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LE CINQUE GIORNATE DI ADRANO

dal volume: Santi Correnti, Storia e folklore di Sicilia, Ed. Mursia, Milano 1979, II ediz.

da: http://www.cedss.it/adrano/storia/lecinquegiornatediadrano.htm

Quando si dice "Cinque giornate", il nostro pensiero corre immediatamente al ricordo delle gloriose cinque giornate di Milano, quando, dal 18 al 22 marzo 1848, i milanesi, nella fremente vigilia della prima guerra d'indipendenza, si ribellarono agli Austriaci e liberarono la loro città, compiendo autentici prodigi di valore, specie a porta Tosa, che oggi, in ricordo dei fatti risorgimentali, si chiama porta Vittoria. Ma anche un comune della Sicilia orientale ebbe le sue cinque giornate: non nello stesso anno, nè per gli stessi motivi di Milano; però la denominazione storica esiste, e riguarda Adrano nel 1866; momento assai difficile per la storia del recentissimo regno d'Italia, che allora contava appena cinque anni, e che in quell'anno fu travagliato dal colera, da una guerra contro l'Austria e da una rivoluzione separatistica a Palermo. In realtà, la situazione del nuovo stato italiano non era delle più brillanti; e in Sicilia il malumore serpeggiava dappertutto. Tutte le classi sociali avevano grossi e fondati motivi per essere scontente: gli ecclesiastici per via dello scorporo delle proprietà e dei conventi; i borghesi per via delle tasse che aumentavano a dismisura; il popolo per la mancanza di lavoro e per l'imposizione della leva militare che privava l'agricoltura e l'artigianato delle braccia più valide. In Sicilia si cantava, appunto, che l'oro e l'argento si erano dissolti per l'aria e di carta avevano vestito la Sicilia; e un accorato lamento delle donne siciliane rimproverava direttamente il re d'allora, cantando: Vittoriu Manueli che facisti - la megghiu gioventù ti la pigghiasti!... Naturalmente, sul fuoco soffiavano borbonici e clericali; ma la situazione si fece insostenibile nel settembre 1866, perché in Sicilia era scoppiato il colera, e si disse che era stato sparso ad arte dai piemontesi, per decimare la popolazione siciliana. La diceria prese subito piede, anche per le crudeltà di cui si erano macchiati i piemontesi in Sicilia nella lotta contro i renitenti alla leva, con interi paesi assediati e condannati alla sete, famiglie bruciate vive nell'incendio delle loro case, ed episodi di autentica disumanità, come quello del giovane palermitano Antonio Cappello, cui nel gennaio 1864 furono inferte dalle autorità militari ben centocinquantaquattro bruciature, perché sospettato di fingersi sordomuto - mentre in realtà lo era fin dalla nascita - per sottrarsi agli obblighi di leva. Il colera fu la goccia che fece traboccare il vaso, e Palermo insorse con la rivoluzione detta del "sette e mezzo", perché durò poco più di una settimana (ed ha dato il titolo ad un romanzo storico di Giuseppe Maggiore); ed in essa confluirono tutti gli elementi tipici del malcontento siciliano, non esclusa qualche tendenza di carattere socialistico e repubblicano. L'esempio rivoluzionario di Palermo, dove l'anarchia imperversò dal 16 al 22 settembre 1866, fu seguito da Adrano (che allora si chiamava col nome medievale di Adernò, che mantenne fino al 1929) e le "Cinque giornate" adranite durarono dal 28 settembre al 2 ottobre 1866, come sappiamo da una polemica relazione sui fatti, scritta dal barone rivoluzionario e progressista Benedeno Guzzardi Moncada, un patriota che si era distinto durante l'impresa dei Mille e quella di Aspromonte, tanto che Garibaldi l'aveva soprannominato il suo "bell'angelo biondo", e che dal 1864 fino alla morte, avvenuta a quarantatré anni nel 1884, si dedicò ad organizzare circoli mazziniani nella zona adranita. Il barone Guzzardi, nel suo opuscolo intitolato appunto Le cinque giornate di Adernò in settembre ed ottobre 1866 (e che fu stampato a Catania nella tipografia di Luciano Rizzo, che era sita "nella Strada Montesano n. 24, vicino il largo dello Spirito Santo", come avverte il solerte tipografo) afferma di scrivere in difesa della sua Adernò, che non è quella città inculta [incivile] come vuol farsi credere, perché invece è una terra disgraziata ma virtuosa, e che la rivolta non era stata causata da banditi o da delinquenti, perché i così detti briganti erano dei più onesti giovani di questa terra. Ed ecco in breve lo svolgimento dei fatti. La sommossa si iniziò il 28 settembre 1866, perché la popolazione adranita, atterrita dai primi casi di colera (e non aveva tutti i torti, perché l'epidemia colerica del 1866-67 causò in Sicilia, secondo i calcoli del Maggiore Perni, ben 52.990 morti) e sobillata dai soliti mestatori, che dicevano che il governo italiano spargeva ad arte il colera, per avere maggiori introiti con la pesante tassa di successione, scese nelle strade, aizzata dai giovani renitenti alla leva, e si parlò di saccheggio: onde nella stessa giornata del 28 settembre fu mobilitata la Guardia Nazionale di Adrano, che il giorno dopo venne sostituita da due compagnie del 64° reggimento di fanteria, accorse da Catania al comando del cap. Luigi Gabriele Pessina. Ma la situazione non si calmò, e mentre chi aveva la possibilità di sfollare in campagna lo faceva celermente, sia per evitare i torbidi sia per sfuggire al contagio, l'ordine pubblico era sempre più turbato, malgrado gli sforzi del barone Filadelfo Ciancio, che faceva opera di pacificazione, coadiuvato dalla guardia cittadina organizzata alla meno peggio, tra l'assenteismo delle autorità, da Enrico Ciancio e da Salvatore Picardi. Mentre i morti cominciavano a spesseggiare, la situazione precipitò. La popolazione, allarmata dalla moria, ma più ancora per misteriosi fuochi d'artificio che improvvisamente si udivano e si vedevano nella notte (ed il Guzzardi accusa implacabilmente "le signore Autorità, che tutte dedite a deturpare questo popolo, non avevano la cura di impedire che bombe e solfarelli ogni notte si vedessero"), si sfrenò ulteriormente, fino a tentare il linciaggio di due presunti untori, che a stento furono salvati da pochi benpensanti, mettendoli in galera. Erano le ore 14 del 2 ottobre 1866: da questo momento finiscono le "Cinque giornate" di Adrano, perché le truppe del Pessina dispersero la folla tumultuante, e ripresero il controllo della situazione. La reazione fu dura, e come suole accadere spesso pagò chi non c'entrava, e addirittura chi si era adoperato a sedare il moto popolare, come capitò a tre giovani della famiglia Crucillà, uccisi dai soldati e dai carabinieri nella casa di campagna in contrada Camerone il 17 ottobre 1866: e di questi tre giovani uno, Salvatore, era appena quindicenne, e un altro, Nicola, era sottotenente della Guardia Nazionale, e si era addirittura adoperato per sedare il moto popolare nelle giornate del 28 e del 29 settembre. Si trattò di un tragico errore, e non fu il solo. E nemmeno il Guzzardi Moncada uscì bene dalle tristi vicende delle "Cinque giornate" di Adrano, perché un suo compaesano, il dottor Antonino Sanfilippo, in un opuscolo in cui rintuzzava polemicamente tutte le accuse che il bollente garibaldino aveva lanciato contro le autorità adranite, gli rinfacciava di non conoscere perfettamente i fatti avendo lasciato Adernò fin dall'alba del 30 settembre, o per timore di turbolenze o per scansare il contagio dicendogli apertamente, del suo veemente scritto: voi fuggiste, signor Barone don Benedetto Guzzardi Moncada, e fuggiste pel primo, sebbene il Guzzardi fosse maggiore della Guardia Nazionale; e difendeva l'operato delle autorità, addossando tutta la colpa dei fatti ai renitenti di leva e ad alcuni profughi. Però, concludeva il Sanfilippo, in questo d'accordo col Guzzardi, il triste episodio delle "Cinque giornate" adranite non aveva per nulla intaccato la fama di città tranquilla e operosa di cui Adrano ha sempre e giustamente goduto; sicché concordiamo con il Sanfilippo quando egli afferma che Adernò non ha perduto la sua storia ed i suoi trofei per pochi tristi, che ne volean turbare l'ordine. 

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