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I FATTI DI SANGUE A GIOIA DEL COLLE - 28 luglio 1861

da: http://scuolaworld.provincia.padova.it/scalcerle/mastro/index.htm

I fatti di sangue accaduti a Gioia del Colle il 28 luglio del 1861, nelle cause, negli effetti e nel loro svolgersi, sono un esempio locale di quello che avvenne su scala maggiore in tutto il territorio dell’ex Regno di Napoli. Anche a Gioia la popolazione partecipò al movimento generale che accompagnò la marcia garibaldina. L’azione, ma ancor più le parole d’ordine lanciate da Garibaldi contribuirono a creare eccitazione tra la massa dei nullatenenti. Per queste ragioni il 5 luglio 1860, cioè poche settimane dopo lo sbarco dei Mille in Sicilia, il Decurionato di Gioia deliberò la formazione della Guardia Nazionale cittadina: c’era il timore che l’iniziativa garibaldina, per emulazione, potesse sollevare le plebi a reclamare la ripartizione dei demani e contro gli usurpatori. Tra maggio ed agosto del 1860, altre facce della stessa classe proprietaria, proclamando la propria fede liberale e unitaria, occuparono le più alte cariche cittadine. Tale mutamento inasprì la lotta in seno ai notabili locali. La fazione soccombente abbracciò la fede legittimista e si pose come scopo politico la riconquista del potere amministrativo, nel quadro della ricostituzione dell’ex regno borbonico. Essa formò il più numeroso e forte gruppo filo borbonico della Provincia e lavorò a preparare in loco la sollevazione popolare contro ‘l’usurpatore piemontese’ Nei mesi che precedettero e seguirono l’annessione delle ex provincie del Regno di Napoli al Piemonte, l’attività politica dei due partiti, ‘liberale’ e ‘legittimista’, fu molto intensa. Nel luglio del 1861, per effetto delle misure adottate dal governo nazionale, crebbe notevolmente l’agitazione sociale nel paese, le autorità di pubblica sicurezza, registrando una accelerazione dell’attività del comitato borbonico di Gioia e di quelli della provincia, aumentarono la vigilanza. Nella notte tra il 20 ed il 21 luglio per ordine del prefetto fu eseguito l'arresto di tutti gli esponenti borbonici più in vista della provincia, a partire dai dirigenti del comitato di Gioia. L'informazione era giunta alla polizia tramite un informatore infiltrato. All’arresto sfuggì il Romano, che si rifugiò nella campagna circostante il paese, aggregando intorno a sé un primo gruppo di sbandati. Malgrado, per effetto degli arresti, fosse venuta meno la direzione politica e indebolita l’organizzazione della rivolta, il Romano spinto dalle contingenze e dalla volontà dei compagni, decise ugualmente di attaccare Gioia. L’occasione per farlo era dato dal decreto del Governo che ingiungeva ai coscritti di presentarsi per la leva militare, la data fissata era il 28 luglio. Nei giorni precedenti gli obbligati ed i loro familiari alimentarono l’agitazione sociale; erano ormai centinaia i renitenti alla leva rifugiati nelle boscaglie circostanti il paese e la G. N. fu solerte ad adottare misure drastiche per costringere i chiamati a presentarsi: giunse fino ad imprigionare i congiunti dei renitenti. In quella situazione, sbandati e renitenti dell’agro divennero il seguito naturale per il Romano. La mattina del 28 luglio, mentre una colonna della G. N., che ne comprendeva il maggior numero, si dirigeva in perlustrazione verso una lontana contrada ad ovest del paese, un gruppo di circa 30 sbandati "armati di fucili, revolver, sciabole e scuri", verso le ore dieci fece ingresso nell’abitato da est, passando per i borghi S. Vito e Pignatari. L’intento del Romano restava quello di sollevare i braccianti che vi abitavano. Infatti, con l’ingresso della banda, molti fuoriusciti e loro parenti si unirono agli assalitori. L’attacco, però, lungi dallo svilupparsi secondo criteri razionali, cioè proseguire verso il centro del paese, dove erano localizzati gli obiettivi strategici: la Chiesa Matrice, la sede della guardia civica, il municipio e la prigione, si fermò in quelle strade. Alcuni membri della banda, i nuovi elementi aggregati ed i popolani dei borghi, seguendo i propri impulsi, attaccarono le case dei pochi componenti la guardia nazionale che abitavano quei borghi. Penetrati in quelle case le saccheggiarono, catturarono e trascinarono per le vie gli sfortunati inquilini e li massacrarono. Furono atti di una ferocia raccapricciante, in cui i popolani diedero sfogo ad un antico odio represso. Di fatto, la spinta degli attaccanti si esaurì in quei borghi, senza riuscire a superare la barriera che un piccolo nucleo di G. N., in possesso di un vecchio cannone, opponeva al passaggio degli insorti per la via che conduceva al cuore del paese. In quei frangenti si rivelò esiziale l’assenza di direzione politica da parte dei legittimisti, perché l’adesione alla sollevazione delle centinaia di membri del comitato filo borbonico cittadino mancò, gli elementi della piccola borghesia urbana che facevano parte del comitato si mantennero prudentemente a casa; e i filo borbonici provenienti dai comuni vicini, che aspettavano il segnale convenuto del suono delle campane della Chiesa Matrice per aggregarsi ai rivoltosi, avuta notizia della ostinata resistenza che gli attaccanti incontravano, ritornarono ai loro paesi di origine. Nell’impasse tra attaccanti e difensori trascorsero le ore. Dopo le tre del pomeriggio i pressanti appelli telegrafici inviati dal sindaco a tutte le autorità della provincia cominciarono ad avere seguito. A partire da quell’ora iniziarono ad affluire nel paese centinaia di militi, soldati, G. N., carabinieri, e si diede avvio alla repressione. Il Romano ed un piccolo gruppo dei suoi compagni sfuggirono all’accerchiamento, dileguandosi nelle campagne circostanti, ma i due borghi teatro della rivolta furono circondati e sistematicamente rastrellati. Nei rastrellamenti furono perpetrate, in special modo dalle G. N., efferatezze non meno gravi di quelle attuate dai rivoltosi nelle ore precedenti. Le esecuzioni sommarie iniziate alla sera del 28 luglio continuarono nei giorni successivi. Si costituì una commissione militare d’occasione, che raggruppava i capitani della truppa che stazionava in paese, il delegato di pubblica sicurezza circondariale, i capitani della guardia nazionale ed il sindaco, la quale decretò e fece eseguire la fucilazione di decine di persone. Fu uno spietato tribunale militare che comminò la morte ad individui che si erano macchiati di colpe anche lievi; è verosimile l’ipotesi che in molti casi si assecondarono vendette personali. Un conteggio certo dei morti di quella giornata non fu possibile, perché molti cadaveri furono sottratti al disprezzo pubblico dai parenti; oltre cento è la stima più probabile. Riconsiderando quei fatti, accertato che le atrocità furono commesse da tutte e due le parti in lotta, si deve giudicare con più severità il comportamento degli uomini delle istituzioni, perché la loro azione di sterminio fu attuata quando i combattimenti erano già finiti, nella fase in cui avevano una prevalenza numerica soverchiante ed in maniera fredda e metodica. D'altronde il macabro bilancio dei numeri è molto significativo: furono 7 le persone uccise di parte liberale, mentre come si è detto, furono più di cento i morti di parte avversa. Considerato che il gruppo attaccante originario, al seguito del Romano, era di circa 30 persone e che una parte di questi riuscirono a fuggire, si desume che la quasi totalità delle persone uccise durante i rastrellamenti, o fucilate dopo, furono popolani di quei borghi. L'esame attento dei fatti mostra che nel turbinio degli eventi agirono anche, in numero rilevante, opportunisti, mestatori, furfanti e delinquenti. Desta ancora pena la sorte di quelle persone in buona fede, presenti in ambedue gli schieramenti, che rimasero schiacciati nella lotta. Tra le guardie nazionali di Gioia ad essere uccisi furono prevalentemente persone poco agiate, quelli che abitavano o avevano parenti nel quartiere dei braccianti. Tra i briganti la gran parte furono sbandati e renitenti, il cui rifiuto di rispondere alla chiamata di leva era comprensibile: rifiutavano di essere sottratti alle proprie famiglie, di cui erano fonte di reddito necessario, per andare a combattere per un governo estraneo e lontano, in regioni sconosciute. Leggendo le risposte date dai protagonisti, durante i processi contro i briganti sopravvissuti alla fucilazione sommaria, si capisce che la gran parte di questi si trovarono coinvolti in una situazione che non controllavano, ed erano troppo sprovveduti per sfuggirvi. Nei primi mesi del 1861, il fulcro della lotta politica si svolse essenzialmente nella città. Dopo i fatti di sangue di luglio, la reazione sconfitta nella città si rifugiò nelle campagne. Il Romano ricostituì ed allargò il gruppo dei suoi seguaci, che da quel momento e fino alla sua distruzione, agì come una banda di masnadieri. I continui movimenti della banda avvennero nell'area che va dal Materano fino al Salento; ma essa non attaccò più il paese di Gioia. Il 5 gennaio 1863 il sergente Romano, con quello che restava della sua banda, venne intercettato da una compagnia di soldati. Non ci fu lotta, i briganti dopo un vano tentativo di fuga vennero circondati e sterminati. Anche il Romano, già vinto e disarmato, fu ucciso sul campo.

 

FILO BORBONICI

Il comitato di legittimisti contava circa 700 iscritti a Gioia e aderenti in tutti i paesi limitrofi, dove si erano costituiti gruppi minori. Ogni comitato era articolato gerarchicamente, con un capo politico, un segretario, un tesoriere, eccetera. Il comitato aveva un suo braccio armato; a Gioia ne era il comandante l’ex sergente borbonico Pasquale Romano. I capi di ogni comitato oltre a svolgere iniziativa di proselitismo politico, estendendo le adesioni in loco, avevano il compito di preparare la rivolta. L’intesa era che quando in un paese si fossero create le condizioni favorevoli alla sollevazione popolare, il gruppo armato avrebbe dovuto fare da detonatore alla rivolta e capeggiarne la fase militare. L’azione armata avrebbe dovuto attuarsi coordinandosi con i comitati ed i gruppi armati degli altri comuni della provincia. La condizione di forza locale deve aver suggerito al comitato generale, presso il Borbone, il progetto di formare nei pressi di Gioia un campo di raccolta dei legittimisti del circondario. I gruppi armati avrebbero dovuto avviare la rivolta assalendo il paese, dopo di che passare a liberare i paesi limitrofi e creare così i presupposti per una insurrezione generale in Terra di Bari. Un elemento di debolezza del comitato borbonico a Gioia era la sua organizzazione gerarchica e burocratica, ché lo rendeva poco duttile e lento nell’azione. Il segreto e le cautele con cui i capi circondarono la propria azione risultarono inefficaci, principalmente perché nella iniziale situazione di incertezza molti notabili mantennero un contatto con ambedue i partiti, poi perché spesso nella famiglie proprietarie c’erano partigiani dei partiti antagonisti. E’ singolare che a Gioia lo stesso delegato borbonico a costituire il gruppo legittimista, Filippo Sette, sia ritenuto informatore della polizia piemontese [G. Carano Donvito, Storia di gioia, op. cit., pagg. 111 e 114].

 

LA GUARDIA NAZIONALE

Il decreto governativo che regolava le modalità di formazione della guardia nazionale è del 14 dicembre dello stesso anno, in esso venivano confermate le caratteristiche che questa istituzione aveva già assunto in passato: le liste dei militi erano formate dai sindaci ed esaminate da un "Consiglio di Ricognizione", che poi era il decurionato presieduto dal sindaco. L’iscrizione a tali liste era consentita ai cittadini "proprietari, professori, pubblici uffiziali, fittavoli o coloni parziari, capi d’arti o di botteghe, commercianti, ed in generale a tutti coloro che non siano semplici braccianti e che non vivano di salario o di mercede giornaliera" (art.5). A Gioia la G. N. era comandata da Filippo Giove, Francesco Soria e Francesco Calabrese, ed ebbe un numero di appartenenti che dai quaranta iniziali salì fino a 450. Il milite durante le giornate in servizio percepiva una diaria a carico del bilancio comunale, che era di 77 centesimi (grana 18), più del salario medio dei braccianti. A causa del numero insufficiente di fucili, potevano essere armati solo una parte delle guardie in forza, perciò questi si turnavano nel servizio. Le G. N. di Gioia fu quasi sempre più numerosa e meglio armata delle bande di sbandati che era chiamata a fronteggiare; controllò l’abitato ed il territorio del contado di appartenenza in modo capillare ed efficace, e agì coordinandosi con le G. N. dei paesi limitrofi. Tra il luglio 1860 ed il gennaio del 1863, mese in cui il Romano fu ucciso, l’azione di contrasto della Guardia Nazionale di Gioia fu decisiva: senza questo argine, gli sbandati e la reazione avrebbero conquistato il paese. In quel periodo essa si distinse nel Circondario per l’impegno e l’efficacia della sua azione; fatto che trova riscontro nei successi ottenuti, sia sul piano repressivo che preventivo. La Commissione Parlamentare d’Inchiesta sul Brigantaggio definì la G. N. di Gioia la prima in Terra di Bari. [Relazione Massari, op. cit., pag. 205] Il successo ottenuto nella sua azione indica che essa fu diretta con intelligenza e decisione. In quel frangente la fazione al potere cittadino rivelò buona compattezza e sufficiente determinazione: il timore dei gravi rischi patrimoniali e personali che correvano i propri membri deve aver operato come potente stimolo a raggiungere lo scopo. Nelle settimane cruciali di giugno e luglio 1861 si costituì in modo informale un Comitato di Sicurezza cittadino, che svolse la funzione di armonizzare le istanze dei membri del gruppo sociale dominante. Tale Comitato comprendeva oltre al sindaco, Filippo Taranto ed ai capi della G. N. locale, anche Vincenzo Castellaneta, Vito Prisciantelli, Giovanni Buttiglione, Tommaso Giordani e Tommaso Calabrese. Sono tutti nomi di benestanti del paese.

 

INASPRIMENTO DELLA LOTTA POLITICA

"Si videro magistrati municipali e provinciali, giudici ed altri ufficiali pubblici - che già nel regno dei Borboni esercitarono influenze sinistre contro i patrioti - rimanere influenti, mutate le cose, sotto maschera di moderati, ed egualmente intesi a perseguire i loro avversari. E ne nacque un liberalismo ipocrita, tutto zelo a seminare calunnie e diffidenze contro uomini indipendenti, e a procacciarsi favore offendendo le opinioni, le simpatie, i sentimenti che la origine popolare della rivoluzione nel Mezzodì aveva creato in quei popoli. Il che, naturalmente irritò ed oltraggiò gli animi ..." [dagli scritti di Aurelio Saffi riportate in T. Pedio, inchiesta sul Brigantaggio, op. cit. pag. 302]

 

BRIGANTI SPROVVEDUTI

Consultando le carte ufficiali d’archivio si constata una asimmetria tra la vastissima mole dei rapporti e delle relazioni dei protagonisti di parte borghese ed il silenzio dei briganti e della parte proletaria. Fu un esito inevitabile, visto che, con rarissime eccezioni, tutti gli appartenenti alle bande di sbandati non sapevano scrivere e non riuscirono neanche chiarire a parole le proprie ragioni durante i dibattiti processuali. Né l’intensa propaganda internazionale della nobiltà reazionaria, che pur presentava questa lotta come legittimista, era in grado di esprimere le ragioni dei contadini: tra la nobiltà e le plebi del Mezzogiorno c’era una differenza abissale negli obiettivi, i braccianti avevano come rivendicazione essenziale l’accesso alla proprietà della terra, la nobiltà invece voleva rientrare nella condizione di privilegio perduta.

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