, di Francesi, di Tedeschi o di Austriaci; tanto la gente era avvezza alle invasioni degli stranieri da non sapere immaginare che ci potesse essere una'altra specie, diciamo così, di invasione. Nei riguardi dei soldati chiamati alle nuove leve, si diceva che partivano per l'Italia. Il popolo non capiva quale grande mutamento avvenisse in Italia (anche se non tutti sono convinti di ciò nemmeno dopo più di un secolo): esso detestava quelle novità, riteneva fossero tutte a vantaggio della classe odiata dal fondo del cuore, i "Signori", cioè, tutti quelli che credevano di poter vivere senza lavorare. Le tasse, cresciute improvvisamente in modo insopportabile e non proporzionate ai guadagni e alle rendite, facevano si che i più ritenessero il nuovo governo composto tutto da ladri. Il capo dei ladri era ritenuto lo stesso Vittorio Emanuele e, per sfogare in qualche modo il rancore, lo chiamavano "LU CECATE" (IL CIECO).

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