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IL Colonnello

Pietro Fumel

Antonio Ciano (1) lo inserisce tra i principali "macellai", della repressione del brigantaggio: La Marmora, Cialdini, Pinelli, Fantoni, Bixio, e qualche altro. Lorenzo Del Boca tira più forte: "Il Piemonte peggiorò se stesso e l'Italia. La legge della prevalenza del cretino trovò un'occasione per essere applicata su larga scala: Fumel era doganiere. Fu premiato colonnello". Pietro Fumel, nato ad Ivrea, in Piemonte, Maggiore e Colonnello dell'esercito unitario, è rimasto "famoso" per aver distrutto le bande calabresi Palma, Schipani, Ferrigno, Morrone, Franzese, Rosacozza, Molinari, Bellusci e Pinnolo, e anche per avere ucciso "più di cento contadini inermi" di Fagnano (2). L'uomo di Ivrea aveva sconfitto alcune bande, anche nel Salernitano. Venne mandato in Calabria come Ispettore della Guardia nazionale mobile. Fumel adottò i metodi della tortura e del terrore, attuati da Carlo Antonio Manhès nel primo brigantaggio. Agiva senza tenere conto di alcuna garanzia legale, faceva uso delle spie prezzolate, fucilava indistintamente, briganti e manutengoli, le esecuzioni più crudeli le faceva in pubblica piazza e lungo le strade. Leggete i suoi terroristici bandi emanati da Cirò, da Celico, da Cosenza e anche dagli Abruzzi: "Tutte le pagliaie e le case di campagna devono essere bruciate. Chi dà ricovero e sussistenza ai briganti, sarà immediatamente fucilato" (3). Le sue ferocissime punizioni, i suoi disgustosi trofei, le teste dei briganti conficcate sui pali, i corpi di altri briganti galleggianti sul fiume Crati sconcertarono uno dei suoi più stretti ufficiali, Auguste de Rivarol, che ebbe a scrivere pure le sue memorie (4). Con questi crudelissimi metodi, non fu difficile a Manhès di sradicare il primo brigantaggio. Il Colletta, che gli fu pure ostile, ebbe ad ammettere: "Io non vorrei essere stato il generale Manhès, ma nemmeno vorrei che il generale Manhès non fosse stato nel regno nel 1809 e nel 1810. Fu per opera sua, se questa pianta venefica del brigantaggio venne alla peifine sradicata". La Calabria (tramite il prefetto di Cosenza Giuseppe Guicciardi e il direttore del Bruzio, Don Vincenzo Padula) lo invocò per due volte, perchè "Fumel solo avrebbe sollevato il lurido panno che copre le piaghe della Calabria" (5). Mentre il capo-banda Palma, nel 1865, lo sfidava con una lettera, indirizzata pure contro i Rossanesi, che lo "rapportavano", chiamandolo "Pietro Vulli-vulli": "stu guappùne, dintra Russanu lu vie gnu ammazzari" (6). Ma il colonnello Fumel colpiva soprattutto contadini e pastori. L'arresto del barone Luigi Campagna di S. Marco fu la sua unica eccezione dei manutengoli "galantuomini". Non ci possiamo meravigliare di Ciano e di Del Boca: il colonnello Fumel, viene descritto, seppure in termini elogiativi, dal suo amico generale Michele Scano, che fu comandante in Calabria dal nov.1861 al nov. 1862: "aveva una rara abilità a far confessare ai briganti tutti i loro segreti. Era più temuto della sua truppa, perché si prendeva certe libertà che la truppa non si prendeva" (7). Ma se questo non basta, ricordiamo che contro l'eccessiva violenza del Fumei non si battè solo il deputato calabrese Luigi Miceli, che il 18 aprile 1863, nella Camera del Parlamento unitario, stigmatizzò le crudeltà usate dal noto militare, chiamato per la repressione del brigantaggio calabrese. Si ribellò anche Nino Bixio, il massacratore dei contadini di Bronte (8).

 

NOTE

1) A. Ciano, 40 (p.40)

2) Antonio De Leo, Brigantaggio e lotte contadine; Chiaravalle C. (CZ), 1977

3) Da Celico (CS), 1 marzo 1862, e Cirò (CZ) -v. Molfese, 411. Sul generale Manhès vedi Notizia storica del conte Antonio Manhès, scritta da un antico ufficiale dello Stato Maggiore del predetto generale Mannès, nelle Calabrie; Napoli, Ranucci, 1846, e Memorie auto grafe del generale Manhès intorno ai briganti compilate da Francesco Montefredini, Napoli, flli Morano, 1861.

4) A. Rivarol; Nota storica sulla Calabria, Bordigbera, 1990.

5) Padula, Il Bruzio nn. 2 e 45/3/1864 ; e Molfese, 170 e 321

6) Il Bruzio, n. 14 (11 maggio 1865, p.2).

7) Molfese, 411-412.8) Molfese, 412.

da: "La banda di Antonio Franco" di G. Rizzo & A. La Rocca, Ed. Il Coscile, 2002

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