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IL COLONNELLO GARIBALDINO GIUSEPPE DE MARCO

E L'EPOPEA GARIBALDINA

di: Nicolino POLCINO - da: "Sprazzi Poetici - Poesie Discorsi Personaggi" - Paupisi, 1998

 

Il Colonnello Garibaldino Giuseppe Nicolantonio De Marco nacque a Paupisi il 5 di agosto del l82l nella propria casa, in via li Sala, da Girolamo e da Cecilia Lenti. La sua fu una delle famiglie più benestanti di Paupisi, cittadina alle pendici del monte Pentime, antico casale di Torrecuso e Università a sé dal 1748.

La madre Nobil Donna di Torrecuso figlia di Gaetano, ardimentoso patriota e carbonaro nei moti risorgimentali del 1820-21, e sorella di Domenicantonio capitano dei Cacciatori Irpini e membro del Comitato d’azione del Vitulanese (l859-l860) di cui il cognato Giuseppe fu animatore e cofondatore.

Il compianto prof. Vincenzo Fasani, storico di Torrecuso, così scrisse per le onoranze al De Marco nel 1960: "Pertanto Giuseppe De Marco succhiò dal latte materno, Donna Cecilia Lenti, il suo ardente amore per l’indipendenza e unità della Patria". Giuseppe De Marco nacque negli anni del risveglio dei sentimenti nazionali da troppo tempo repressi, durante i moti del 1820-1821, quando le lotte per la conquista della libertà, dell’indipendenza e della unità nazionale, venivano soffocate dalle baionette austriache.

Da bambino e poi giovinetto, quando il nonno Gaetano (carbonaro), per i suoi altissimi sentimenti patriottici, fu perseguitato, arrestato e processato, continuò ad avere dalla madre Cecilia una educazione liberale, temprando il piccolo Giuseppe al coraggio, all’amore di Patria e al culto della famiglia.

Nel 1848 ai rinnovati e più sentiti moti per la indipendenza, egli fremeva, ventisettenne, per dare il suo contributo alla causa e molto operò. Per le sue idee liberali, il De Marco, sin dal 1850 fu tenuto sotto stretta sorveglianza dalla gendarmeria borbonica e nel 1956, forse perché Paupisi pregna di sentimenti rivoluzionari ispirati dal De Marco con la sua ostinata crescente propaganda e perché sospettato di aver favorito l’evasione di patrioti dal carcere di Montesarchio, ne fu disposta la proscrizione e inviato in soggiorno obbligato nella frazione di Telese del comune di Solopaca e con una popolazione di circa 350 anime residenti. Il De Marco non ebbe a scoraggiarsi e continuò con la intensa propaganda, il proselitismo e contatti segreti con capi rivoluzionari della Valle Vitulanese e del Beneventano. Presago della spedizione dei Mille e convinto del vacillare del trono Borbonico, favorì e partecipò alla costituzione del Comitato Vitulanese che ebbe la prima riunione in un convento di Vitulano. All’adunanza parteciparono numerose personalità di tutti i comuni della Valle Vitulanese fino a Tocco e Campoli; per Paupisi parteciparono: Giuseppe De Marco, Vincenzo Bianco e Girolamo Iannella; per la vicina Torrecuso furono presenti Domenicantonio Lenti, Capitano cognato del De Marco, Giuseppe Mellusi e Gaetano Campana. Il Comitato Vitulanese al capo del quale fu eletto Gaetano Marcarelli, tenne permanente contatto con il Comitato Centrale d’Ordine di Napoli, con i Comitati d’Azione dei comuni del Vitulanese e con altri del Telesino e del Fortore che furono di valido sostegno alla causa Risorgimentale.

Il De Marco per l'indomito coraggio, le spiccate qualità di condottiero e le precipue doti di organizzatore fu a capo del Comitato di Azione di Paupisi che in effetti fu il principale Comitato cospirativo-rivoluzionario sia del Vitulanese che del Beneventano. L’attività azionale del Comitato fu intensa a vasto raggio da Solopaca, Pontelandolfo a Circello, Colle Sannita, S.Marco dei Cavoti, Pietrelcina, Pescolamazza,... Già nella primavera del 1860 Paupisi brulicava di cospiratori garibaldini che vi giungevano da ogni parte. Sul finire della primavera gl’inquadrati effettivi, pronti all’azione, erano oltre seicento, scarsamente armati, ma pieni di ardimento e anelito di libertà e unità sotto il bel Tricolore d’Italia.

La casa del De Marco in via li Sala e la Chiesa Parrocchiale di S. Maria del Bosco, attigua alla casa del condottiero, furono nido di cospirazione e di rifugio ove si congiurava e si organizzavano sabotaggi alle salmerie e ai carri di armi e munizioni borbonici in transito sulla vitulanese e sulla rotabile che da Ponte menava a Telese, Amorosi, Caiazzo. Nella corte della casa De Marco fu costruito un cippo, ancora esistente, per l’alza bandiera e nell’orto, pure di proprietà, spianato si praticava l’ordine chiuso, l’addestramento al combattimento e l’uso corretto delle armi.

Cacciatori Irpini, Battaglione Irpino, Battaglione Vitulanese sono state le tre denominazioni usate dagli storici, ma Garibaldi preferì quello di Cacciatori Irpini. La scelta di Garibaldi non poteva essere diversa memore dei suoi Cacciatori delle Alpi che il 27 marzo dell’anno precedente 1859 sbaragliarono da prodi, coprendosi di gloria, gli austriaci. Forse il De Marco, nel nomare i suoi "Cacciatori Irpini", si richiamò a quei Cacciatori delle Alpi: Garibaldi l’intuì e, come si leggerà più innanzi, simpatizzò con il Magg. De Marco per l’eroismo dimostrato nominandolo sul campo Ten. Colonnello Garibaldino.

Come detto prima, v’era penuria di armi per il Battaglione Irpino, ma la fortuna giunse da Torrecuso; dei trecento ducati donati al Comitato Vitulanese da Francesco Giannini, duecento furono assegnati al De Marco per l’acquisto di fucili e munizioni da tale Marzio Durante di Napoli. Gli eventi precipitavano, Garibaldi il 20 agosto era già sullo stivale, il 21 prese Reggio Calabria e il 23 gli si arresero i Generali Briganti e Melendego, a questi avvenimenti il De Marco ritenne giunto il momento della insurrezione.

Gli ufficiali e soldati borbonici, quei più fedeli a Francesco II, delle divisioni sconfitte dei Generali Melendego, Briganti (21-9) e Ghio (30-9) si affrettavano a raggiungere il Volturno ove era stata ordinata la raccolta dei resti borbonici per l’attacco in forza e definitivo ai Garibaldini e fermarli nella loro marcia vittoriosa per la unità d’Italia. Intanto, verso la metà di agosto, le gendarmerie del Re di Napoli allentavano la pressione e abbandonavano i quartieri delle località prossime ad essere occupate dalle forze liberali e Garibaldine. Il De Marco si sentì perciò meno braccato e si diede alacremente, anima e corpo, al perfetto inquadramento del Battaglione dei Cacciatori Irpini, curando l’armamento, i collegamenti e quant’altro fosse necessario al buon esito delle battaglie.

Preso immediato contatto con Giuseppe De Blasiis, comandante la legione del Matese, decise per la immediata liberazione di Benevento. Tra il finire di agosto e il principio di settembre furono abbattuti gli stemmi borbonici in tutto il Vitulanese e nei paesi collegati al Comitato di Azione di Paupisi, mentre il 2 di settembre mossero le tende i Cacciatori Irpini. La colonna del De Marco inizialmente tra i 700-800 armati era così composta: 480 fanti suddivisi in sei compagnie delle quali una in perfetta divisa garibaldina, una settima compagnia più numerosa delle altre era formata da popolani misti a disertori borbonici e papalini, un plotone di cavalleria bene addestrato all’avanscoperta e ai difficili collegamenti nelle zone infestate dai reazionari in agguato, un servizio sanitario e casermaggio vario. Primo obiettivo la liberazione di Benevento dal millenario asservimento al governo della chiesa e tale fu la direzione di marcia dei Cacciatori il mattino del 2 settembre con tappa nella frazione Torrepalazzo di Torrecuso ad attendere il De Blasiis con la legione del Matese e altre bande di volontari del Molise e di Piedimonte M. Tra la caligine del primo mattino del 3 settembre i Cacciatori Irpini e la ricongiunta Legione del Matese levarono le tende da Torrepalazzo e, percorsi marzialmente i pochi chilometri che la separano da Benevento, tra lo sventolare di Bandiere Tricolori e la popolazione in festa, entrarono con in testa il Magg. De Marco, la fanfara Vitulanese e il De Blasiis nella città papalina per riunirla "in omne tempus" alla restaurata Madrepatria.

Il politico e filosofo Giovanni Bovio, al quale Paupisi tiene intitolata una via, definì il De Marco "il primo patriota del Sannio ad accendere la fiamma del Risorgimento Nazionale". Dopo la liberazione di Benevento si concluse l’ingresso trionfale di Garibaldi a Napoli e, con la impari gloriosa vittoriosa battaglia del Volturno, l'annessione delle Due Sicilie al novello Regno d’Italia. Il De Marco in questa impresa di eccezionale patriottismo non solamente impegnò tutto sé stesso, ma intaccò notevolmente i suoi beni patrimoniali da ridurre la famiglia da uno stato di benessere ad una vita di parsimonia. Dopo la liberazione di Benevento i Cacciatori Irpini, con la fanfara Vitulanese, lasciarono la città il giorno 4 sett. per recarsi nell’Arianese ove stavano in agguato massicce e bene armate le forze reazionarie e 6000 armati delle divisioni dei Generali Flores e Bonanno che erano entrate in Ariano tra il 6 e il 7 di settembre. I Cacciatori Irpini per ragioni organizzative, di particolare addestramento alla guerriglia e al servizio di polizia, sostarono ad Apice i giorni 5-6-7 di settembre. Il giorno otto saputo che da Ariano i patrioti superstiti al massacro del giorno 4 settembre, si sarebbero mossi per unirsi ai Cacciatori e ai legionari del Matese, il Magg. De Marco li anticipò, lasciando Apice e muovendo verso Ariano. Gli eventi dei fatti del settembre Arianese seguono più particolareggiati giacché il De Marco, in quel territorio fedelissimo alla corona Borbonica, dopo la cattura del Generale Flores e il disfacimento della colonna, molto dovette lavorare al rilevamento del bottino bellico e solo protagonista provvide saggiamente a ristabilire l’ordine, a imprigionare i più accesi reazionari e gli autori delle stragi, al rastrellamento totale delle armi e munizioni, a prevenire altre sommosse, a riportare tra le opposte fazioni una calma duratura.

 

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