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BRIGANTI A PICINISCO

da:"STORIA DI PICINISCO" di Vincenzo Arcari APICE Roma 1959

http://www.comune.picinisco.fr.it/Picinisco/home.html

Generalità

Mammone

Frà Diavolo

Panetta

Risorgimento

Guardia Nazionale

Il Brigantaggio

Chiavone

Comico Episodio

Altro Episodio

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


GENERALITA'

La metà del secolo XVIII trascorse tranquilla nelle contrade della valle di Comino, ma la fine del '700 fu, come in altri luoghi, assai tempestosa.

Nel 1796 Ferdinando I, Re di Napoli, sostando con tutta la sua corte nella Badia di Montecassino, ordinò la leva in massa per essere in grado di respingere i repubblicani francesi, i quali giunsero solo nel 1798. Lo stesso re si ritirò poscia a Capua, provvedendo a rinforzare le guarnigioni e a far sorvegliare bene i confini del regno, ove inviò molti reggimenti di fanteria da Napoli, da Capua e da Gaeta ed alcuni reggimenti di cavalleria da Aversa e da Nola.

In ogni città esisteva un capo-sanfedista (1), il quale, a sua volta, aveva in ciascun paese un capo-massa. L'attività svolta da detti capi, purtroppo, non era quella per la quale erano stati nominati. Essi, infatti si servivano della carica per mal governare in nome del re Ferdinando; difatti, dispoticamente, si diedero alle vendette ed alle rapine.

(1) Sanfedismo: movimento sorto nel 1799 nei bassi ceti popolari dell'Italia meridionale. Esso, sollevatosi in nome della fede e dei costumi aviti, organizzato un esercito della Santa Fede, oppose sanguinosa reazione all'attuazione dei principi della rivoluzione francese, tentata dai primi patrioti italiani della repubblica partenopea.

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MAMMONE

Era capo-sanfedista sorano, comandante di tutte le forze della provincia di Terra di Lavoro. Costui il 18 giugno 1799 giunse in Atina da Sora per passare in rivista tutte le truppe borboniche ivi dislocate.

Era vestito da colonnello di cavalleria e spiccava in mezzo a molti ufficiali a cavallo, tutti con uniformi nuove. Le armi erano quelle dei soldati del re di Napoli. Gli fu reso omaggio, vennero sparati alcuni colpi di cannone in suo onore e la rivista fu passata da lui anziché dal Re, come aveva promesso nella piazza della città.

"Gaetano Mammone, molinaro, capo dell'insurrezione di Sora, fu mostro orribile di cui difficilmente, scriveva il Coco, se ne ritrovava l'uguale. Il suo desiderio di sangue umano era tale che beveva tutto quello che usciva dagli infelici che faceva scannare; chi scrive dice il Coco ha veduto lo stesso Mammone bersi il sangue suo dopo essersi salassato e cercare con avidità quello degli altri salassati che erano con lui; pranzava avendo a tavola qualche testa ancora grondante di sangue e beveva in un cranio..."

A questo uomo-belva il re Ferdinando e la regina Carolina d'Austria scrivevano: " mio generale e mio amico ".

Alla morte di Mammone nel 1802, a continuare la catena dei delitti giunse nei circondano sorano:

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FRA DIAVOLO

Durante l'occupazione francese gravi danni, inauditi tormenti ed atroci delitti sopportarono le popolazioni del regno di Napoli. Narrano le storie per sommi capi, ma ogni comune ricorda, per tradizione, il racconto delle gesta criminali di quelle bande di fuorusciti che derubavano, saccheggiavano ed uccidevano impunemente in nome del Borbone, per restaurare la perduta signoria.

Nel 1806 infestava le contrade dell'alta Campania il feroce brigante Michele Pezza, ben noto e conosciuto sotto il nome di "Fra Diavolo". Era ricercato dalla polizia francese per continue rapine e per numerosi delitti. Da Itri, suo paese natio, passò a Campillo ed a S. Giovanni Incarico, pubblicando e distribuendo proclami del re Ferdinando che incitavano all'insurrezione le Popolazioni oppresse dai francesi.

Poi passò ad Arce ed in Arpino dove fu accolto con grande entusiasmo di tutti; si fermò infine a Sora, dove radunò circa cinquecento soldati del disciolto esercito borbonico. Le popolazioni, non potendo più soffrire le grassazioni di "fra diavolo" chiesero aiuto a Giuseppe Bonaparte, re di Napoli (1806-1808) il quale fece assalire le truppe reazionarie del masnadiero con due battaglioni di 700 uomini ciascuno, con 16 brigate di gendarmi, comandate dal capitano De Francis e da due colonne mobili composte complessivamente di mille soldati.

Dopo due sanguinosi scontri l'uno con il generale Valentin e l'altro col capo battaglione Chevardes, comandanti delle truppe francesi, "Fra Diavolo" ebbe la peggio e rimasto con soli sessanta uomini, si ritirò sulle montagne, riuscendo a rinforzare la sua piccola schiera con altre sessanta persone. Allo scopo di debellarlo per sempre partì da Cassino il capitano De Franchis con le sue brigate di gendarmi, mentre altre forze si concentrarono a Pontecorvo, pronte all'azione.

La masnada di "Fra Diavolo", accresciuta da molti infimi elementi, assoldati durante le sue scorrerie, fu attaccata il 17 settembre 1806 dalle truppe del colonnello Forestier in Arpino e costretta a ripiegare verso Sora. Il 24 dello stesso mese l'esercito francese, comandato dal generale Giovanni d'Espagne, assediò e conquistò la suddetta città, ferì ed uccise molti soldati borbonici e costrinse "Fra Diavolo" a fuggire, con pochi satelliti, attraverso la valle Roveto.

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PANETTA

Fugati i banditi di "Fra Diavolo", un nuovo temuto brigante gettò il terrore nella zona. Era costui il feroce Benedetto Panetta da Villa Latina, il quale abbandonato il gregge e la zappa, dopo aver militato con "Fra Diavolo" e con "Mammone", reclutò un buon numero di fuorilegge e si diede a depredare e ad insanguinare le nostre contrade.

Il 27 settembre 1806 il Panetta iniziò l'assedio di Atina con 700 uomini. Gli atinati chiusero le porte ferrate della città e, armati alla meglio, si difesero strenuamente anche con zappe, accette e sassi. Rimasti senza viveri e senza munizioni richiesero rinforzi ai francesi che si trovavano a Cassino. Al terzo giorno d'assedio, sull'imbrunire, apparvero in lontananza a galoppo 17 dragoni francesi comandati dal colonnello Comper. I briganti, credendo che tale contingente di cavalieri fosse l'avanguardia di numerosa truppa, sì diedero alla fuga; inseguiti anche dagli atinati fino al piano, furono distrutti.

Panetta riuscì a salvarsi, giurando e minacciando vendetta contro Atina, ma dopo qualche anno il suo compare, Luigi Martini da Casalattico, allo scopo di incassare la grossa taglia che pesava sulla sua testa, nel radergli la barba, gli inferse una mortale ferita al collo.

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RISORGIMENTO

L'Italia, divisa in tanti Stati, schiava ed oppressa dallo straniero, anelava all'indipendenza, all'unità, alla libertà. Queste grandi idealità erano le direttive del risorgimento italiano. Per raggiungere queste sante aspirazioni, bisognava liberarsi dei diversi sovrani italiani che non volevano rinunciare ai loro troni e combattere tutti coloro che ostacolavano il nostro risorgimento e principalmente l'Austria.

Molti patrioti, non potendo esprimere liberamente le loro idee, si riunivano in sette segrete per sfuggire alla rigorosa vigilanza della polizia. Così si diffondeva piano piano l'idea unitaria e si creavano moti rivoluzionari che nel 1821 facevano capo alla Carboneria.

Sorsero anche nelle nostre contrade tali movimenti liberali tra cui uno in Atina nel quale emergeva la figura patriottica di Silvio Palombo. Con il 1848 ebbe inizio l'aurora del Risorgimento. La costituzione, proclamata da Carlo Alberto, la guerra dichiarata all'Austria, l'appello del Re Sabaudo ai popoli della Lombardia e della Venezia, con il quale prometteva di "muovere in loro aiuto col cuore di fratello e di amico, per amor di stirpe, per intelligenza dei tempi, per comunanza di voti", fecero palpitare ogni cuore di italiano.

Il Borbone, sebbene assai più tardi, elargì anche lui la Costituzione, allo scopo di salvare il Trono. Tra i più accaniti assertori della libertà fu Giacinto Visocchi di Atina, fiaccola vivificatrice, sempre ardente di purissimo amore verso la Patria. Scrisse il "catechismo per la guardia nazionale", nel quale, tra l'altro, si legge: "Siamo tutti armati per la libertà, ogni casa, ogni abituro sia un castello in una città, dove trovi morte certa il sicario, nemico della libertà di un popolo... Sia disfatto ogni edificio ed ogni opera che ricorda al popolo la sua servitù. Malvagio è quel cittadino che non difende il patto della Costituzione fino all'ultima stilla del suo sangue: maledetto chi alla servitù non prepone la morte... La guerra ancora non è finita. Italiani tutti, prendete le armi, maschi, femmine, fanciulli, vecchi, cacciate lo straniero. Italiani, questa è l'ultima ora che decide delle nostre vittorie".

Il Visocchi ebbe a soffrire, come rappresaglia del Borbone, dure persecuzioni. La sua preziosa esistenza però era minata ed in Atina l'8 ottobre 1854 si spense per le grandi sofferenze che aveva dovuto sopportare. A lui fu pertanto preclusa la visione del nostro radioso risorgimento. Con la sua morte non ebbe termine in questa zona il movimento liberale, nonostante il rigore del Borbone e della Casa di Asburgo. Garibaldi pose fine al dominio borbonico con il suo ingresso trionfale a Napoli il 7 settembre 1860. Il giorno successivo in Sora, fra lo stupore dei borbonici locali e l'allegria immensa dei liberali, i cittadini dopo aver tolte le insegne pubbliche del Borbone, inalberarono la bandiera di Vittorio Emanuele II. Dopo il discorso politico inneggiante a Casa Savoia, fu costituito il governo provvisorio per i paesi del circondario di Sora, composto dal sindaco Alfonso Visocchi, da Giuseppe Colucci, sottointedente di Sora, col potere esecutivo; da Lorenzo Iacovelli di Picinisco, Giuseppe Polsinelli di Arpino, Francesco Loffredo ed Alessandro Ferrari di Sora, Giustiniano Nicolucci di Isola Liri, Gaetano Pelagalli di Aquino, Federico lucci di Cassino, Calcagni di Arce quali coadiutori e consiglieri.

E' doveroso ricordare l'altro nostro concittadino prof. Antonio De Antiquis, il quale, lasciato l'insegnamento e la poesia, seguì Garibaldi, prendendo parte alla battaglia del Volturno.

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GUARDIA NAZIONALE (1848-1870)

La Guardia Nazionale fu istituita con decreto di Ferdinando II, Re delle Due Sicilie, il 13 marzo 1848. Avevano il diritto ed il dovere di appartenervi tutti i cittadini atti alle armi. Questa istituzione di forza armata aveva il carattere locale e perciò, secondo il numero degli abitanti, si potevano formare compagnie o battaglioni o legioni. Suo compito principale era quello di affiancare nel servizio di pubblica sicurezza i soldati e i carabinieri.

Ad Atina fu creato un battaglione che comprendeva: due compagnie con sede nel capoluogo, una a Casalattico, una a Belmonte Castello, una a Picinisco, una a Villa Latina. Ogni compagnia aveva un capitano, quattro tenenti, sei sergenti, otto caporali ed un centinaio di militi, tutti dotati di uniforme. Due sottufficiali, veterani dell'esercito, curavano la istruzione. Appena istituita tale Guardia Nazionale, al suo comando in Atina fu proposto il letterato e patriota Giacinto Visocchi.

In seguito il comandante del battaglione fu il maggiore Francescantonio Visocchi; capitani erano Luigi Panico e Silvio Palombo; tenenti: Antonio Tortolani, Nicola Mattacchione; portabandiera era Luigi Palombo. La compagnia di Belmonte era comandata da Michele Vettraino; quella di Casalattico da Pietro Taddei; quella di Picinisco da Filippo Ferri e da De Marco Filiberto; quella di Villa Latina da Giuseppe Franchi.

Ogni domenica tutte le compagnie dei diversi comuni si recavano in Atina per istruzioni e per esercitazioni di tiro a segno. Il battaglione della guardia nazionale di Atina era continuamente mobilitato per la caccia ai briganti nelle montagne; ebbe meritati encomi e con decreto reale la sua bandiera fu decorata con la medaglia d'argento (1861-1870).

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IL BRIGANTAGGIO

Con la caduta di Capua, con l'entrata di Garibaldi a Napoli, con la resa di Gaeta e con la detronizzazione di Francesco II, incominciò nel mezzogiorno d'Italia la reazione borbonica, che degenerò in brigantaggio, propagatosi funestissimo anche nel Lazio e nella Sicilia.

Alcune bande di briganti, tra cui quella di Chiavone di Sora, si costituirono con gli avanzi dell'esercito borbonico in dissoluzione, accresciute da un certo numero di detenuti, per reati comuni, i quali riuscirono ad evadere dalle carceri.

"Il contadino tra noi era il più vile della nazione; era una bestia da soma a cui si lasciava quanto bastava per sostenere il suo fardello. Si vedeva spogliato di quanto raccoglieva dai feudatari, dai governatori, dagli avvocati, dai mendicanti ecc. Un panno grossolano, quando non era lacero, una camicia di canovaccio formava tutto il suo vestire. Un pezzo di pane di granoturco, una minestra di cavoli condita di solo sale, vino cattivo ecco tutto il pranzo. Un tugurio meschino e sordido, esposto a tutti gli elementi atmosferici, formava la sua abitazione. Viveva in perpetue angustie ed apprensioni e molti abbandonavano questo ingrato travaglio per darsi ai furti ed alle aggressioni".

Questo triste tenor di vita spiega l'origine e la diffusione del brigantaggio che durò nelle nostre contrade fino al 1870. Le buone e semplici popolazioni dell'alta Campania non sfuggirono al brigantaggio che si propagò nel Sorano e nei dintorni di Cassino.

In Atina, centro di queste due contrade, esso non attecchì sia per la vicinanza della città ai monti bassi e di non alta vegetazione, sia perché sede di un battaglione della Guardia Nazionale e di un altro di bersaglieri che di continuo gli davano la caccia. Si propagò invece in tutti i paesi montani che, per ragione di commercio e di viabilità, facevano capo ad Atina.

Nel territorio di Cervaro s'aggirava il capo brigante Cristofaro Valente; in quello di S. Elia Fiume Rapido, Belmonte Castello e fino alle case di Villa Latina spadroneggiava la banda Colamattei. Da S. Biagio Saracinisco alla valle di Canneto, in tenimento di Picinisco e Settefrati, aveva inespugnabile rocca la temuta banda Fuoco, che si spingeva fino ad Isernia ed all’opposto versante infestava Barrea ed altri paesi della provincia di Aquila. Nei monti di Casalattico e di Casalvieri agiva la banda Mazza e piccole bande locali di minore importanza nei monti di Roccasecca.

Con ferrea disciplina tutte queste bande erano in relazione tra loro e ognuna aveva un territorio assegnato per le proprie scorribande; nessuna banda poteva invadere il campo di azione dell'altra. Così, complice la notte, si commettevano rapine, ricatti, estorsioni, sequestri di persone, violenze, sevizie, mutilazioni; tutto questo veniva effettuato con ogni mezzo compreso i travestimenti, le scomparse rapide e le improvvise, misteriose riapparizioni.

Nascosti tra boschi fitti ed annosi si studiavano i piani delittuosi che culminavano in orribili misfatti. Mentre tra i briganti vi furono quelli che toglievano il danaro ai ricchi per donarne in parte alla povera gente, vi furono altresì quelli il cui motto era la ferocia. Seppellivano il frutto delle loro rapine presso i castelli per riprenderlo dopo l’auspicato ritorno di Francesco II, detronizzato. Masnade turbolenti organizzate e solidali erano pronte a predare ed a delinquere ed impunemente commettevano delitti di ogni specie.

Tra i briganti si ricorda Caruso che vantava di aver sgozzato con rasoio ben venticinque contadini inermi, di aver mozzato le orecchie ad una giovane che non volle piegarsi alle sue voglie e di avergliele fatte mangiare arrostite. La sua donna, Filomena, beveva il vino nel cranio di un bersagliere.

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CHIAVONE

Tra gli altri capibanda che infestavano Terra di Lavoro vi fu a Sora il reazionario Luigi Alonzi detto Chiavone assoldato dall'esule e detronizzato Re Francesco di Borbone. Del Chiavone, fucilato nel 1863 a Castel dì Sangro, raccolse la successione il brigante Fuoco, il quale ebbe lungo e sicuro asilo nei monti a nord di Picinisco, incutendo, con le gesta criminose della sua banda, spavento e terrore.

Intanto le popolazioni versavano in assai tristi condizioni; subivano la persecuzione dei briganti se obbedivano ai governativi ed erano fucilati dai governativi se aiutavano i briganti. In questo stato miserando era ridotto il Mezzogiorno dì Italia, quando nel marzo del 1863, Marco Minghetti assunse la responsabilità ufficiale della Presidenza del Gabinetto, in cui era anche entrato come ministro degli Affari Esteri il giovane deputato lombardo Emilio Visconti Venosta, e decise fermamente di far sparire il brigantaggio.

Una commissione parlamentare studiò con chiarezza e con competenza il fenomeno del brigantaggio e così fu emessa la legge Pica, la quale conferiva al Governo poteri eccezionalissimi per la repressione di esso. Ufficiali, per lo più piemontesi, mal conoscitori del Mezzogiorno d'Italia, agirono con estrema severità, riuscendo a distruggere in cinque anni tutta la grande organizzazione del brigantaggio; di esso restò solo qualche piccolo focolaio che resistette fino al 1870 procurando nuovi danni al paese.

Il generale Lamarmora asserì che le forze, che tennero fronte al brigantaggio, si valutavano a circa novantamila uomini ed erano comandate dal generale Pinelli negli Abruzzi e dal generale Pallavicini nella Basilicata. Il 27 giugno 1865 si iniziò la eliminazione del brigantaggio. Dal testo dei telegrammi, appresso trascritti, si può dedurre la veridicità di tale data e la fermezza con cui si intendeva portare a termine tale impresa.

Il prefetto De Ferrari, Capo della Provincia di Terra di Lavoro, dirigeva, infatti, al Gran Comando di Napoli ed al Ministero degli Interni in Firenze, questo dispaccio:

"Ottimo sindaco di Cervaro, Sig. Luigi Canale, mirabilmente secondato da capitano e guardia nazionale, da brigadiere e Carabinieri e da terrazzani Pasquale Risi, Rosa Ponio, Fortunato Soave, Giuseppe Ponio, Benedetto Arcieri, seguendo piano approvato pochi giorni prima dal sottoscritto, riusciva, mediante agguato, notte dal 25 al 26 liberare intieramente paese da feroci assassini guidati da Cristofaro Valente, che da due anni formavano desolazione di una parte provincia e principalmente dei mandamenti Cervaro, Cassino, Mignano. Banda era di sette ladroni: Valente Cristofaro, capo, e suo cugino Valente Domenico, ambo da Sant'Apollinare, uccisi in conflitto, Cerulli Angelo da Mignano, gravemente ferito; Risi Bernardo da Galluccio, Olivieri Antonio da S. Angelo di Cassino, Di Mambo Pietro da Cassino e Costantini Francesco da Sant'Apollinare, arrestati. Fatto stupendo, dovuto alla virtù cittadina della gente del paese, inaugura definitivamente distruzione brigantaggio".

Testo del telegramma-bando in data 24 luglio 1865:

"Diecimila lire di premio a chiunque presenterà vivo o morto prima della fine di agosto prossimo uno dei seguenti feroci assassini: Albanese Libero, Fuoco Domenico, Gravina Crescenzio, Guerra Francesco, Pace Antonio. Un premio straordinario e proporzionato all'importanza del caso a chiunque scoprirà e farà cadere in potere della giustizia alcuno dei loro fautori, manutengoli o complici di ogni maniera. Quando colui che rendesse all'umanità un simile servizio si trovasse bandito, presentandosi all'autorità, oltre il premio, otterrà di essere raccomandato per la grazia Sovrana. Pubblicatelo".

Tra gli episodi che sembrano romantiche avventure se ne ricorda uno che è veramente fantastico. Nell'inverno del 1865 Alfonso De Marco, tenente della guardia nazionale di Picinisco, appassionato cacciatore e vecchio lupo della montagna ed il suo amico Antonio Santangeli andarono a caccia sui monti che circondano a nord-est il paese.

Si inoltrarono per il sentiero che conduce al monte Meta e presso il balzo di Conca si trovarono circondati da una diecina di brutti ceffi con cappello a corno, tabarro, schioppo in i spalla, pugnale e pistola alla cintola. I malcapitati erano caduti nelle mani della banda Fuoco Domenico. Il Santangeli fu riconosciuto dai briganti e siccome non lo consideravano loro nemico, fu rimesso in libertà; non così il De Marco, al quale Fuoco aveva stabilito di far pagare, con la morte, tutti i tentativi di cattura e tutti i propositi di distruzione che questi aveva fatto contro la sua banda. Fuoco pensò di ricattare la famiglia del De Marco, chiedendo danaro e viveri. Trascorsi tre giorni e dopo aver ricevuto più volte il prezzo del riscatto, Fuoco non mantenne la parola ed ordinò che il catturato fosse fucilato sopra un pianoro. Intanto, mentre i briganti consumavano una lauta cena con le vivande che la famiglia stessa del De Marco aveva inviate e mentre facevano la "conta" per scegliere l'esecutore della sentenza di morte, uno di essi, il quale aveva ceduto alle preghiere ed alle promesse del Santangeli, col pretesto di far mangiare un pò il catturato, lo sciolse e sottovoce gli disse "da qui a poco sarai fucilato" e con un cenno gli fece capire: "cerca nella fuga la tua salvezza". Il De Marco, per lo spirito naturale di conservazione, per sfuggire a morte certa, con ardimento incredibile si precipitò dall'alto della montagna. Fuoco emise un grido formidabile, con gli occhi stravolti da sinistri lampi; coi denti stretti dalla rabbia per la preda sfuggita, imbracciando il fucile, insegni il fuggitivo. Ripetuti colpi echeggiarono nella fredda notte lunare e una palla sfiorò i calzoni del povero tenente; questi, però, favorito dalla neve alta, raggiunse incolume la valle presso il fiume Melfi, in contrada Castellone. La fuga del De Marco era avvenuta a quota 1460. Passò a guado il fiume, si diresse all'Aratisca ed al mulino Lauri si rivestì alla meglio con gli abiti del mugnaio e di poi raggiunse Picinisco, ove i suoi familiari già disperavano della sua salvezza. Dallo stesso De Marco il cav. Pietro Vassalli di Atina, noto pubblicista ed appassionato di storia del brigantaggio, apprese il racconto di questa drammatica avventura, della quale, il protagonista menava giusto vanto. Ai turisti, agli amici della montagna, ai viandanti è additato ancora oggi il luogo della fuga, che i piciniscani dal nome dell'ardito tenente, chiamano " Balzo di gnor’e Alfonso". Ma ben più triste sorte toccò al povero Santangeli il quale, presa la via del ritorno, con l'incarico di curare il riscatto per l'amico, fu raggiunto dai briganti che si erano lanciati all'inseguimento del De Marco. Aveva percorso poca strada quando l'amante di Fuoco gli si fece dinanzi e lo colpì più volte con un pugnale al ventre, gridandogli: "tutto per te questo", volendo con ciò vendicarsi della fuga del De Marco. Il disgraziato, trattenendosi l'intestino con le mani, raggiunse Valle Porcina e su una mula dei sigg. Boni, fu condotto presso i familiari a Picinisco, ove morì tra atroci sofferenze il 18 aprile 1865.

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COMICO EPISODIO

Lo stesso tenente De Marco era stato un anno prima protagonista del seguente episodio. Si era nell'inverno del 1864, e la neve aveva ricoperto tutti i monti circostanti. Alcuni cittadini di Picinisco, tra cui "gnor’e Alfonso", erano andati a caccia. Giunti nei pressi di Prato di Mezzo, videro uscire del fumo da una grotta nascosta da alberi. Ebbero subito il sospetto che in essa fossero i briganti, perché i pastori, in quell'epoca, si trovavano in pianura a svernare col gregge; il sospetto divenne realtà, quando videro la sentinella all'ingresso della grotta. Decisero tuttavia d'affrontare i malfattori e piano piano s’incamminarono verso la grotta in modo da giungere alle spalle della sentinella. Ma un colpo di fucile, sparato probabilmente dal De Marco, gettò l'allarme fra i briganti, i quali, presi i fucili, uscirono dalla grotta e cominciarono a far fuoco contro gli assalitori che a loro volta rispondevano al fuoco. I briganti erano una quindicina, i piciniscani sei, tra cui Modesto De Antiquis e Claudio Vacca.

Da poco aveva avuto inizio lo scontro quando una densa nebbia non permise più la visuale ai contendenti. Tuttavia i briganti continuarono a sparare ed i cacciatori avrebbero avuto la peggio se uno di essi, il trombettiere della guardia nazionale, Claudio Vacca, non avesse avuto la prontezza di spirito di attuare un suo felice piano.

Avendo portato con sé la tromba emise subito degli squilli militari che accompagnò con energici comandi "Prima squadra avanti, seconda squadra girare a destra". I briganti credettero allora di trovarsi di fronte ad un gran numero di soldati della Guardia Nazionale e cercarono la salvezza nella fuga. I coraggiosi e fortunati cacciatori, tornando a Picinisco, potettero raccontare l'ardita ben riuscita manovra, lieti ed orgogliosi di aver affrontato e messo in fuga un numero di briganti quasi tre volte superiore. Questa versione, se può apparire esagerata è stata tramandata per dimostrare l'ardimento, il coraggio e la prontezza di spirito che animavano i piciniscani.

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ALTRO EPISODIO

Si racconta che un giorno Saverio Sipari di Alvito, nel far ritorno dalle Puglie, ove si era recato a riscuotere una forte somma, si incontrò nei boschi delle Mainarde con alcuni briganti. Il Sipari, prevedendo ciò, si era camuffato, con una barba lunga, da pastore. Uno dei briganti, certamente messo al corrente del passaggio del danaroso signore, chiese al falso pastore dove fosse il Sipari. Questi rispose "viene dietro".

Per tale utile informazione il Sipari ricevette dal brigante alcuni carlini che andarono ad aggiungersi a quelli che già aveva indosso. Da questi episodi passarono impunemente ancora sei anni, nei quali continuarono le estorsioni, le rapine e altri delitti. Ma alfine scoccò l'ora della giustizia.

Si era nel maggio del 1870. Il guardaboschi di Picinisco Francesco Santangeli fu Nicola di anni 42, detto "sergente Melone" si recò in montagna a riscuotere alcune contravvenzioni elevate a dei pastori. Egli, che più volte aveva millantato di volersi fare la borsetta per il tabacco con la pelle di Fuoco, giunto al "Coppo Ciccolante", nei pressi della Valle Donata, non pensando mai di incontrarsi coi briganti, dei quali aveva un folle terrore, avvistò degli uomini vestiti da pastori; si fece loro incontro, sparando in aria un colpo di fucile. Allorquando si fu avvicinato, uno dei presunti pastori, il Fuoco, gli domandò chi fosse.

Il Santangeli, riconosciuto il capo brigante, fu preso allora da grande panico e non volle declinare le sue generalità; subito però fu riconosciuto da un pastore. Il brigante Fuoco, nell'apprendere che si chiamava "Melone" e ricordandosi ciò che questi con spavalderia aveva detto sul suo conto fu lieto di averlo fra le mani e gli disse: "ah! ci sei capitato!". Condottolo sul pianoro antistante il Barraccone (Prato di Mezzo) lo uccise e sul suo corpo, gli altri briganti compirono efferate sevizie, fracassandogli, tra l'altro, con un macigno, la testa; erano le ore 12 del 24 maggio 1870. Il suo corpo fu poi trasportato a Picinisco (atto di morte n. 29, anno 1870).

Poco prima che ciò avvenisse era passato in quei pressi tal Pelosi Francesco con il suo mulo carico di legna. Il brigante arrestatolo, per aver sentita la frase "ACCIDENTI A TE E FUOCO" pronunciata dal Pelosi contro il mulo che indugiava a camminare, decise di far fuori anche costui. Ma poi, essendo buon conoscente del fratello, lo rilasciò. Il Santangeli, vedendo allontanarsi incolume il Pelosi, gli disse: "salutami mia moglie, Maria Teresa e dille che sono capitato in mano di questi signori". Il brigante aggiunse: "sì, è meglio che l'avverti, così non lo aspetterà". Lo spiazzo ove avvenne l'uccisione del Santangeli viene ancora chiamato " ara di Melone".

Fuoco, il 7 agosto 1870, con la sua banda, tra cui Cucchiara Francesco, detto Caronte e Ventre Benedetto, catturò cinque uomini di Conca Casale, frazione del comune di Pozzilli (Venafro) i quali si erano recati alla fiera di Casteldisangro. Il brigante ne trattenne due che reputò i più agiati e mandò via gli altri con lettere di ricatto ai parenti di quelli trattenuti in ostaggio. Uno dei tre rilasciati ritornò presso i briganti per discutere la liberazione dei primi, ma venne anche egli trattenuto e sottoposto a ricatto. Mentre pendevano le trattative a due dei prigionieri furono mozzate, come di rito, le orecchie.

Si approssimavano intanto le feste della Madonna di Canneto. La notte dal 17 al 18 agosto 1870, Fuoco, con il carico di ostaggi, si fermò su alcune rocce in vicinanza del Monte Meta, dove esiste un sentiero che dalla provincia di Frosinone conduce all'altro versante, in provincia dell’Aquila. Ivi, con le provviste di vino e di viveri, abbondantemente forniti dai favoreggiatori, bivaccò buona parte della notte ed infine si mise a giocare a carte. Mancava poco all'alba quando uno di essi, tal "Carminello", si pose di guardia mentre gli altri quattro briganti, assaliti dal sonno, si addormentarono. I prigionieri, imprudentemente non legati, si accordarono con rapidi gesti per tentare l'evasione ed infatti, impadronitisi di quanto avevano a portata di mano, si scagliarono contro i briganti con estrema violenza. Uno di essi, Brecci Nicandro, il più giovane ed il più robusto, con un colpo di scure assestato sulla testa uccise il brigante Fuoco. Pietro Brecci e Nicandro Del Prete, non meno arditi, con un colpo di maglio fracassarono la testa a Francesco Cucchiara e con una coltellata recisero la carotide a Benedetto Ventre. Gli uccisori lieti di tanto insperato successo, raggiunsero Picinisco verso le ore 11 del mattino. La popolazione non credeva al loro racconto, ma dovette cambiare idea nel riconoscere il fucile, il pugnale e lo zaino di Fuoco. Un drappello della Guardia Nazionale si recò sul posto ed il giorno dopo i tre cadaveri furono trasportati a Picinisco su muli. A ciò provvide il mulattiere Antonelli Vincenzo fu Giuseppe da Picinisco. Per due giorni, in gran numero, il popolo e le autorità accorsero per sincerarsi della veridicità dei fatti. I cadaveri, mutilati della testa e degli arti inferiori furono esposti al largario Montano, adagiati sopra una grossa pietra (pretatonna), all'ombra del maestoso tiglio....... Questa fu la miseranda fine della banda Fuoco, la quale per efferatezza di delitti aveva avuto un triste primato. Le salme furono prima inviate ad Atina e poi a Cassino. Il brigante "Carminello" della banda Fuoco, essendo rimasto solo e senza possibilità di scampo, si costituì alle autorità di Picinisco. Ricordano gli anziani viventi che il Carminello fu legato al grosso tiglio della piazza ed esposto allo scherno del popolo. Si dice che la moglie del guardaboschi Santangeli Francesco, a nome Maria Teresa, più accesa di tutti, voleva vendicare il marito ucciso dalla banda, accoltellandolo, ma fu trattenuta dalle guardie. Il Carminello, folle di terrore, invocava la Madonna del Carmine; fu subito tradotto al carcere di Cassino ove gli venne inflitta una severa condanna. Così miseramente finirono: DOMENICO FUOCO di Antonio, di anni 33 da S. Pietro Infine (atto di morte n. 59, anno 1870 del comune di Picinisco); FRANCESCO CUCCHIARA, alias Caronte, fu Rocco di anni 27 da S. Giorgio al Liri (atto di morte n. 60, anno 1870 del comune di Picinisco); BENEDETTO VENTRE fu Antonio di anni da 20 a 30 da Conca Casale (atto di morte n. 61, anno 1870 del comune di Picinisco). Domenico Fuoco, il terrore delle montagne di Picinisco fu ardito e furbo, molto abile nello sfuggire alle imboscate. Ebbe, come quasi tutti i briganti, rispetto per i conventi; non inveiva contro i frati, anzi li proteggeva e questi a loro volta, con la speranza di ricondurlo sulla retta via e anche per non essere molestati, mantenevano contatti con lui. Perciò Fuoco ebbe aspre parole per il brigante Colamattei che aveva seviziato il parroco Amato di Valleluce. Come abbiamo detto la banda Calamattei incuteva terrore tra gli abitanti di Villa Latina e Valleluce, frazione di S. Elia Fiume Rapido. Tutti i componenti della banda si travestirono da bersaglieri e nella notte fredda e nevosa del 5 gennaio 1868 penetrarono, con la connivenza del sagrestano, nell'abitazione di don Luigi Amato, parroco di Valleluce per cercarvi asilo. Furono ristorati dal generoso prete. Subito però scoprirono la loro vera personalità. Iniziarono una furibonda lotta con il parroco e sua sorella, allo scopo di catturarli come ostaggi e chiedere una grossa taglia. Raggiunto tale scopo, li trasportarono nel loro rifugio, imponendo, per il loro riscatto, la taglia di lire quattromila. A conferma della loro cattura tagliarono un orecchio al prete e lo inviarono ai fratelli in Atina i quali provvidero alla loro liberazione. E poiché si è in tema di narrazione di episodi se ne riporta uno tratto dal volume "Madonna di Canneto" - Sora ed. D'Amico 1939 - di Marsella:

"I briganti della banda reazionaria borbonica, capitanata dal celebre bandito Fuoco, vollero anch'essi, mentre si celebravano le feste della Madonna di Canneto, compiere un atto di ossequio alla Vergine. (Non sapremmo come conciliassero nella loro coscienza l'atto di pietà col tenore di vita che avevano scelto). Nel ripartire dal santuario la tradizionale processione del 22 agosto, fecero sapere all'arciprete don Lorenzo Venturini che avvertisse i pellegrini di non aver paura dei colpi di fucile che avrebbero intesi fino all'ultima punta del versante detta la Rocca, poiché i briganti volevano pure essi salutare la Madonna nel suo trionfante cammino. Difatti dall'uscita del Santuario fino al punto indicato, rintronarono i colpi dei fucili a bacchetta, con intervallo di tempo misurato ed ordinato, sopra il crinale della montagna opposta, dove si erano disposti i briganti per compiere lo strano servizio religioso".

Verso la fine del 1870 il brigantaggio, che tanto aveva terrorizzato il meridione d'Italia, fu estirpato e debellato. Per la repressione di esso caddero molti ufficiali, soldati e carabinieri, altri furono presi e seviziati ed uccisi; numerosi i decorati al valore per atti di eroismo, specie nelle file dell'arma dei carabinieri.

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