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Epifanio Di Gregorio Arciprete

L'ASTRO NELLA TENEBRIA ovvero

L'IMMORTALE FERDINANDO II

RE DEL REGNO DELLE DUE SICILIE

Degli orrori delle ultime rivolture fino all'attualità

Lavoro apologetico, politico, didattico, parenetico

di EPIFANIO DI GREGORIO

Arciprete di Pontelandolfo

 

Epifanio Di Gregorio: la voce di un dissidente post-unitario

L'Arciprete di Ponteladolfo Don Epifanio Di Gregorio, era nato a S. Croce del Sannio il 14 dicembre 1811 da Francesco Di Gregorio, facoltoso agricoltore e da Maria Celeste Gioia. Primo d'una numerosa prole composta da Giovanni, Domenico, Maria Teresa, Giuseppe, Maria, Annamaria, Angela, Saverio. Da piccolo conobbe Don Domenico Petrillo, sacerdote, zio del padre. Infatti il nucleo familiare che abitava alla salita S. Sebastiano, nel 1815 era cosi formato: Sig. Domenico Petrillo, prete di anni 52. Teresa Petrillo di anni 51, cugina di Don Domenico. Francesco Di Gregorio, nipote, figlio di Giovanni e Angela Petrillo. Maria Celeste Gioia, moglie di Francesco e figlia di Giuseppe Gioia e Cecilia Morelli. Epifanio Michele Di Gregorio, di anni 4; Giovanni Giuseppe Di Gregorio di anni 2; Vittoria Di Gregorio. Nell'Ottobre del 1825 il giovane Epifanio lascia il suo paese natio: entra nel Seminario Arcivescovile di Benevento, usufruendo della borsa di studio che i concittadini della Congrega di S. Sebastiano avevano presso il seminario. Alcuni anni dopo anche il fratello Giovanni lo seguiva in seminario, Don Giovanni Di Gregorio, prete partecipante della chiesa di S. Maria Assunta in S. Croce di Morcone, sarà anche professore al Seminario Arcivescovile di Benevento. Infatti, il 20 agosto 1861 egli chiedeva al clero di S. Croce di "avere la facoltà di godere i frutti della sua partecipazione e celebrare in Benevento le messe annesse per tutto il tempo che egli impiegherebbe ad insegnare in quel Sacro Seminario". Nel 1843 la sorella di Don Epifanio, Maria Teresa andava in sposa a Raffaele Narciso. Nel 1837 Don Epifanio fu Arciprete di Cucciano. Come testimonianza del suo zelo pastorale espletato in Cucciano, resta una raccolta di prediche: Sacri pensieri ovvero esercizio novenano in preparazione alla festa dei Santi Apostoli Pietro e Paolo (Napoli, stamperia di Nicola Mosca, 1837). Fu nominato poi arciprete dl Matrice in provincia di Campobasso nell'aprile 1838. Fra le altre cose pubblicò sul giornale napoletano Ore solitarie (fasc. VII, luglio 1840). una descrizione della chiesa Badiale di S. Maria della Strada in Matrice col titolo Tempio di S. Maria la strada. L'Arciprete di Monacilioni Don Vincenzo Ambrosiani in un opuscolo pubblicato nel 1887, pur riconoscendo al Di Gregorio solida preparazione letteraria e teologica, rettifica errate interpretazioni archeologiche date dal Di Gregorio: "Se il degno arciprete fosse stato così buono archeologo com'era letterato e teologo, la forma, l'architettura gli avrebbero chiaramente annunziato il secolo della sua erezione". Nell'ottobre del 1839 lascia la Parrocchia di S. Silvestro, di Matrice. Il primo movembre dello stesso anno prende possesso della Parrocchia di Pontelandolfo, alla presenza del Collegio dei Canonici, del Sindaco D. Giuseppe Pistacchio e di altre autorità del paese, come rileviamo dall'atto dell'insediamento che riportiamo.

"L'anno 1839 il giorno primo Novembre nella Chiesa Matrice di questo Comune di Pontelandolfo. Riunito il Corpo Collegiale dei Canonici di questo Comune, composto dai presenti Canonici: Tesoriere D. Nicola Longo e Vicario Foraneo, D. Giambattista Guerriero, D. Domenico Gugliotti, D. Filippo Pulzella, D. Vincenzo Javecchia, D. Filippo Rinaldi e D. Angiolo d'Addona, e coll'intervento del Sindaco D. Giuseppe Pistacchio; non che del testimoni Signori D. Stanislao Perugini, D. Vincenzo Mancini, D. Salvatore Perugini, Don Michelangelo Gasdia, Notar D. Filippo Lombardi, D. Ferdinando Pulzella, D. Armando Gugliotti, si è presentato il Molto Rev. Arciprete di Matrice D. Epifanio Di Gregorio, nativo del comune di S. Croce di Morcone, il quale ha esibito una bolla rilasciata da S. Em.za il Card. Arcivescovo di Benevento, sotto la data del 19 Settembre ultimo, (Registro al par. 253) colla quale è stato Egli promosso all'Arcipretura di questo comune, dichiarando di dovere prendere il possesso a termini della Bolla suddetta. Il Corpo Collegiale, presieduto dal Can. Tesoriere Longo, unica dignità Collegiale presente ed anche nella qualità di Vicario Foraneo, ha fatto procedere alla presenza di tutti i notati Soggetti e di tutta la popolazione di cui era ripiena la Chiesa, la Bolla di collazione per mezzo dell'Archivario Collegiale Canonico D. Filippo Pulzella. Dietro questa lettura, il Collegio, il Sindaco del Comune, ciascuno per la sua parte, previo gli atti e le cerimonie prescritte dal Rituale Romano, ha immesso e dichiarato immesso il Rev. D. Epifanio Di Gregorio, nel reale e formale possesso delle sue funzioni di Parroco, proclamandolo per tale e chiudendo il suo atto colla celebrazione della Messa cantata solenne, e con un sermone sacro che ha pronunziato dopo il S. Vangelo. Di tutto ciò si è formato il presente atto, che è stato scritto dal detto Sign. Di Gregorio, da tutti i Canonici e testimoni presenti, per futura memoria, depositandosi nell'Archivio della chiesa arcipretale".

La simpatia di Don Epifanio per i Borboni, la sua ammirazione per Ferdinando II, la sua avversione per ogni movimento liberale, per Mazzini e Garibaldi, e i Piemontesi, non erano un mistero. Nel 1852 il Di Gregorio pubblicava un volume dedicato a Ferdinando II di Borbone col titolo: L'astro nella tenebria ovvero l'immortale Ferdinando II, re del regno delle due Sicilie. Negli orrori delle ultime rivolture fino all'attualità. Scritta per confutare il pensiero di Mazzini, che si era diffuso in modo particolare nell'Italia meridionale, e le riforme del 1848, l'opera definisce Garibaldi "l'uomo dal volto feroce"; la giovane Italia "la sedicente sirena mazziniana"; l'anno 1848 "la vera eclissi dell'umana ragione". Il volume pubblicato a Napoli ebbe grande risonanza. Scriveva il Giornale del Regno delle due Sicilie del 20 luglio 1853:

"L'autore di questo libro si è prefisso dimostrare in esso a qual alto segno di virtù si sublimasse il nostro augusto Sovrano nel tempo del parossismo rivoluzionario e come nel clima attuale si presenti ai suoi sudditi quale apportatore di pace, di felicità. Epperò le male arti dei fautori del disordine sono messe dall'autore a nudo e malgrado che bene si ammandassero di mentite spoglie le calunnie confutate con l'esposizione del genuini fatti o con patenti ragionamenti, i benefici a noi arrecati dal monarca messi in piena luce coll'espressione di quella gratitudine che si annida nel cuore di tutti i napoletani ma non tralascia intanto lo scrittore di combattere le erronee e fallaci tecniche che furono a questi tempi inventate o riprodotte da demagoghi o li fa con evidenti raziocinii e coll'autorità di sommi uomini, facendo pure per contrario rifuggire la verità degli eterni inconcussi principi di religione, di politica e di morale che a quelle tecniche sono diametralmente opposte e trascendono necessarie illazioni. Ci duole che l'estensione del libro non ci permetta di venirlo analizzando a parte come vorremmo negli argomenti in difesa dell'assoluta monarchia e dell'augusto Ferdinando II, che è la personificazione dell'ideale dell'ottimo principe, ma avremo meglio adempiuto al nostro ufficio se invece di presentarne un magro e scarno sunto, saremo riusciti con queste parole a far nascere nei nostri lettori di bevere alla fonte facendosi a leggere l'opera del signor De Gregorio".

Per il Di Gregorio le idee più pericolose sono quelle espresse da Mazzini nel suo Catechismo: le idee della rivoluzione francese. A questo proposito l'Arciprete lamenta che il Regno di Napoli era stato molto sensibile "ai gallici rumori": 'La Francia che ha quasi la missione dalla provvidenza di propagare le idee più che di crearle e che protegge troppo se stessa e si smercia con soverchio impegno all'estero". Sono da rigettarsi le Costituzioni alla francese o all'inglese. Mazzini è un alleato del comunismo e del socialismo che il Di Gregorio conosce attraverso le opere di Weishaupt "patriarca dell'illuminismo... il quale, con aforismi troppo scaltri e subdoli, coadiuvato dal succitato Knigge, volle dar ordine al disordine, rendendo organizzata e regolamentata la rivoluzione che giusta i suoi dettati dovea distruggere religione, governi, società politica, famiglia e proprietà riuscendo cosi nel socialismo e nel comunismo, perché tali elementi, secondo lui, assaltano l'eguaglianza e la libertà, diritti primitivi ed essenziali dell'uomo". Solenni sono gli elogi per Ferdinando II, per il modo di governare, per le opere sociali realizzate. Di Gregorio ricorda la prima ferrovia costruita in Italia: "La prima strada a rotaia di ferro, che siasi fatta in Italia è quella che da Napoli passando per luoghi, ove la natura pompeggiò di sue bellezze, da un lato mena a Castellammare e dall'altra per Pompei sino a Nocera... come l'altra strada ferrata che conduce alla Regia Casertana ed alla real piazza di Capua. Napoli, per l'interessamento del Re "ha una delle più belle illuminazioni a gas, a giudizio anche degli stranieri e fu la prima città in Italia, che intese ad ornarsene". Fra le opere sociali il Di Gregorio ricorda i due ospedali costruiti a Napoli affidati alle suore di carità per ammalati indigenti, mentre nel Regno sono sorti altri ventidue nuovi ospedali; fra il 1831 ed il 1847 sono stati organizzati ventidue Monti per maritaggi, trentadue Monti di pegni, diciassette conservatori... come più centinaia di Monti frumentari tanto ostili allo spirito usuraio ed amici dell'agricoltura". Fra le opere stradali più importanti il Di Gregorio ricorda quella considerata l'orgoglio, l'opera arditissima a favore del popolo del Regno: si tratta della Frentana. Infatti gli abruzzesi per recarsi a Napoli dovevano attraversare l'impraticabile valico delle cinque miglia "zeppo in più mesi dell'anno di brumali copiosissime nevi". Ferdinando II pensò ad un arditissimo progetto: "far trapanare in tre punti le viscere di quel monte, ònde vi passasse la strada e cosi si presenta vaga, simmetrica, agiata la strada Frentana da Roccaraso per Palena e Lanciano all'Adriatico ed offre uno spettacolo di magnificenza per l'invalicabile attuato progetto di dar l'agio a tutti quei popoli di correre celeri nella Capitale scevri e smilzi dei penosi affanni, che loro cagionava il transito per l'orribile Piano di cinque miglia. Tu con ciò vedi un'opera simile a quella che sotto Napoleone s'intraprese colla costruzione della famosa strada del Sempione...". Sotto Ferdinando II veniva portata a compimento la strada rotabile del Pentri in Molise "che incatena quella degli Abruzzi alla Sannitica". Per congiungere la Sannitica con le Puglie fa costruire il tratto detto dei "Locati" per anellare la Sannitica con quella delle Puglie frastagliando la Capitanata". Infine, la costruzione dei due ponti di ferro: uno sul Volturno e l'altro sul Calore, veri capolavori di ingegneria. L'arciprete ricorda le molteplici leggi emanate dal Re dal 1830 al 1847 a favore dell'agricoltura, per il commercio, per le miniere, che tanta prosperità hanno arrecato alla popolazione del Regno. Perciò il Di Gregorio rigetta con sdegno il giudizio pronunciato da Gladstone, ministro inglese; su Ferdinando II chiamandolo "la negazione di Dio"! Nel 1857 Di Gregorio, socio dell'accademia di Castroreale, pubblicava un'altra opera: L'immacolata e il secolo decimonono, (in due volumi in ottavo). Leggiamo nella recensione comparsa sul giornale La Rondinella (1858):

"L'erudito nostro amico ed egregio Arciprete Di Gregorio notissimo per l'altra sua applaudita opera apologetica: L'astro nella tenebria, ovvero l'immortale Ferdinando Il, Re del regno delle due Sicilie negli orrori delle ultime rivolture fino all'attualità, ora si è accinto a pubblicare un'altra non meno interessante e grave sotto il glorioso titolo di Nostra Donna senza macchia originale Concetta, ed al cui valevolissimo patrocinio noi dobbiamo la salvezza dei preziosissimi giorni del Nostro Augusto Sovrano ed Amatissimo Padre dall'esecrando attentato degli 8 settembre 1856. Gli opposti combattonsi, dice il dottissimo ecclesiastico, e di essi chi ha prevalenza di forze vince. L'Immacolata ed il secolo XIX, benché abbiano comune la genesi in Dio Creatore e Redentore, sono nondimeno due termini oppostissimi pel loro essere caratteristico, dacché l'Immacolata è la rappresentante della natura umana nello stato normale e non decaduto, il secolo XIX nell'opinione di tutti gli errori contenuti nel Panteismo moderno, è la rappresentanza vera della natura umana decaduta, anormale. Ora la natura umana nello stato normale è l'espressione dell'ordine e perciò del vero, la natura umana nello stato di decadimento e d'anomalia, è il simulacro del disordine e conseguentemente dell'errore. Quindi è che nella tenzone di questi due opposti elementi la vince quello dell'ordine e del vero, come trionfa l'affermazione sulla negazione. Lo è perciò che pervenuto l'errore o il disordine all'ultima esplosione in questo secolo, cioè al rinnegamento di ogni vero e di ogni passato col Panteismo teutonico e suoi effetti, Panteismo figliato immediatamente dal Protestantesimo, piacque alla Divina Provvidenza far apparire in questo secolo stesso pel veicolo di oracolo autentico ed infallibile, quale è il Vaticano, il suo elemento opposto, l'elemento d'ordine o di vero, cioè l'Immacolata, affinché nella lotta di questi nemici trionfasse l'elemento naturalmente vincitore ed invincibile, cioè l'ordine ed il vero. L'idea madre di questa nuova lucubrazione filosofica e teologica l'è questa, la quale per l'illustre autore conseguentemente è svolta e dimostrata in tutte le sue strette appartenenze e perciò col presidio della filosofia egli ragiona in prima dell'esistenza dei due termini succennati e prova filosoficamente, presupposti alcuni fondamenti comuni anche ai Protestanti circa il dogma, la verità dell'Immacolata; indi il nesso, il rapporto tra questi due estremi L'Immacolata ed il Secolo XIX, quindi il costitutivo del secolo attuale colla genesi ed etologia dei suoi errori e come in tutti i tempi il vero non ancor definito dell'Immacolata e l'errore non ancora pronunziato nell'ultima sua formula, come lo è nel secolo attuale, abbian sempre proceduto di fronte nelle loro evoluzioni, con proporzioni crescenti per l'Immacolata; finché giunto nel colmo e pronunciato nell'ultima sua formula l'errore nel Secolo XIX, nello stesso secolo si è pronunciata nella sua finalità ovvero si è definito il suo opposto, cioè l'Immacolata, definizione che fu la parola d'ordine della Divina investigabile Provvidenza nel secolo decimonono contro il secolo decimonono. Ora in questi succedanei svolgimenti giunto il nostro autore all'ultima formula dell'errore che in questo secolo appariva nel Panteismo tedesco, ha cercato a tutta possa di ucciderlo con validissime armi filosofiche schiacciandolo sotto il peso di una rigida apodissi e lasciandolo a colpi d'inflessibile logica coll'additare del pari la via e la vita della filosofia; e siccome Il padre immediato del moderno panteismo fu il Protestantesimo, ha cercato anche di stramazzare questo Cerbero con valoroso brando filosofico e teologico. Noi calorosamente commendiamo ai nostri lettori un cosiffatto lavoro, ed auguriamo all'illustre scrittore lo sperato guiderdone alle sue incessanti fatiche".

I fatti di Pontelandolfo del 7 agosto 1861

Quello che avvenne a Pontelandolfo il 7 agosto 1861 lo vedremo attraverso i documenti stessi. Noi vogliamo cercare, nei limiti che ce lo consentono i documenti a disposizione, di descrivere di che natura fu la rivolta di Pontelandolfo del sette agosto ed il ruolo che vi svolse l'Arciprete Di Gregorio. Alcuni documenti dell'epoca, come l'atto d'accusa, l'istruttoria formale, attribuiscono all'arciprete la maggiore responsabilità della sommossa borbonica. Si vuole che D. Epifanio, spinto dal suo zelo filoborbonico, avesse fatto i piani della sommossa insieme al Capobrigante Cosimo Giordano che aveva il suo quartier generale sulle montagne del Matese. Ma le fonti non sono d'accordo. Quelle liberali accusano l'arciprete, lo coinvolgono in prima persona, quelle borboniche invece lo presentano come figura di secondo piano. Noi ci atterremo ai fatti documentati da diverse fonti ed in modo particolare dai testimoni oculari. Il documento più importante a tale proposito è il rapporto che D. Saverio Golino, che fu sindaco del paese dal 7 agosto, dopo la fuga di D. Lorenzo Melchiorre, del primo decurione Antonio Sforza e del Delegato di Polizia Vincenzo Coppola. D. Saverio Golino fu testimone oculare e si assunse tutta la responsabilità, si destreggiò bene in modo da risparmiare alla cittadina di Pontelandolfo ulteriori lutti e distruzioni. Interpellato dall'Intendente dell'Interno e di Polizia il 18 settembre 1861, il Sindaco Golino compilò il suo rapporto. Descrive i fatti sicuri di cui era stato testimone con linearità, si astiene dal raccogliere voci e dal raccontare episodi solo supposti o inventati dal sospetto o dall'odio politico di parte. Per quanto riguarda la responsabilità del clero il Golino è molto preciso: il clero, colto di sorpresa, fu costretto dai briganti a cantare il Te Deum in chiesa. Si attiene cosi ai fatti visti e constatati: "Il giorno 7 agosto, la banda dei malandrini era già ingrossata di circa cinquanta individui pontelandolfesi, e dopo lunga discussione fra loro se dovevasi invadere o no Pontelandolfo fu deciso di doversi discendere per l'ostinata volontà di Saverio di Rubbo, Salvatore Rinaldi... Costoro dicevano al loro capo Cosimo Giordano di Cerreto: Andiamo, andiamo, perché abbiamo fatto fuggire i galantuomini; i contadini sono con noi in concerto; il basso popolo ci aspetta, dunque non possiamo temere di nulla. Così decisi piombarono nel paese ingrossati da tutti coloro che figurano nell'apposito notamento..., come pure da altri non conosciuti o dimenticati, fecero imporre al clero, che allor ritornava dalla cappella di S. Donato, di arrestarsi per essere dalla Croce e dai preti preceduti nella chiesa. Il clero obbligato, ubbidì...". La relazione del sindaco D. Saverio Golino certamente è la più degna di fede perché scritta da un testimone oculare degli eventi, mentre quella di Melchiorre è solo un atto di accusa che proviene da una persona che ormai viveva lontano.

L'eccidio dei soldati piemontesi dell'11 Agosto 1861

E' nel clima di tensione che vanno posti i terribili e sanguinosi fatti dell'undici agosto 1861: la strage dei quarantacinque militari piemontesi a Casalduni al comando del tenente Bracci, partiti da Campobasso. Giustamente gli storici che si sono occupati di essi hanno scalzato ogni responsabilità dalla popolazione civile di Pontelandolfo. L'eccidio dei soldati piemontesi fu compiuto nello scontro fra soldati sbandati borbonici che tornavano dal fronte dopo la disfatta di Gaeta ed il gruppo dei soldati piemontesi. Già il Mazzacane scriveva a questo proposito: "Episodio di lotta partigiana deve ritenersi il massacro dei quarantacinque soldati italiani, avvenuta la sera dell'undici agosto 1861 in quel di Casalduni, come episodi di reazione furono i fatti in precedenza svoltisi a Pontelandolfo. Indubbiamente a quegli episodi dei briganti, ma era l'epoca nella quale il brigantaggio non aveva perduto il suo carattere politico, ed era costituito in massima parte da sbandati che eccitavano e favorivano tentativi di restaurazione borbonica". Ma è bene seguire la relazione del sindaco D. Saverio Golino, in quanto testimone oculare dei fatti: "Il giorno 11 arrivava a Pontelandolfo un distaccamento di soldati italiani al n 45 capitanati da un uffiziale. Si insinuavano nel paese, con bandiera bianca in segno di pace e senza veruna resistenza. Uno di essi restò dietro per bisogno e fu ammazzato d'un colpo d'arma da fuoco nella contrada detta Colle o Borgotello. Stanchi del viaggio e dal digiuno si provvedevano dei viveri che furono subito somministrati per opera mia. Un tal Carlo Tommaso Bisconti al vedere quei soldati si portò in un subito nel vicino villaggio di Campolattaro per riunire le forze reazionarie ed accorrere armati in Pontelandolfo contro i soldati; questi ciò faceva, mentre altri pontelandolfesi che finora mi sono ignoti, percorrevano le nostre campagne per l'istesso reo fine e di fatti, in breve ora, si vide in prossimità del paese, gran numero di gente armata ed una voce d'allarme echeggiava per tutte le valli. Accortisi i soldati di un prossimo attacco, e fatti da me avvertire del comune pericolo, cercarono in mia compagnia e di mio figlio Paoloantonio, di occupare la Torre dei Sign. Perugini, antico e forte castello adatto a qualunque difesa, ma non vi stettero che pochi minuti e pensarono miglior partito d'uscire allo scoperto e ritirarsi in S. Lupo. Così fecero. Si avviarono per una ripida e malagevole strada che conduceva nella consolare. Sulla Prainella gran numero di contadini uniti ad altro grosso numero di briganti di diversi paesi e specialmente di Casalduni, discesi dalla montagna inseguivano quei pochi prodi sostenendosi così d'ambo le parti accanito combattimento. Guadagnato dai soldati l'alto della collina S. Nicola in prossimità della consolare, incontrarono un agguato preparato contro di essi, da molti briganti, collettizi, di diversi paesi, sicché furono obbligati, divergere per Casalduni. E' questo un villaggio a circa due miglia discosto da Pontelandolfo abitato da gente inumana, rapace e d'indole retriva, e difatti appena quei naturali ebbero avviso del combattimento, corse da per tutto voce d'allarme, suonarono le campane a stormo ed il popolo tutto riunito come un sol uomo, attaccò di fronte quegli infelici eroi e li inutilizzò alla difesa. Assaliti da tutti i lati, costretti a deporre le armi, furono trascinati in Casalduni e rinchiusi nel Corpo di Guardia per decidere del loro destino.. Tennero allora i briganti fra di loro una discussione sulla sorte degli infelici; chi li voleva rispettati perché prigionieri, chi li voleva fucilati, e flnalmente un certo Angelo, fratelli, figli, nipoti Pica, casaldunesi, reazionari per eccellenza, influenti e forti delle loro agiatezze ed aderenze, vollero a forza che fossero morti, e così gli eroi dl Solferino e di Magenta, vennero barbaramente dai briganti nella piazza di Casalduni fucilati. E' questo il fatto dell'eccidio di quei Piemontesi, e quindi, ingiustamente di là a Pontelandolfo la taccia di averli massacrati. Fu Casalduni il luogo del supplizio e su di essa piombi tutta l'ira ed il rigore della giustizia! Dei 45 militari "atterrati a colpi di schioppo, di scure, di falce, di zappelle e di pietre, 5 soli erano caduti in combattimento e due si salvarono: un sergente ed un soldato che scampato a Campobasso, poté raccontare "che la truppa a Pontelandolfo s'avveniva in un agguato, che per due volte caricava alla baionetta, che l'ufficiale rimaneva ferito e doveva essere trasportato dai suoi a Casalduni, dove la popolazione suonava a stormo e li dilaniava con indicibile rabbia".

Il 14 agosto: l'incendio dl Pontelandolfo

"All'alba era in vista Pontelandolfo (al colonnello Negri ed ai suoi soldati partiti da Benevento la notte del 13). Le scorte dei reazionari dall'alto del monte detto dei Tuoni suscitarono l'allarme. Le campane suonarono a stormo e ci fu una breve resistenza. I soldati entrarono nell'abitato tirando contro chiunque incontrassero... Un solo brigante fu preso ed ucciso. Il paese venne dato alle fiamme e la prima casa che bruciò fu quella dell'arciprete Epifanio Di Gregorio in voce di reazionario. Dopo i soldati si abbandonarono al saccheggio e ad atti di lascivia. A Casalduni ugual ruina che a Pontelandolfo, ma meno sangue, perché quasi deserto il luogo e più pochi gli assassini. Il 15 agosto da Fragneto Monforte, il colonnello Negri comunicava al Governatore di Benevento: "Ieri mattina all'alba, giustizia fu fatta contro Pontelandolfo e Casalduni. Essi bruciano ancora. Il sergente del 36 Reggimento, il solo dei quaranta è con noi. Tralascio di dire che altro successe nel paese, perché la S.V. ben conosce che Pontelandolfo fu divorata dalle fiamme, tranne poche case. E' questa la storia precisa dei fatti veri, raccolti come sono accaduti, sulla quale mosso da quell'amore di patriottismo di cui sono andato sempre infiammato, mi arbitro di esporre alla di lei giustizia le seguenti osservazioni". Secondo la testimonianza del Perugini furono incendiate "tutte le case di Pontelandolfo eccetto quattro". Tale notizia viene confermata dal deputato on. Ferrari che si recò a Pontelandolfo dopo qualche giorno e fu ospitato in una delle tre case risparmiate: "Ricevetti ospitalità in una delle tre case risparmiate per ordine superiore". Quando le truppe italiane il 14 agosto rioccuparono Pontelandolfo e la incendiarono, nonostante che la prima casa a bruciare fosse la sua, D. Epifanio riuscì a salvarsi rifuggiandosi a S. Croce del Sannio, suo paese natio. Da una lettera riservata dell'Intendente di Cerreto Galletti sappiamo che il 27 settembre 1861 l'Arciprete era ancora latitante: "La giustizia è sulle di lui tracce, benché infruttuosamente, per ora". Forse, come altri accusati, si presentò spontaneamente ai carabinieri. Fu condotto nel carcere di Benevento ove stette dalla fine del 1861 al 31 dicembre 1864. Il sette gennaio 1864 D. Epifanio ringraziava dal carcere i fedeli di Pontelandolfo che gli avevano mandato elemosine per la celebrazione di messe: "Fo fede io qui sotto Arciprete curato di Pontelandolfo di aver celebrato tante messe piane in suffragio dell'anime Sante del Purgatorio sull'elemosina largita pubblicamente dai fedeli per gli anni 1862-1863 al clero dell'anzidetto luogo - In fede, Epifanio Di Gregorio. Benevento - 7 gennaio, 1864. Dai processi celebrati nel 1864 - la sentenza fu emessa il 31 dicembre 1864 - l'Arciprete Di Gregorio uscì assolto. Lo apprendiamo da una pagina di Giustino Fortunato dedicata al fatti di Pontelandolfo: "Quale il vero carattere delle reazioni di Pontelandolfo e Casalduni? si domanda l'illustre meridionalista. Quello generalmente comune a tutte le reazioni del tempo: a) il contadiname, devoto al re e inimico del ceto borghese liberalesco, pervaso dall'atavico spirito sanfedistico, meno per la vendetta che per il saccheggio, b) borghesi divisi tra "liberali" e "borbonici" non per altro se non per competizioni di famiglie agognanti alla egemonia locale, pieni l'animo di odi, dl gelosie, di invidie più feline che umane, - ma di fronte al contadiname, così gli uni come gli altri cani allo sguardo e cervi al core secondo il detto di Omero. In Pontelandolfo, su cui piombò, già il capobanda Cosimo Giordano, borbonici erano i fratelli Gasdia e l'arciprete De Gregorio, liberali i Perugini e, con essi, il Jadonisio, il Meilchiorre, lo Sforza. Mancò ogni resistenza, scappati presso che tutti, il paese andò a scacco: uno dei Perugini vi restò ucciso. Insieme con i fuggiaschi corse la voce dei tre fratelli Gasdia Vincenzo, Francesco e Filomeno - quali autori della reazione. Certo non essi poterono domarla, quando sopravvenuti i 46 soldati del 36 di linea, questi non poterono restarvi e con morti e feriti, scemati della metà, caddero in aperta campagna nelle mani degli insorti, che li menarono prigioni a Casalduni; e anch'essi per ciò presi dal panico della non dubbia vendetta partigiana, già saputi indiziati: non dubitarono fuggire, nascondendosi in Napoli, dove Vincenzo colto da febbre delirante, poco dopo vi lasciava la vita (3 ottobre 1861 all'albergo del Cappello Rosso). Il pubblico giudizio mandò assolti i rimanenti due e con essi l'arciprete Epifanio Di Gregorio". Dalla lettera inviata al Sindaco di Pontelandolfo dalla Prefettura di Benevento apprendiamo che l'Arciprete fu dimesso dal carcere di Benevento il 4 gennaio 1865. Ma D. Epifanio per motivi di ordine pubblico chiede di non tornare subito a Pontelandolfo ma di volersi recare prima a Napoli eppoi al suo paese ove restare per qualche anno. Solo saltuariamente si sarebbe recato a Pontelandolfo per prendere il suo beneficio. Egli fu assente dalla parrocchia di Pontelandolfo dal 1861 a tutto il 1867. Riprese le sue funzioni di arciprete nel 1868. Durante la sua lunga assenza funse da economo curato D. Rocco Caterini. Nel settembre del 1870 D. Epifanio si trovava per una breve vacanza al suo paese natio quando improvvisamente lo colse la morte il giorno 20 settembre. Enrico Isernia sulla Gazzetta di Benevento così annunziava la morte dell'Arciprete: "In S. Croce di Morcone trapassò di vivere pochi giorni or sono il Sacerdote Epifanio de Gregorio uomo reputato assai dotto nelle lettere, e nelle scienze ecclesiastiche".

La testimonianza dl alcuni storici contemporanei

Daniele Perugini, nella lunga nota aggiunta al suo volume La monografia di Pontelandolfo, scritto nel 1856 e pubblicato solo nel 1878, confessa apertamente i motivi per i quali non ha creduto opportuno parlare a lungo dei fatti del 7 agosto avvenuti a Pontelandolfo: 1) Perché non fummo testimoni oculari perché allora ci trovavamo nel Carcere di Cerreto, come cennammo di sopra ed avremmo dovuto scrivere quei fatti che ci venivano narrati da altri; 2) Perché coloro che furono presenti nel riferirci le circostanze più interessanti non sono tra loro in accordo. 3) Perché non possiamo usare quella libertà che si richiede nel vero storico e perciò lasciamo ad altri questo difficile incarico, limitandoci a cennare solamente quei fatti principali che in Benevento apprendemmo dai processi relativi e ciò per semplice futura memoria. Nel giorno 7 agosto 1861 celebravasi in Pontelandolfo la festa e la fiera del Protettore S. Donato in una vicina cappella rurale. Dal prossimo monte e bosco di faggi calò una mano di briganti, obbligò i canonici a cantare il Te Deum per Francesco II e nell'abitato scorazzando pacifici cittadini si ritirarono dopo su monti stessi". Daniele Perugini rimanda il lettore alla Storia delle due Sicilie dal 1847 al 1861 come fonte fedele di Informazione sui fatti avvenuti a Pontelandolfo. Lo storico borbonico Giacinto de Sivo scrive infatti che l'iniziativa di cantare il Te Deum in chiesa dopo l'invasione partì dai briganti e non dall'arciprete Di Gregorio. Il sette agosto amministrava Pontelandolfo D. Saverio Golino. Il vecchio sindaco D. Lorenzo Melchiorre era fuggito il 5 agosto insieme al decurione Antonio Sforza. Da Pontelandolfo si era allontanato come abbiamo già visto, anche il Delegato di P.S. Vincenzo Coppola. La cittadina restò "senza forza né morale né fisica". Per tale comportamento Il sindaco Melchiorre e le altre autorità civili furono deposti dal Governo italiano. Riportiamo a tale proposito la corrispondenza intercorsa fra il governatore di Benevento Gallarini, che chiedeva notizie sui fatti di Pontelandolfo e l'Intendente di Cerreto il quale il giorno 24 agosto non aveva avuto ancora alcuna notizia ufficiale proprio per la fuga delle autorità.

Benevento, 24 agosto, 1861,

Signore, Occorrono a questo governo speciali informazioni e ragguagli sul fatto che accadeva a Pontelandolfo nel dì 13 andante quando i rivoltosi assalivano il convoglio... del procaccia che stava custodito nella Bettola di Salvatore Pruccina e lo derubavano di tutte le partite provenienti da Larino. Nel darmi ragguagli di tal fatto, mi dica pure quali provvedimenti si siano dati fino ad ora

Il Governatore Gallarini

La risposta.

Governatore,

E' la prima volta che io sento d'essere avvenuto in Pontelandolfo l'aggressione commessa dai rivoltosi nella bettola di Salvatore Pruccina al procaccia col furto di tutte le partite provenienti da Larino. Innanzi che mi fosse giunto il ragguardevole suo foglio del 24 agosto io non ebbi affatto notizie sia per rapporti officiali i quali al certo non potevano pervenirmi quando tutti i funzionari locali si erano allontanati da quella residenza per gli avvenimenti che ebbero luogo e quando posteriormente il Governo prese la determinazione di rimuoverli dai rispettivi uffizi. La onde io non so quale positivamente sia lo stato attuale di quel comune dopo l'operazione eseguita dal Comando Militare dopo di che lo stesso non si vide nel dovere di farmene il benché minimo accenno avendo agito indipendentemente da ogni altro potere ed in facoltà straordinaria, né io pensai come potessi ad altri rivolgere i miei uffizi mancando il sindaco, il delegato e il Giudice. Alla occasione prego la S.V. a favorirmi le opportune informazioni ond'io possa regolarmi".

Lo storico liberale Nicola Nisco di Benevento accusa il clero di essere stato l'artefice di tutta la rivolta, tesi che viene ripetuta da tutta la stampa liberale: "Questi (i briganti) nel 7 agosto giorno della festa di S. Donato, invitati da cinque canonici e dall'arciprete Di Gregorio, il famoso autore del libro La luce nelle tenebre, invasero Pontelandolfo, comune nelle alture appenniniche, sulla strada dell'avvallamento del Calore, capitanati da un Cosimo Giordano chiamarono al saccheggio i villani... La turba incitata dal focoso arciprete e sostenuta dai briganti saccheggiavano l'uffizio municipale...". Anche il Monnier riporta la stessa interpretazione: "Il 7 agosto i briganti chiamati da cinque canonici e da un arciprete, invasero Pontelandolfo, comune sulla destra di Cerreto nelle montagne". Ecco la descrizione dei fatti lasciataci da Enrico Isernia, lo storico della Città di Benevento, cattolico liberale: "Altri lagrimevoli fatti seguirono in Pontelandolfo e Casalduni, terre a tre miglia l'una dall'altra, quella forse ha cinquemila abitanti, questa tremila, ambe a mezzodi del Matese, sulla sannitica strada. I monti da un pezzo formicavano di reazionari, i popolani aveano in odio i piemontesi. Molti cittadini s'aprivano dalle case e si sussurrava ovunque della probabilità di una reazione. Arrivava il 1 agosto il De Marco con una banda di volontari, udendo che i briganti ingrossavano sul Matese, prese altra via, e fu seguito dai liberali, dal Sindaco, dal Delegato di Polizia, dai capitani, e dai tenenti. Il Delegato, so statosi a Casalduni, cercò trattenere cinquanta guardie mobili che da Benevento recavansi a Cerreto, ma esse non gli diedero ascolto; per cui il Delegato coi pochi liberali che erano ivi si rifugiava in Benevento. Sul vespro del 7 agosto il capo-banda Cosimo Giordano con pochi uomini entra in Pontelandolfo gridando: Viva Francesco II, e gli fa eco l'intera popolazione, la quale fece cantare il Te Deum al clero ch'era in processione alla cappella di S. Donato. I popolani suonarono le campane a stormo, abbattendo le croci sabaude, stracciando le bandiere, alzarono l'insegna del Borbone, arsero Archivi del giudicato, aprirono le carceri del comune, e si bruttarono di tre omicidi. L'esempio di Pontelandolfo fu seguito anche da Casalduni: si gridò Francesco e Sofia, e i rivoltosi ridussero a pezzi le immagini di Vittorio e Garibaldi, e gli stemmi sardi, sostituendo ad essi quelli borboni. Si tentò, egli è vero, di mantenere la quiete pubblica, affidandone il carico ai soldati del disciolto esercito, ai quali si fece capo con retti intendimenti un tal Filippo Corbo, ma i reazionari levarono ad essi le poche armi raccolte, e corsero incontro a una nuova turba che traeva dai luoghi vicini con rami d'ulivo gridando: Viva Francesco. E anche in Fragneto-Monforte e Campolattaro, paeselli finitimi, si reagiva. Qui fu depredata una casa di liberali; e là nel dì 8 agosto entrarono venti soldati sbandati, che insieme al popolo ruppero stemmi e bandiere e derubarono alcuni agiati liberali, e il giorno 10 cantarono il Te Deum. Cosimo Giordano il giorno 9, svaligiata la posta, ne prese i cavalli, e rientrato in Pontelandolfo pose le mani addosso a un tal Libero d'Occhio, corriere segreto del De Marco, e ne ordinò la fucilazione, e i suoi seguaci si fornirono d'armi, munizioni, vesti e danari, chiedendole ai possidenti dei dintorni. Se in quel tempo le bande del Matese fossero scese dai monti avrebbero forse devastata gran parte della provincia, ma esse sparpagliate in molti gruppi non eseguirono fatti di qualche momento; e solo Il giorno 10 si accostarono a S. Lupo, ma trovarono le barricate, per cui dopo alcuni minuti di fuoco risalirono i monti. Poscia il giorno 11 giunsero da Campobasso a Pontelandolfo 40 uomini del 36' di linea, con un tenente nominato Bracci e 4 carabinieri. Uno di quei soldati fu tosto ucciso dai popolani a legnate di che altri atterriti, avendo ricevute delle munizioni dal Vicesindaco, si chiusero nella torre baronale posta in alto, donde potevano far difesa, ma essendosi dato l'assalto, Il tenente, vedendo la rocca munita, e che le palle entravano dentro, tenne cosa più sicura d'uscirne per combattere all'aperto. I soldati investiti dal popolo, piegano verso S. Lupo, ma trovano chiusa la via dai Napoletani sbandati con a capo un certo Angelo Pica. Messi così tra due fuochi, prima ne cadde uno, ucciso da una donna con un sasso sulla fronte, poi altri cinque per colpi di moschetto, gli altri divampando d'ira trucidarono lo stesso tenente che li aveva cavati dalla terra, eppoi divennero agevole preda dei reazionari che li trassero inermi a Casalduni, meno un sergente che rimase celato dietro una fratta. La plebe fanatica gridava morte agli scomunicati, e il Pica dopo un breve e segreto colloquio col Sindaco di Casalduni Luigi Ursini, avvedendosi che la terra di Casalduni era disadatta alla difesa, volgeva verso Pontelandolfo, ma poi mutato consiglio retrocesse al largo Spinelle ove crudelmente ordinò la fucilazione dei trentasette soldati prigionieri, e, come vide eseguita l'opera nefanda, prese pei campi la via di Pontelandolfo. La plebe stupida ed iniqua finì a colpi di mazze quei prodi ed infelici soldati, ma il sergente ascoso nelle fratte, fu scoperto dai contadini di Ponte, e menato all'imbrunire a Pontelandolfo, ove fece sacramento di non più combattere contro Francesco II, e in tal modo ebbe salva la vita, benché poi non tenesse il giuramento. Indi le bande del Pica, lo deposero, e poi, dopo aver garrito un pezzo, si azzuffarono per la scelta di un altro capo, finché molti convennero di affidare il comando a Cosimo Giordano, ma i più si ritrassero scontenti sul Matese. Sull'alba del giorno 14 pervenne a Pontelandolfo il colonnello Negri con un drappello di cinquecento soldati guidati dal De Marco. La banda di Giordano ridotta a soli cinquanta uomini, appiattata in un boschetto, fa fuoco uccidendo alcuni soldati sardi, ma poi, scorto il numero grande, prese la fuga. Il Negri entrò in Pontelandolfo, e i suoi soldati confondendo, come sovente accade in simili casi, l'innocente col reo, commisero vendette e depredazioni. Il Negri dopo di aver arsi i cadaveri dei suoi soldati uccisi avanti la cappella di S. Rocco, fece ritorno per Fragneto in Benevento. E quasi al tempo stesso quattrocento piemontesi guidati dal Cav. Jacobelli, partendosi da S. Lupo, entrarono da più parti in Casalduni, esplodendo in aria i fucili per incutere spavento nella popolazione. La maggior parte degli abitanti di Casalduni d'ogni condizione, età e sesso, antivedendo la vendetta dei soldati piemontesi, sin dal giorno precedente erano fuggiti, per cui non accaddero in quel comune gli stessi fatti di Pontelandolfo, ma tuttavia furono saccheggiate ed arse varie case, e in prima quella del Sindaco Luigi Ursini, il quale prese la fuga, traendosi dietro la sua numerosa famiglia. Il Sindaco Ursini Luigi, accusato di aver consigliato il suo dipendente Angelo Pica a fucilare i trentasette soldati piemontesi, fu dopo vari anni assolto con sentenza contumaciale emessa in Camera di Consiglio dalla Corte di Assise di Benevento". Cosimo Giordano, nell'interrogatorio subito in carcere a Benevento, il 25 aprile 1883, così ricostruì gli eventi del sette agosto:

"Prima d'ogni cosa prego la vostra Giustizia d'inserire nel presente mio interrogatorio, che io protesto e ricorro per cassazione contro la Sentenza d'accusa notificatami con atto dei 20 aprile volgente, come pure mi oppongo alla Sentenza di condanna pronunciata dalla Corte D'Assise di Benevento nell'anno 1876 in mia contumacia".

A domanda risponde: "E' vero che nei mesi di luglio e agosto 1861 io ho formato parte di una banda armata in Pontelandolfo, scorazzando quelle contrade".

A domanda, risponde: "E' falso, poi, che io avessi avuto parte nell'omicidio in persona di Libero D'Occhio";

Ad altra domanda risponde: "Nel mese di agosto suddetto, siccome vi erano varie bande sparse sulle montagne vicine, varie di queste vollero sottoporre al mio comando, ed io le ammisi sotto l'espressa condizione di dover sottostare alla disciplina militare, e non si dovevano commettere furti né assassini, ma semplicemente difendersi ne' casi in cui fossero stati attaccati". "Un giorno, mentre volevo discendere con la mia banda a S. Lupo, ebbi un attacco con la Truppa e dopo averla costretta d'indietreggiare, discesi in S. Lupo, ove sostenni un altro combattimento con altra truppa e di là mossi per Pontelandolfo con la mia banda di circa 150 individui, ed osservai con meraviglia che il paese andava in fiamme. Entrato ivi, fui accolto da quei Cittadini chiamandomi comandante e seppi allora che essendo venuto un dissenso tra i Liberali ed i Borbonici, questi ultimi avevano posto a fuoco le case dei Liberali, pria che io entrassi. Questo fatto può essere accertato non solo da' cittadini, ma anche dall'Arciprete, che mi venne incontro, e che io invitai a cantare il Te Deum in Chiesa. In quanto al detto omicidio di Libero d'Occhio, aggiungo alla risposta di sopra, che ora è la prima volta che ne ho inteso parlare, perché nel tempo che io stetti a far da capobanda in quelle contrade, non ne intesi parlare...

Ad altra domanda risponde: In quanto poi ai reati commessi in Pontelandolfo dai Borboni, distruggendo gli archivi pubblici, derubando il Procaccia ed il deposito delle privative, in questi reati io non vi presi parte, perché commessi prima che io fossi giunto. Voglio aggiungere che fui premurato altresì dai Cittadini di Pietraroia, ed io mi ricusai per evitare che con tal pretesto si fossero commessi degli eccessi che si commisero in Pontelandolfo. Voglio anche fare questa dichiarazione, che io mi ero dato in campagna non per commettere reati contro le persone e le proprietà, ma a solo oggetto di sostenere la Dinastia; sotto la quale avevo prestato giuramento; ed infatti discesi in Puglianello e non feci che impadronirmi di tutte le armi senza altro commettere".

Il manoscritto dl Antonio Pistacchio

L'accusatore più implacabile dell'Arciprete Di Gregorio e del clero, come responsabili dei fatti di Pontelandolfo del 7 agosto, è l'agrimensore D. Antonio Pistacchio, fratello di Giuseppe, sindaco di Pontelandolfo nel 1839, quando D. Epifanio prese possesso della Parrocchia. D. Antonio Pistacchio era nato a Pontelandolfo nel 1817, da Domenicantonio Pistacchio e Margherita Izzo. Il documento ms. porta come titolo Storia dei fatti di Pontelandolfo, per D. Antonio Pistacchio. Come secondo titolo il ms. a nostra disposizione reca: Gaetano Perugini Storia di Pontelandolfo scritta da Antonio Pistacchio, Perito agronomo nativo di Pontelandolfo - 1896 data da don Rocco Caterini. Dallo stesso secondo titolo apprendiamo che D. Antonio Pistacchio mori il 1 giugno 1902, suicidandosi. Tale manoscritto fu già studiato da Vincenzo Mazzacane che ne pubblicò i brani più attendibili per la verità storica sulla Rivista storica del Sannio del 1923 col titolo: I fatti di Pontelandolfo (dal manoscritto di un contemporaneo). Il manoscritto fu dato al Mazzacane dal Dr. Gaetano Perugini. Il ms. è composto di due parti. Nella prima, che comprende i primi 24 fogli, i fatti vengono narrati con certo ordine cronologico dal primo agosto al 14 agosto. La prima parte non è altro che una riesposizione del rapporto di D. Saverio Golino, con l'aggiunta di particolari marginali. Infatti se si confrontano i due documenti si ricavano coincidenze letterali. I primi fogli del ms. non sono che una trascrizione letterale del Golino. La seconda parte incomincia là dove il Pistacchio riprende la narrazione dei fatti dal 3 agosto e vi aggiunge episodi difficilmente controllabili dallo storico con altre fonti. Si tratta di fatti presentati o raccolti dalla voce della gente. Questa seconda parte è più un diario personale che una narrazione storica. Il Mazzacane giustamente la definì "la storia della paura del Pistacchio". Il Mazzacane sintetizzò la prima parte, che non è altro che la relazione di D. Saverio Golino, trascurò del tutto la seconda. La descrizione dei fatti del 7 agosto che abbiamo nella seconda parte è in netta contraddizione con quella fatta nella prima parte. Nella prima parte dove il Pistacchio dipende dalla Relazione del Golino, ci presenta il clero costretto ad ubbidire al comando dei briganti e quindi a cantare il Te Deum in Chiesa; nella seconda parte, invece, il Pistacchio stesso parla di accordi precedentemente presi e di un clero accondiscendente agli ordini dei briganti. Non possiamo non confermare quanto scriveva Vincenzo Mazzacane: "Un manoscritto spropositato e disordinato. Dopo poche pagine nelle quali espone gli avvenimenti locali dal primo al quindici agosto 1861, l'autore torna indietro e a mo' di diario, senza alcun ordine di esposizione, narra le sue vicende in rapporto ai fatti di quei giorni, la sua fuga, le angustie per mettere al sicuro oggetti e denaro, l'inutile tentativo di salvare il paese. Domina il racconto una continua impressione di terrore che fuorvia lo scrittore e lo trattiene su piccoli personali incidenti che rompono il filo della narrazione e fanno sbadigliare chi legge: chiari di luna, fughe attraverso i campi desolati, latrati di cani, ore di angoscia trascorse in remoti casolari, viaggi eterni su biroccini sgangherati... Con molta arguzia una intelligente signora, la sorella del proprietario del ms. soleva ripetermi che questa più che la storia dei fatti di Pontelandolfo fosse la storia della paura di D. Antonio Pistacchio". Inoltre il Mazzacane rileva nel ms. farraginoso inesattezze ed anche contraddizioni. Nessuno ci può autorizzare ad attaccare l'Arciprete che tante sofferenze affrontò nel passare da un regime ad un altro, di malafede, di arrivismo, di crudeltà. Egli aveva una fede politica e la difese. Perciò non possiamo accettare i giudizi che del Di Gregorio ci ha lasciati Antonio Pistacchio nel suo manoscritto. Solo l'odio politico, il clima di tensione che si era creato fra le diverse parti in lotta poteva spingere il Pistacchio ad annotare che Epifanio Di Gregorio era oltre che reazionario, "ambizioso mangione e scialacquatore". Altre fonti non sospette e per l'equilibrio degli autori e perché distanti dal tempo in cui si verificarono i fatti di Pontelandolfo, ci parlano dell'Arciprete come persona pia, dotta ed impegnata nell'apostolato. Ecco cosa scriveva dell'Arciprete Di Gregorio Daniele Perugini nel 1856, quando stendeva la sua monografia di Pontelandolfo: "Il Rev. Arciprete dell'Insigne Collegiale Chiesa D. Epifanio Di Gregorio, versatissirno nelle scienze e nell'Oratoria Sacra, ha scritto le seguenti opere: 1) L'astro nella tenebria ovvero l'immortale Ferdinando i! re del Regno delle due Sicilie, Napoli, 1852. 2) L'immacolata Concezione ed il secolo decimonono, Napoli 1857, 2 volumi in ottavo. Sarebbe ben superfluo di aggiungere altre lodi ben meritate a quelle che il Giornale Officiale del 20 luglio, 1853 attribuisce all'opera primiera ed al progetto analitico che un altro giornale La Rondinella del 10 gennaio 1856 con i dovuti encomi gli fa alla seconda, e siamo pure certi che se le cure di una popolazione si grande non lo preoccupassero, altri parti ci darebbe il suo ingegno". Equilibrato anche il giudizio che Nicolina Vallillo ci ha lasciato sull'arciprete nel lontano 1919, dopo aver interpellato testimoni oculari dell'agosto 1861: "Nel 1861 (ecco ciò che riuscii a raccogliere da persone di Pontelandolfo e a chiarire coi libri) regnava nel paese un malcontento per il cambiamento di governo, malcontento dovuto non solo all'opera turbolenta di pochi ma anche al fanatismo dell'Arciprete di Pontelandolfo Epifanio di Gregorio, uomo assai rispettevole al di fuori della politica, il quale esaltava l'ignara fantasia colla religione, facendo rilevare come il nuovo governo tendesse a scacciare dagli animi il sentimento religioso. Certo è che i poveri contadini pendevano dalle labbra dell'arciprete ed agivano come egli voleva".

da "S. Croce del Sannio nel Risorgimento 1799-1884" di Enrico Narciso, Edigrafica Morconese, 1984

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