Copyright - 1999 - 2001 - © Fioravante BOSCO - Tutti i diritti riservati - Visualizzazione consigliata 800x600

Don Liborio Romano

Riflessione su Liborio Romano

Le due anime di Don Liborio Romano

Progetto della circoscrizione della Provincia di Benevento

Don Liborio Romano: il boia delle due Sicilie

Don Liborio, come usavano chiamarlo, era nato a Patu, in provincia di Lecce, nel 1795. Si era laureato in giurisprudenza a Napoli e giovanissimo aveva ottenuto la cattedra di Diritto Civile e Commerciale in quella stessa Università. Avendo preso parte ai moti rivoluzionari del 1820-21, fu destituito dall'insegnamento e dopo un breve periodo di prigione fu mandato in esilio. Ritornato a Napoli nel 1848 ebbe una parte di rilievo negli avvenienti che portarono alla concessione della Costituzione da parte di Ferdinando II. Dopo alterne vicende nella parte finale del regno di Ferdinando II, ricoprì dapprima la carica di prefetto di polizia e poi, dal 14 luglio 1860, quella di ministro dell'Interno e di Polizia. In quelle poche settimane che precedettero il crollo della dinastia borbonica, pienamente convinto della inevitabilità di tanto, intraprese contatti con Cavour e con lo stesso Garibaldi dal quale fu confermato nella carica di ministro dell'Interno, carica che mantenne fino al 24 settembre 1860 entrando così a far parte del Consiglio di Luogotenenza fino al 12 marzo 1861. Don Liborio fu strenuo assertore della formazione della nuova provincia di Benevento. Lo attesta la sua precisa, puntuale e circostanziata relazione preparata con l'aiuto del suo collaboratore, il direttore Emilio Civita.

da "GAZZETTA DI BENEVENTO" di Mario Boscia, n. 83, 1993

 

 

 

 

 

 

 

Le due anime di Don Liborio Romano

di Ludovicvo Greco

da: "Piemontisi, Briganti e Maccaroni", Guida Editore, Napoli, 1975

Non si può parlare del Risorgimento Meridionale e del crollo del Regno di Napoli senza accennare, anche se brevemente, a Don Liborio Romano. Avrebbe potuto salvare la Dinastia, forse non volle. O non poté, per non essere l'unico consigliere di un sovrano troppo giovane, troppo debole, troppo irresoluto. Fu detto "un mistero avvolto in un enigma": liberale con i liberali, borbonico e lealista con il Re. Corrispondeva segretamente con Cavour e Persano e proclamava nello stesso tempo la sua fedeltà alla Dinastia: l'unico a poterla salvare, ambiva fosse indicato. Riuscì, senza soluzione di continuità, ad essere ministro di Francesco II e, subito dopo, di Garibaldi. Il giudizio degli storici legittimisti è aspro: traditore per il severissimo De Sivo. Per il popolino napoletano, legato a Franceschiello, sbrigativamente e spregiativamente "il paglietta", e cioè l'avvocaticchio arruffone e imbroglione. In effetti assicurò il trapasso tra il vecchio ordine e il nuovo, risparmiando a Napoli, almeno relativamente, il disordine e l'anarchia. Fu il solo a contrastare apertamente, e spesso con successo, l'onnipotente e prepotente Bertani. Ebbe molti dei pregi e dei difetti dei meridionali: intelligenza, duttilità, scaltrezza, non grande senso morale, estro, fantasia. Per descriverlo, lasciando da parte, almeno una volta, la caustica penna del De Sivo o quella irruenta, e non meno acre ed amara, dell'impetuoso cappellano del 90 Cacciatori, Don Giuseppe Buttà, vale riportare due brani di suoi scritti e discorsi: del "memorandum" diretto a Francesco negli ultimi suoi giorni nella Capitale e dell'indirizzo rivolto a Garibaldi, il 7 settembre, all'arrivo alla stazione a Napoli. E, a conclusione, l'epigrafe (un vero e proprio ritratto in miniatura, da far impallidire d'invidia Litton Strachey) che per lui dettò Giovanni Bovio.

Il "memorandum" a Francesco II

"Che V.M. si allontani per poco dal suolo e dalla Reggia dei suoi Maggiori; che investa di una reggenza temporanea un Ministero forte, fidato, onesto, a capo del quale sia preposto, non già un Principe reale... ma bensi' un nome cospicuo, onorato, da meritare la piena confidenza della M.V. e del Paese".

"indirizzo" a Garibaldi

"Signor Generale, voi vedete al vostro cospetto un Ministero che ricevette il suo potere da Francesco II. Noi lo accettammo come sacrificio dovuto alla Patria. L'accettammo in momenti difficilissimi, quando il pensiero dell'Unità italiana sotto Vittorio Emanuele era diventato onnipotente... per mantenere la pubblica tranquillità e preservare lo Stato dall'anarchia e dalla guerra civile... Noi depositari del potere, cittadini e italiani anche noi, lo trasmettiamo confidenti nelle vostre mani, certi che indirizzerete questo paese al nobile scopo... che è nel cuore di tutti: Italia e Vittorio Emanuele".

L 'epigrafe di Bovio

DA XXIV ANNI

O LIBORIO ROMANO

LA STORIA

PENDE IRRESOLUTA

SUL TUO NOME

MINISTRO POSTREMO

DEL CADENTE BORBONE DI NAPOLI

ADDITAVI L'ESILIO AL TUO' RE

E APRIVI LA REGGIA AL DITTATORE

INERME

CUSTODE DELLE AUTONOMIE

REGIONALI

E BANDITORE D'UNA ITALIA

FEDERATA

ACCETTAVI L'UNITÀ

SENZA PROTESTA SENZA CONDIZIONI

E DAL VECCHIO AL NUOVO

PRINCIPATO

PASSAVI

COME SE DUE ANIME

TI POSSEDESSERO

E DUE LEGGI MORALI

MA LE TRONCATE INSIDIE DI CORTE

LA SERVATA INCOLUMITÀ PUBBLICA

E IL DIRITTO NAZIONALE

CHE D'UNA IN ALTRA METROPOLI

CERCAVA ROMA

TESTIMONIANO

CHE I PECCATI TUOI

FURONO I DESTINI DELLA PATRIA

INDIETRO

HOME PRINCIPALE

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Progetto della circoscrizione della Provincia di Benevento

a cura dell'Amministrazione Provinciale di Benevento in occasione del Convegno di Studi "la podestà statutaria e la nuova Provincia nella realtà meridionale" - Rocca dei Rettori - Benevento - 10 - XI - 1990

ALTEZZA REALE

Dopo il Decreto dei 25 Ottobre 1860, che proclamava la Delegazione di Benevento (indicata in quel decreto col nome di antico Ducato di Benevento) incorporata al nuovo Regno italiano, era mestieri provvedere che di quella nobile contrada venisse costituita tale una Provincia, che per territorio e popolazione, se non pareggiasse le altre Province meridionali d'Italia, non fosse almeno per riuscire troppo a queste inferiore. Le aspirazioni e gli sforzi di quel paese ad unificare le sue sorti politiche con quelle degli altri paesi italiani, meritavano cotesta sollecitudine del Real Governo; il quale avendo già fatto di Benevento il centro delle varie branche di pubblica amministrazione, che si trovano in ogni capoluogo di Provincia, non potrebbe più oltre, e senza gravi inconvenienti, dispensarsi di fare, che quella regione si allargasse in regolare e ben conformata Provincia. A tale bisogno ispiratosi questo Dicastero, commetteva al Governatore Signor Carlo Torre il mandato di elaborare un progetto, il quale dichiarasse quali delle limitrofe o vicine Province dovessero mettersi a contribuzione, e quanto dovesse ciascuna conferire, perché, senza che quelle si sfregiassero, si creasse la nuova Provincia di Benevento, circoscritta e configurata in guisa da presentare quella disposizione di circostanze e limitazioni territoriali, che son pure utilissime condizioni al più libero ed al più spedito maneggio della cosa pubblica. Divisava il Signor Torre di aggregare a se nell'importante lavoro un valoroso Uffiziale Superiore del Genio, delle cui ricerche avvalevasi in quanto risguardava la parte topografica. Erano poi uditi i rappresentanti dei Comuni, che venivano designati come elementi della nuova Provincia; ed inoltre il già Consigliere di Luogotenenza signor Marchese d'Afflitto con saggio consiglio istituiva una Commissione consultiva, destinandola a rappresentare, e disaminare gli interessi delle diverse Province, che dovevano sottoporsi a contributo. Dopo gli accurati studi e lavori del nominato Governatore Signor Torre, e dopo le disamine fatte dall'anzidetta Commissione, il Dicastero ha trovato la materia così naturalmente preparata e discussa, da potersi avventurare allo scioglimento del problema. Dai vari suggerimenti, dalle diverse opinioni, dai differenti partiti, che i ripetuti esami han fatto nascere, esso ha scelto ciò che gli è parso il più conducente a costituire una Provincia il meglio possibile terminata e configurata, il meno dannoso alle limitrofe che subiscono questa indispensabile sottrazione; é con animo tanto indipendente da principi di predilezione, o di municipalismo, quanto predominato dalla realtà delle condizioni e dagli accidenti topografici, si è fermato in un progetto deffinitivo, che si onora di rassegnare nell'infrascritto Decreto all'A.V., perché io degni della Sua Suprema sanzione. Benevento è la Capitale della nuova Provincia. Città storica, città di antiche memorie, di generosi fatti, di patite sventure, città che impronta va del suo nome il Ducato, non era altra che potesse contrastarle l'onore, che il progettato Decreto le riconosce più che le concede. La Provincia le stà disposta d'intorno, ed ella siede come nel centro, quasi equidistante dai diversi punti del perimetro, il quale nella più gran parte è determinato da confini naturali. Per capoluoghi di Distretti sonosi destinati Cerreto e S. Bartolomeo in Galdo, soli Comuni che dopo Benevento meritano il titolo di città. Cerreto sede di Vescovado, città edificata con vaste proporzioni di architettonico disegno, offre oltre a ciò il vantaggio di essere nel centro del suo Distretto. Questa medesima combinazione non ha potuto ottenersi per S. Bartolomeo in Galdo, il quale rimane piuttosto verso il confine; ma a prescindere che è stato impossibile di far meglio tale svantaggio è in parte compensato dalla importanza che ha quel Comune. Le Province, che contribuiscono sono il Principato Ultra, il Molise, la Terra di Lavoro e la Capitanata. Posta la di già Delegazione di Benevento, quasi nel cuore del Principato settentrionale, non si è potuto altrimenti sviluppano in regolare provincia, che obbligando questo a cedergli una quota maggiore, che non gli danno le altre. Ma co' compensamenti, di cui or ora si parlerà, il Principato tornerà ad essere una delle più importanti province del Napoletano, e non che perdere guadagnerà dalla propria ricomposizione. Una popolazione di 244175 abitanti distribuita in tre distretti, compone la nuova Provincia. Per numero di Comuni, per territorio e per popolazione ella è una delle più piccole tra le meridionali, ma è quanto basta perché abbia la legale esistenza, il dritto e l'autonomia di Provincia come tutte le altre. I notevoli precedenti storici della città di Benevento, e più di tutto la fede e le opere dei Beneventani nella causa comune, hanno indotto il Dicastero a proporre che la nuova Provincia sia dichiarata di prima classe. L'Augusta Casa di Savoja, così egregiamente rappresentata dall'A. V. voglia con questa prerogativa segnalare una propria creazione amministrativa, giudiziaria e politica, che si fa nel suo nome in questa parte del Regno italico. Applicava poi l'animo il Dicastero ad esaminar la quistione dei compensamenti alle risecate province. Su di che primamente proponevasi il dubbio se tutte massimamente fossero da ammettere a questa legge, o se soltanto quelle che hanno sofferto più significante diminuzione. Osservava il Dicastero, che la provincia di Terra di Lavoro, e per territorio, e per popolazione è una delle più vaste di questa parte meridionale d'Italia. La eccessiva estensione, il soverchio numero di abitanti sono circostanze, che intralciano e ritardano il corso di un'amministrazione provinciale. Malgrado le cessioni che quella provincia viene a fare a Benevento, ella rimane tuttora fornita di 77100 abitanti, numero inferiore soltanto a quello della provincia di Napoli, e di gran lunga superiore a quello di molte altre province. Presso a poco le stesse osservazioni valgono per la Capitanata, la quale per estensione è una delle maggiori, per popolazione una delle medie, superando essa ciascuno degli Abruzzi, ed anche la Calabria Ulteriore 1. L'attual numero de' suoi abitanti è di 355179; perdendone 17967, che cede a Benevento, rimane tuttora di 337212. Onde il Dicastero ha con chiuso, che Terra di Lavoro e Capitanata, anziché ricever compenso possono ancora tollerare una nuova riseca in favore del Principato Ultra e di Molise, le quali hanno sofferto maggior sottrazione, per concorrere a creare la provincia di Benevento. Con la nuova cessione, che Terra di Lavoro fa al Principato Ultra ed a Mouse, la sua popolazione rimane tuttavia di anime 673909, numero che è pur sempre non inferiore che soltanto a quello della provincia di Napoli. Similmente la Capitanata, cedendo due Circondari ed un Comune al Principato Ulteriore, non perde che altri 25085 abitanti; per guisa che la sua popolazione resta di anime 312121: il qual numero non la rende ultima tra le napoletane province, essendo sempre molto minori di essa l'Abruzzo Ulteriore Primo e la nuova di Benevento. Delle altre province la sola che ha potuto chiamarsi a contribuire a' compensamenti è il Principato Citeriore. In quanto alle altre province limitrofe al Molise ed al Principato Ultra, cioè l'Abruzzo Chietino, l'Aquilano e la Basilicata, si è creduto conveniente sottoporle a veruna riseca, con quelle che son divise da' confini naturali di montagne, o di fiumi, ed i cui abitanti hanno minore omogeneità di abitudini e di usanze con quelli delle altre province, tra le quali si opera la nuova circoscrizione. Adunque la Terra di Lavoro, la Capitanata ed il Principato Citeriore, daranno proporzionati compensi al Principato Ulteriore ed a Molise. Le condizioni topografiche, e la forza di ciascuna provincia hanno regolato questi nuovi risecamenti; e la ragione delle perdite, che le due province da compensare hanno fatte, non che la opportunità degli aggregamenti ed il voto espresso da' Commissari delle ridette province, hanno proporzionato e diretto le diverse attribuzioni. Molise riceve un compenso minore, perché la situazione topografica non ha permesso di fare altrimenti. Nulladimeno la sua popolazione riman sempre di anime 376884, numero pel quale ella è superiore a ciascuno de' 3 Abruzzi, alla Calabria Ulteriore Prima, alla Capitanata ed alla provincia di Benevento. Con le progettate modificazioni territoriali il governo, mentre da un lato rende omaggio al decreto dittatoriale, che dichiarava la già Delegazione di Benevento provincia del Regno italiano e prometteva di ampliarne il territorio proporzionatamente alle altre province; dall'altro compie un atto, senza di cui sarebbe in conseguente a se stesso. imperciocché per effetto di quel medesimo decreto già trovansi nominati, e costituiti in Benevento i diversi funzionari ed agenti, che rappresentano il potere nelle varie branche della pubblica amministrazione; e costoro rimangono pressoché oziosi, e quasi vano simulacro, né possono esplicare la rispettiva Autorità, sino a che non abbiano veramente una Provincia da governare. Del rimanente, con questa parziale modificazione alla preesistente circoscrizione delle province meridionali, il governo della Luogotenenza non può intendere né intende menomamente di stabilire un fatto assolutamente ed irrevocabile. Ogni volta che con nuova legge, da proporsi e discutersi nel Parlamento Nazionale, si stimerà espediente di rimaneggiare la divisione, e circoscrizione del Napoletano, l'assestamento, che si fa con l'infrascritto decreto tra le province di Benevento, di Terra di Lavoro, dei due Principati, di Molise e di Capitanata, non sarebbe certamente di ostacolo alle nuove limitazioni, che la sapienza dell'Assemblea Legislativa fosse per reputare più utili al maggior bene de' popoli, ed al miglior esplicamento dell'autorità governativa.

IL CONSIGLIERE

LIBORIO ROMANO

INDIETRO

HOME PRINCIPALE

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Riflessione su Liborio Romano

di Giovanni De Matteo

da: "Brigantaggio e Risorgimento", Alfredo Guida Editore, Napoli, 2000

 

.. Liborio Romano era stato costituzionalista nel 1820, coordinatore dei profughi dopo la sconfitta di Rieti nel 1821, imprigionato nel 1826 per partecipazione ad una setta segreta, firmatario nel 1848 di una petizione a Ferdinando II per la concessione della Costituzione, di nuovo imprigionato nel 1848 per sospetta partecipazione alla rivolta del maggio di quell'anno, esiliato in Francia, tornato in Italia nel 1854 dopo una sua istanza a Ferdinando II. Quando Garibaldi avanzava in Sicilia, Francesco II lo aveva nominato prefetto di polizia nel governo liberaleggiante presieduto da Spinelli, e successivamente anche ministro dell'interno. In tale qualità, organizzò la Guardia Nazionale e utilizzò i capi della camorra per mantenere l'ordine. Consigliò a Francesco II di abbandonare Napoli ed iniziò rapporti segreti con il governo piemontese, tramite Nicola Nisco e l'ammiraglio Persano. Garibaldi era giunto a Salerno e don Liborio prepara l'ingresso in Napoli e riceve il Dittatore; contemporaneamente Cavour invia una lettera (riportata da Alianello in "La conquista del Sud") al "pregiatissimo don Liborio", preconizzandogli un seggio in Parlamento e firmandosi "suo devotissimo Cavour". Garibaldi lo confermò ministro dell'Interno, e Liborio Romano entrò alla Camera nell'aprile 1861, eletto in otto collegi. Deluso perché la Luogotenenza non decideva per l'autonomia amministrativa delle provincie meridionali, si ritirò dalla vita politica nel 1865. Fu molto discusso, spesso diffamato e malfamato. Però l'aver consigliato Francesco II a lasciare Napoli è merito di Liborio Romano: così evitò una guerra civile e si oppose a manovre reazionarie, sventando congiure di palazzo e preparando la pacifica annessione del mezzogiorno al resto d'Italia. Quando, il 7 settembre, gli ordini all'esercito non erano chiari e gli animi erano sospesi per l'arrivo del Dittatore e per il timore dei bombardamenti e di saccheggi, il ministro Romano si adoperò per un regolare pacifico trapasso dei poteri, senza eccidi e scosse violente, che sarebbero avvenute se il Re avesse dato ordine ai castelli di resistere. Giova ricordare il giudizio di un contemporaneo che gli era stato avverso, Giuseppe Ricciardi: "dovetti convincermi della buona fede dell'uomo e del non picciol servizio reso al paese. Al quale evitò mali infiniti, contribuendo a far sì che incruento riuscisse uno degli avvenimenti più singolari del nostro secolo, ed a questo mirabil fatto sacrificando la propria fama, senza alcun frutto raccoglierne che i vituperi nonché della parte borbonica, di non pochi tra i liberali medesimi, essendo rimasto qual'era prima, non ricco e non insignito di onorificenze". Delineò pure un programma di opere pubbliche per dare "pane e lavoro" (proprio come si dice oggi) ad operai e contadini e farli inserire nell'ordine nuovo, un ordine che nasceva dal disordine. L'antica polizia era scomparsa, la Guardia Nazionale non esisteva ancora, la città era in balia di sé medesima, i neosanfedisti si preparavano ad un nuovo saccheggio. La "camorra" organizzata da don Liborio non solo prevenì le rivolte, ma impedì i piccoli furti, che oggi chiamiamo "microcriminalità"; i nuovi sbirri presero il posto dei "feroci" (così si chiamavano i poliziotti borbonici). Racconta Marco Monnier che un ex commissario, aggredito per strada, fu salvato e condotto a casa da Luigi Cozzolino, un camorrista detto "persianaro". In quel tempo un altro capo dei camorristi, Salvatore De Crescenzo, organizzava il contrabbando per mare, e Pasquale Merolla organizzava il contrabbando per terra. Agli uffici doganali i camorristi imponevano il passaggio di merci dicendo: "lasciate passare, è robba e zi Peppe" (Garibaldi). Il ministro Spaventa tentò di distruggere la camorra, deportandone i capi nelle isole; non ci riuscì, e ricorse anch'egli al metodo di don Liborio, reclutare i camorristi ed inserirli nella polizia.

INDIETRO

HOME PRINCIPALE