FRAZIONE TERRANOVA

La storia di Terranova è stata integralmente tratta dall'opera inedita del Preside Nicola Servodidio dal titolo "TERRITORIO E COMUNITA' DI SAN MARTINO SANNITA - Origini, vicende, ipotesi, aspetti, sviluppo socio economico, note di antropologia" - Impostazione 1965, aggiornamento 31.12.1988

Gruppetti di case, inframmezzati da verdi olivi, costituiscono il paese di Terranova, a m. 450 l/m, quasi un presepe sulle falde di un poggio, sotto la collina della Madonna, dove sorgeva un'ampia chiesa con affreschi di valore con cappelle interne e con cripta chiamata di S. Gennaro, dell'Angelo e di S. Maria di Costantinopoli, semidistrutta da una frana enorme nel 1877, provocata dall'erosione del torrente Ferrazzone. Qualcuno ha identificato questa chiesa con quella di S. Gennaro ad Festulana, che pagò la decima pontificia tra il 1308 e il 1310. Una chiesa di S. Maria di Costantinopoli esisteva anche a Benevento(1). Lo Zigarelli afferma che la chiesa fu costruita il 1347, quando i monaci virginiani dovettero abbandonare S. Giovanni a Morcopio, minacciato dai Saraceni e il monastero di S. Gennaro del Cubante. La questione è stata già da me discussa nelle pagine dedicate a Festulari e mi sembra che l'identificazione non sia esatta. Fra Domenico di S. Mango restaurò questa chiesa nel 1520, dotandola di campanile e di campane. Fino al 1950 erano ancora ben visibili le pitture di un colore rosso pompeiano sulla parete del lato est e su quella del lato sud. Vidi pure anche le ossa umane conservate nella cripta esposta a nord-ovest. Il campanile quadrato, sebbene senza campane, era restato quasi intatto fino al sisma del 1980, quando fu "decapitato" dalla scossa tellurica. La frana sopra menzionata aveva già fatto crollare tutto il lato sud-ovest. La contrada in cui si ergeva la chiesa si chiama con un termine dialettale le Termete, derivato dal latino Terminus, dio protettore dei confini dei campi e vendicatore degli usurpatori. Sul luogo doveva esserci, nell'antichità sannitico-romana, un tabernacolo dedicato a questo dio, sulle cui rovine sarebbe stata costruita dai cristiani la chiesa di S. Gennaro, doveva trattarsi del cosiddetto Terminus, divenuto nella pronunzia volgare Termete. L'insediamento umano nel luogo sarebbe antico e potrebbe collegarsi ai Romani provenienti dalla colonia di Beneventum. Sarebbe impossibile risalire filologicamente alle primavere italiche, quando i giovani sanniti, guidati da un totem, sciamavano alla ricerca di pascoli opimi, perché manca un qualsiasi supporto linguistico nel luogo e perché il toponimo Termete è di sicura etimologia latina. Aggiungo, inoltre, col dio Terminus, protettore dei confini, il nomadismo era finito da tempo, ed era cominciata già la coltivazione dei campi, che richiedono la permanenza sulla terra in sedi stabili e sicure, quali sono le case. L'ipotesi di Terranova come luogo di arrivo di migrazioni sannitiche, sarebbe una ipotesi di difficile verifica, non conoscendosi il termine osco ad esso corrispondente, né qualche traccia nella toponomastica locale. Tracce di frane e di sconvolgimento del precedente assetto geomorfologico si notano a sud dell'attuale paese, anche dopo la discarica di rifiuti e di terreno di riporto, cominciata nel decennio scorso, che sta colmando il vuoto prodotto dalla frana di enormi proporzioni, della quale ho detto sopra. Ritengo che intorno alla chiesa di S. Gennaro al Festulana esistessero case sparse, prima che comparisse nei documenti il nome Terranova. Esse furono successivamente distrutte dagli ultimi dissesti del terreno, di cui non si hanno notizie storiche, ma che sono tuttora visibili. Tali case non dovevano costituire un casale, perciò non se ne parla in nessun documento, tuttavia si pensa che non erano poche se avevano una propria chiesa. Questo gruppetto di case come si chiamava? Probabilmente aveva assunto dalla contrada il nome Termete. Attualmente sullo stesso costone collinare, più in alto ma più a sud della chiesa, in un sito geologicamente sicuro, a circa m. 300, si trovano ancori alcune case sparse nelle pertinenze di Cucciano, ai confini storici del territorio di Terranova. Si ricorda qui che il Termete era ed è ancora il limite territoriale delle due comunità di Terranova e di Cucciano. Il toponimo Termete si trova pure nel territorio di Avellino e nelle pertinenze di Nola; Termine è, invece, nelle pertinenze di Maddaloni. Quando gli smottamenti di terreno misero in pericolo la stabilità di queste case sparse, gli abitanti si ritirarono più a nord, sul ripiano soleggiato ai piedi della chiesa troneggiante in alto. Il luogo restò nomato probabilmente Terravecchia. Questo toponimo si trova pure nelle pertinenze di Buonalbergo e di Sarno. Il casale costruito sulla spianata in basso prese il nome di Terranova, che è una espressione eloquente ed augurale: "terra nuova!", il passato è alle spalle, comincia una nuova vita, la terra vecchia è solo un ricordo. Tale dovette essere l'origine di Terranova, ma non ci sono documenti per verificarne l'ipotesi. Il toponimo è molto diffuso ed è di derivazione latina. Alcuni ritengono, come lo Zigarelli, che la chiesa sia stata edificata dai monaci di Montevergine, dopo che essi furono costretti a lasciare i monasteri di S. Giovanni a Morcopio e di S. Gennaro del Cubante, fatti che avvennero alcuni secoli prima che si nominasse il casale. Ora questa tesi appare storicamente infondata alla luce dei documenti esistenti. Prima del secolo XVI non si fa cenno del paese in nessuna carta, neppure nei cedolari che erano i registri delle imposte, forse perché non era un casale. Si riporta un passo di un libro in cui si afferma il contrario: []Il distretto alla fine del secolo XIII era costituito da tutti i paesi e le borgate della cosiddetta "Montagna di Montefusco" e precisamente: Montefusco, Mancusi, Cucciano, Terranova, S. Martino Sannita, Lentace [](2). Strano!! In questo elenco non figura S. Giacomo, neppure con l'antico nome di Festulari. Secondo questo documento "De Privilegiis Baronis" dunque Terranova già esisteva nel secolo XIII, quando Montevergine non aveva ancora ricevuto la donazione dei beni che furono di Filippo di Sus, la quale avvenne nel 1347 e quando i monaci virginiani non avevano fondato ancora il monastero nel paese. Il Meomartini afferma: [] Terranova è veramente una nuova terra, cioè il più moderno fra questi luoghi abitati, e veramente di fondazione Virginiana. I benedettini virginiani di S. Gueglielmo avevano già ottenuto Cervarolo iuxta lo Covante, ma poscia, abbandonata l'antica chiesa di S. Gennaro, andarono nei nuovi possedimenti detti per antonomasia il feudo di Monte Vergine. E là, costruirono il convento, fecero sorgere, tra l'altro, il villaggio di Terranova, che sta poco più sopra, e del quale già si fa motto nella verificazione del 1507 e nell'ordinanza di omaggio a S. Donato nel Cubante del 1511, di cui diremo nell'illustrare S. Nazzaro (!) Calvi. Il monastero fu chiamato Grangia Montisvirginis nel 1611, priorato nel 1644, e Curata la chiesa che ha tuttavia il parroco Virginiano [](3). Non sembra che sia stato costruito prima il monastero e poi il paese. Storicamente risulta, però; più recente S. Giacomo di una settantina di anni rispetto a Terranova. Il monastero di S. Gennaro di Terranova potrebbe essere stato fondato verso il 1480, ai tempi di fra Domenico di S. Mango, divenuto abate e rettore di S. Gennaro di Terranova nel 1506. La Grangia Montisvirginis o Grancia Montisvirginis, come si trova scritti nei documenti dell'abbazia di Montevergine, era un feudo con convento, al quale si trovava annessa la fattoria che costituiva, infatti, la grangia o grancia, parola derivata dal latino granum attraverso il volgare granica. Il toponimo "li Grangitelli" si trova nelle pertinenze di Venticano, (Reg. 3813), a. 1383. Il luogodetto Grancitelli "seu lo vado de lo maligno", nella pertinenze di Montefusco (Reg. 4628), a. 1515. L'espressione equivale a convento di monaci con fattoria e poderi. Ma i monaci lavoravano veramente la terra provvedendo al proprio sostentamento, secondo la regola di S. Benedetto da Norcia "Ora et labora"? Il convento di Montevergine possedeva molti poderi nel feudo e fuori dal feudo, ma non risulta che i monaci lavorassero direttamente i loro poderi limitandosi a vigilare sull'andamento della raccolta e a percepirne gli oneri. Si sa, però, che nel monastero di Terranova c'era una stalla, una legnaia, un deposito per la paglia, un pollaio ed un granaio. Tra i comuni di S. Giorgio del Sannio e di S. Martino Sannita c'è una contrada ricca d'acqua, chiamata "Fontana Grangi", in dialetto "Fontana i Rangi", cioè fontana della Grangia. Anche il torrentello che segna il confine tra i due comuni si chiama Grangi[]. Lo monastero di Monte Vergine tene un fego con vassalli nominato Cucciano, Terranova, S. Martino, Lentace, Festulari, la Preta delle Fusi con circa 200 fuochi", (verificazione del 1507)(4). Nel 1514 l'università di Terranova contribuì alla riparazione del ponte di Tufo. Le origini del convento potrebbero risalire al 1506, quando fra Domenico di S. Mango, già rettore della parrocchia di Festulare, fu nominato abate e rettore di S. Gennaro di Terranova. Nel 1611 il monastero fu dichiarato Grangia. Annesso al monastero vi era un ospizio od ospedale, ma non inteso in senso moderno, che serviva per ricovero di mendicanti e di vecchi: era una specie di mendicicomio e di ricovero per viaggiatori. Bisogna escludere che fosse un luogo di cura per ammalati. Occupava poche stanze ed era mal tenuto: risulta che era poco curata l'igiene e che dal tetto penetrava acqua. Le origini di questo monastero risalgono ai tempi del frate Domenico di San Mango, che, non potendo più celebrare i riti religiosi nella chiesa sita sulla collina perché vecchio, ne costruì un'altra nel piano, più vicina agli abitanti di Festulari, di cui era prima parroco. Accanto, poi, vi fu costruito un alloggio per il procuratore del Feudo di Montevrgine. A poco a poco furono edificate altre abitazioni per i monaci di Montevergine, che si recavano a Terranova per controllare la Grangia al tempo della raccolta dei cereali, e ad incassare i canoni, le decime e i diritti spettanti al feudo di Montevergine. Stabilmente vi risiedevano al massimo quattro o cinque frati, oltre agli inservienti. Il monastero ebbe qualche volta anche il priore, che si occupava dell'amministrazione in generale; per il bilancio un addetto apposito curava le entrate e le uscite; c'erano, inoltre, il cellerario e gli inservienti. Il monastero fu chiuso nel 1807 per il decreto emanato l'anno precedente che soppresse le feudalità. Nel 1815, col ritorno del re Ferdinando I di Borbone sul Regno di Napoli, venne riaperto. Fu definitivamente soppresso nel periodo 1861-1866 con l'incameramento dei beni, nel Fondo Culto. Tuttavia vi restarono due frati, che ospitavano gli altri che in circostanze particolari vi arrivavano da Montevergine. Con la Concordia del 1567 il dominio utile e la giurisdizione del temporale del Feudo passarono all'Annunziata di Napoli, mentre a Montevergine restarono i diritti derivanti dai servizi dei vassalli. Per queste ragioni il monastero si trovò in difficoltà economiche e non ebbe un successivo sviluppo e una completa autonomia da Montevergine. Il monastero fu varie volte ampliato e ristrutturato, anche prima dei terremoti del 1694, del 1702 e del 1732 che lo danneggiarono gravemente. Le spese per l'ospizio e per la chiesa annessa erano sostenute dall'università di Terranova, il cui eletto fu spesso sollecitato alla riparazione del tetto, della gradinata e dell'intonaco, come pure le spese per la riparazione e la gestione delle chiese parrocchiali: funi per le campane, messe per le feste ecc. Il monastero era una dipendenza di Montevergine e curava gli interessi religiosi e temporali nei territori nord-orientali del Feudo. Il fiscalismo e il dispotismo del clero locale causarono vertenze giudiziarie con l'università di Terranova, di S. Giacomo e di Lentace, di cui si trovano tracce nelle sentenze emesse dall'Udienza di Montefusco. Un'altra controversia l'ebbe l'universita di S. Martino con Montevergine circa i servizi feudali dei vassalli. Chi pensa che la popolazione accettasse supinamente il dominio clericofeudale, legga le cronache documentate negli atti di archivi civili ed ecclesiastici. Le liti e i ricorsi erano sostenuti dalle università locali e dagli eletti del popolo, ma anche da individui singoli per tutelare i propri interessi morali ed economici nelle regie Udienze. Esistono anche fonti orali sulle controversie tra clero, popolo e baroni, le quali, quando trovano riscontro in quelle scritte, possono costituire basi attendibili per l'interpretazione di una certa epoca storica. Le chiese collinari di Terranova e di Lentace si trovavano più in alto del castrum di S. Martino e del castello di Lentace, mentre la chiesa pure collinare di Mancusi era ad un'altitudine leggermente inferiore rispetto alla posizione del castello del proprio paese. Semiologicamente ciò significa che il potere, temporale e spirituale, della chiesa locale superava od era equivalente a quello civile. Questo fatto è necessario ricordare per comprendere gli avvenimenti del 1799, la soppressione dei feudi nel 1806 con i Francesi; la restaurazione del 1815 col ritorno dei Borboni; la costituzione della Vendita carbonara di S. Martino e di quella di S. Giacomo; gli eventi rivoluzionari del 1820; i fatti risorgimentali del 1860; l'incameramento dei beni del Feudo di Montevergine nel Fondo Culto e, infine, la soppressione del convento di Terranova del 1861-1866, la formazione del nuovo comune comprendente i sei paesi, come pure il cambio della denominazione di S. Martino da A.G.P. in Sannita. E fu la scrollata finale che aprì la via alla democrazia. Fin dai primordi la popolazione di questi villaggi ha avuto due spinte culturali, una religiosa, l'altra laica, caratterizzando la sua storia con conflitti d'interessi che hanno trovato la loro risoluzione pacifica in controversie civili davanti al giudice o in accordi risolutori, almeno per quel momento. Queste due antiche aspirazioni della vita si esprimono anche attualmente in diverse circostanze e nelle competizioni politico-amministrative, generando l'alternanza al vertice della gestione della cosa pubblica. Quale fu l'origine della Grancia? Quale il territorio? Che organizzazione economica ebbe? Un'antica Grancia esisteva, a S. Martino, quando l'ecclesia Sancti Martini de loco Vico apparteneva alla giurisdizione del monastero benedettino di S. Modesto di Benevento. Poi essa passò alle dipendenze della badìa di S. Sofia pure di Benevento. Infine divenne feudo di Montevergine e la grancia fu amministrata dai virginiani, i quali, probabilmente, ne fecero sorgere un'altra a Terranova, a cui più strettamente restò riferito il nome. I vassalli erano tenuti a prestare servizi feudali gratuiti in queste due grance. I monaci erano presenti solo per esigere le prestazioni dovute e controllarne la resa economica. La Grangia Montisvirginiis, cioè la fattoria di Montevergine, della quale si ignora l'estensione precisa, era costituita da alcune terre e case che si trovavano anche fuori del territorio storico di Terranova. Fontana Grangi è denominata una contrada che si trova vicino al torrente che divide S. Giacomo dal Comune di S. Giorgio del Sannio, precisamente al trivio. Questa è una zona ricca d'acqua, il cui nome ricorda la Grangia Montisvirgiis. Il torrente Grangi doveva segnare il confine ad est, mentre il torrente Grande lo delimitava ad ovest. La fattoria doveva per lo più produrre grano: infatti, granica, come si trova in alcuni documenti, deriva da granuum, e significava granaio. Risulta che i monaci di Terranova vendevano il loro grano, depositato nel granaio del convento. Nei 1354, settembre 2, Iud. VIII, Ludovico re a. 7, Giovanna regina a. 12, viene confermata la donazione al Monastero di Montevergine dei casali di Cucciano, Lentace, Fistulare e S. Pietro a Sala e di altri tenimenti e vassalli e diritti nei casali di S. Nazzaro, Gambatesa, S. Maria a Vico (ecc.). Tale donazione avvenne a condizione che il corpo della madre Caterina, imperatrice di Costantinopoli avesse degna sepoltura e culto quotidiano a Montevergine. Dovevano essere eretti cinque altari: uno sorse a Montevergine, un altro a Terranova nel 1507 nella localita "Termete", deformazione di Termine, dio dei confini, un terzo alla frazione La Frazia del Comune di Calvi nel 1700;(5) una chiesa di S. Maria di Costantinopoli esisteva a Benevento(6). In queste due chiese esistevano i quadri della Madonna Imperatrice di Costantinopoli e se ne praticava il culto. Il 21 maggio 1511 è ordinato ai sindaci e agli eletti dei casali [] Terranovae, Calvorum, S. Nazarii, Santae Agnesis, S. Angeli ad cancella, S. Paulinae et S. Petri Delicati ut mittant tot homines armatos", di fare con il proprio vessillo atto di omaggio "in die festivitatis gloriosi S. Donati ad locun ubi dicitur lo Covante ad ecclesiam eiusdem vocabuliè [], cioè dal 3 al 12 agosto(7).Il paese di Terranova è stato quasi interamente ricostruito dopo i terremoti del 1962 e del 1980 e si è sviluppato lungo la strada rotabile, congiungendosi urbanisticamente con S. Giacomo. Era un comune autonomo nel circondano di S. Giorgio la Montagna. Aveva due chiese, una in cima alla collina e distrutta alla fine del 1877 da una frana, dedicata alla Madonna di Costantinopoli, l'altra era annessa al convento di S. Gennaro e, danneggiata dal terremoto del 1980, fu demolita. I ruderi del cimitero settecentesco della comunità di Terranova si trovano a circa 100 metri dal convento, al quadrivio, ricoperti da una piattaforme di cemento. Di fronte si trova l'attuale cimitero comunale, costruito nel 1886, data scolpita sul fermo del cancello. Davanti a questo cimitero si accamparono le truppe americane nel 1943. Il paese disponeva di due pozzi pubblici, uno dei quali si trovava più su del convento, in una curva, dove la strada rotabile interseca una via mulattiera; questo fu chiuso nel 1960; l'altro è tuttora aperto. Il paese aveva dei palazzi baronali: Casa Gallucci, con portone, androne e frantoio per olive; Casa Cervone, con un bassorilievo e con una scritta latina, demolita dopo il 1980. C'era anche un negozio di generi alimentari. Si celebra la festa in onore della Madonna di Costantinopoli che dura due giorni. Il giorno della vigilia si officia la messa nel cimitero comunale, con musica, quasi come un rito liberatorio dalla paura della morte, prima di dare inizio alla manifestazione di esuberanza e di gioia. Nei primi giorni di novembre, in occasione della commemorazione dei defunti, tutta la comunità, eccetto Mancusi, si trova insieme nel cimitero, in un incontro simbolico tra viventi e trapassati, che cementa l'unione. Si celebra così, oggi, il Festum Larium, ossia la Festa dei Lari. La zona di espansione del paese è lungo la strada comunale, nella pianura sottostante: esso si è quasi congiunto, al quadrivio, con S. Giacomo. Il villaggio deve il recupero edilizio alla sua posizione panoramica, dopo i terremoti del 1962 e del 1980, che danneggiarono gran parte dei suoi edifici, circa il 70%. Il monastero ha una pianta quadrangolare, con un ampio cortile su cui sporgevano i portici e le logge del primo piano; al centro c'è un pozzo di acqua sorgente che una volta si attingeva anche dalla finestra della cucina posta al 1 piano, mediante una carrucola che ruotava su un piano inclinato di ferro, predisposto dalla finestra al pozzo. La chiesa di S. Gennaro annessa al convento e costruita in paese dagli abitanti per evitare i disagi di salire sulla collina per praticare il culto nell'altra chiesa pure dedicata a S. Gennaro, la sacrestia e il campanile dovettero essere demoliti perché erano stati dichiarati irreparabili dopo il terremoto del 1980. Ora rimane del monastero la parte posteriore e quella ricostruita dopo il sisma del 1962. In seguito alla ristrutturazione delle diocesi, le parrocchie di Terranova, S. Giacomo, S. Martino Sannita e di Lentace sono passate sotto la giurisdizione ecclesiastica di Benevento.

 

NOTE:

  1. G. De Nicastro, Benevento sacro, pag. 165
  2. P. Savoia, Montefusco, pag. 71 (notizie riprese da: E. Danza, De Privilegiis Baronis, pag. 8)
  3. A. Meomartini, I comuni della provincia di Benevento, pag. 178
  4. A. Meomartini, op. citata , pag. 176
  5. AA.VV. Calvi, pag. 124 e 127, Benevento, 1983; (vedi i cinque altari di Caterina, imperatrice di Costantinopoli, (Reg. 3536),a. 1354.
  6. G. De Nicastro, op. citata, pag. 165
  7. A. Meomartini, op. citata, pag. 190

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