Copyright - 1999 - 2000 - © Fioravante BOSCO - Tutti i diritti riservati - Visualizzazione consigliata 800x600

da: "Il Brigantaggio nella Provincia di Benevento 1860-1880" di Luisa Sangiuolo, De Martino, Benevento, 1975

 CONSIGLIO COMUNALE

di Benevento

Delibera n 2212 del 17 novembre 1862

"Emolumento per l'Officiatura ai Cappellani della SS. Annunziata"

Il Consiglio Comunale [di Benevento] riunito nelle persone indicate dal precedente verbale (1), e presieduto dal Sindaco, questi ha dichiarato aperta la seduta, e prima di procedere all'esame del Consiglio l'articolo riguardante i Cappellano della Chiesa della SS. Annunziata di jurispatronato di questa città stanziato nel bilancio del volgente esercizio Categoria VIII Art. 55 ha manifestato il suo voto col seguente discorso:

Signori!

I Gesuiti e tutti gli allievi di lor Sagrestia nel numero di lor futili argomenti di cui usano per combattere il progresso ed offuscare la gloria del nostro Re Vittorio Emanuele II contano anche queste che sono per dirvi. Essi predicano Vittorio Emanuele II guidato dallo spirito di setta infernale vuol combattere la nostra religione, raffreddare la fede nel nostro Cristianesimo, e distruggere la Chiesa che poggia su le fondamenta di quaranta milioni di martiri. Io, assistito dalla saggezza del Governatore Marchese Andreotti per confutare tale gratuita asserzione, per togliere il popolo dall'onore, e strappargli dal volto la benda della superstizione pensava nel marzo di quest'anno glorificare la festa della SS. Vergine sotto il titolo dell'Annunziata con nuova pompa e con invito di più larga base alle Autorità Civili e militari per assistere alla Messa solenne. Ed eccoti otto dieci dodici Cappellani buccinare, ed essi nel giorno della festività per non contagiarsi di censura, si astenevano dal dare incenso e pace ai Rappresentanti del Governo costituito. Elevata questa voce di sedizione, e confermata dalle firme di otto ribelli apposte in un foglio di riscontro a me diretto, io come Governatore, d'accordo col Marchese Andreotti, stimai mio dovere privare della Cappellania gli allievi Gesuitici, espellerli dalla Chiesa e restringere il numero dei cappellani da dodici a sei sacerdoti, e come Sindaco del Comune, col voto del Saggio Consiglio Municipale decretai, che il tenue approntamento di lire 102 che dal Comune si pagavano in ogni anno a ciascuno dei dodici cappellani si fosse usufruito dai sei in pegno di premio alla loro manifestata opinione. Né credete, o signori, che tale deliberazione del Consiglio fosse figlia di capriccio o passione. Essa fu effetto di fredda ragione, di dovere e di giustizia. Poiché l'atto sublime con cui due sacerdoti Diocesani slanciandosi nel partito del progresso, e l'atto patriottico con cui quattro dei vecchi cappellani nostri cittadini contro la volontà della curia, si stettero volti a servizio della Chiesa Municipale, a me pare, che l'uno e l'altro sia degno di vostr'ammirazione, ed i Cappellani abbiano diritto a riscuotere da voi un guiderdone. Questi sei Cappellani manifestando la loro professione politica con formula sì solenne, li hanno tolto la vergognosa maschera di faccia alla nostra setta clericale, che abusando delle cose divine, ed umane, si sforza a tutto uomo sostenersi in possesso degli usurpati diritti ed all'ombra degli altari nasconde le pretensioni d'abborrita e caduta dinastia: questi Cappellani hanno dato al pubblico un esempio, col quale dileguandosi dalla mente del popolo l'onta dell'ignoranza, il suo intelletto comprende il vero, e mosso dalla bellezza delle idee di progresso e di nazione, si sente investito il cuore di una fiamma di potente affetto per Vittorio Emanuele, che col pericolo di Trono e di Vita ha spezzato ed infranto le catene che ci tenevano avvinti in secolare schiavitù ed abbattuto il nostro nemico sui campi di Solferino ci ha menati gloriosi al possesso del bene di libertà ed alla gloria di nazione. Questi Cappellani manifestando apertamente la loro opinione politica prodighi di lor sostanze e vita si buttano in braccio al pericoloso avvenire. Essi abborriti da una parte ignorante e superstiziosa del nostro popolo, odiati dal clero della città, esecrati dalla Curia di Benevento, e di Roma, dove sarebbero andati ad apparare nell'ipotesi che il Cardinale Carafa fosse ritornato, o se ora fosse per ritornare in diocesi col divino potere di un tempo quale sarebbe per essere la sorte dei sacerdoti dell'Annunziata? Sospesi immantinenti a Divinis, scomunicati, anatemizzati, o per grazia gemerebbero agonizzanti nell'oscurità di incognita prigione, o per giustizia Sacerdotale nell'illustre loro vita sarebbero rinnovate le scene di sangue dal maledetto Sant'Officio. Il Cardinale Carafa li degnerebbe di tutti gli effetti del suo bennato cuore! !! Sennonché se li mio voto manifestato si voglia apporre nella bilancia della giustizia, voi, o signori, comprenderete, che sebbene nel nuovo anno nella Chiesa di nostro juspatronato si contano sei, e non dodici Cappellani, pure l'articolo fissato nel bilancio del 1862 per compenso a dodici cappellani deve rimanere fisso, e non può avere alcuna modificazione nel bilancio del 1863. Poiché l'esito fissato nella categoria 8a art. 55 del bilancio 1862 si tollerava dal comune non per lusso, non per volontà di fasto, ma per pagare le fatiche che dodici cappellani sostenevano recitando, e cantando l'Uffizio Divino con tutte le cerimonie richieste dalla Chiesastica rubrica; dunque il Comune coll'esito del mentovato articolo, paga un debito, e non fa un dono, adempie ad un dovere, e non dà un premio, non dispensa grazia, ma distribuisce mercede. Ora se alla noiosa fatica del coro che doveva durarsi da dodici Cappellani si subarclierebbero sei Sacerdoti, quale difficoltà potrà mai pesare sull'animo vostro, o Consiglieri, e deliberare che sia pagata a sei la mercede dovuta all'opera di dodici? Sei, e non dodici sostengono il peso del coro; sei e non dodici sopportano la pena della liturgia, sei e non dodici debbono godere il frutto di lor fatiche. Qualunque innovazione in aumento, o in diminuzione dell'articolo fissato nella Categoria 8a del bilancio 1862 non può da me né proporsi né essere approvata nel bilancio del 1863. Innalzandosi la cifra di tale articolo, offenderei il bisogno del Comune, e tradirei la mia coscienza: diminuendola colmerei il mio diritto, ed il diritto del mio collega marchese Andreotti. Io ho l'onore di essere presidente nel vostro consesso, e come tale, debbo migliorare le finanze del Comune: ho l'onore di essere in compagnia di Andreotti Governatore della Chiesa della SS. Annunziata, e con tale veste non debbo offendere nè i miei diritti nè quelli del mio illustre collega: fate per poco, che da me si permetta una diminuzione dell'articolo in parola, che ne avverrebbe? Metterei la falce nella messe altrui, mi darei della scure in sui piedi, e alla mano diritta taglierei la mia manca, e legherei le braccia all'altro Governatore. E in potere de' Governatori della Chiesa accrescere, o diminuire il numero dei cappellani. Questo potere nelle nostre mani sarebbe una chimera, una parola, un nulla. Come potrebbero i Governatori avvalendosi del proprio diritto nominare altri cappellani, se nel bilancio del 1863 il Consiglio non ha deliberato il fondo per loro mercede? Queste ragioni spero clie abbiano scosso le vostre coscienze, e vi abbiano convinti a secondare il mio voto; che se alcun di voi non credesse appoggiarlo è pregato a ricordarsi che il fondo che è oggetto della presente deliberazione segna la stessa cifra, che ab immemorabili segnava sotto l'impero del caduto dominio, e si sostenne tale anche sotto il dominio dell'Impero Francese. Si ricordi che la Chiesa della SS. Annunziata è di juspadronato del Comune, e che il decoro di questa Chiesa riflette il decoro del nostro Consiglio, l'avvilimento dei Cappellani è una nostra degradazione. Si ricordi che fra i sei cappellani si contano due Sacerdoti diocesani, i quali accettando la investitura dei nostri cappellani, non per ambizione, non per ispirito di lucro, ma per manifestare al Governo la loro opinione politica, e per provare col fatto all'ignorante clero cittadino che secondare le ispirazioni di un Governo costituito, e secondare la religione è volontà di Dio. Che se tanto accadesse per mia e vostra sventura, che farebbero i cappellani espulsi, che farebbero i dimessi? Quelli esulterebbero di inaspettata gioia che nasce da un cuore amante dei servaggio, e del dispotismo, e leverebbero novella croce al nostro Sovrano, ed incontrando me, o voi, o i suoi magistrati per la città onorerebbero tutti di ironico inchino accompagnato da amaro sogghigno. Questi sdegnati da un sentimento di collera che nasce dalla ragione dico ragione offesa, e da conculcati diritti, e superbi dell'usbergo di lor pura coscienza, incederebbero muti, e nell'incontro col loro silenzio, riproverebbero la nostra ingratitudine. In tale stato di cose che farei io, che fareste voi, o Consiglieri? Vinceremmo... Saremmo inerti... Ah! Che a noi resta solo il doloroso officio di sentire i gemiti, e di raccogliere le lagrime di 75 povere verginelle (nobili vittime tolte a cura dei Governatori agli stimoli delle passioni) che rimaste prive di Chiesa, e del quotidiano conforto di religione, vedranno il modesto silenzio delle lor pudiche celle, convertite nell'oscurità di questa posizione; anzi noi obbligati dalla forza della pubblica opinione a riaprire quella Chiesa, saremmo costretti ad umiliare la nostra dignità, mendicando novelli sacerdoti, i quali o risponderebbero con villana ripulsa al nostro civile invito, o ci detterebbero leggi più gravi per le finanze del Comune, e poco acconce alla dignità del Governo. Ma ciò non potrà avvenire, poiché noi rispettiamo il sacerdote che divide il poco pane col popolo, ed entra a parte con esso lui delle pene e della gioia, della pace, e della guerra. Noi rispettiamo i sacerdoti che amano il Re; la libertà e la Nazione. Noi non abbiamo l'uso dei despoti di restituire male per bene, e di premiare la virtù colla prigione. Fate, o signori, che non combattiamo col fatto ciò che amareggiamo colle parole. Fate che, non siamo tacciati di ingiustizia, o di superbia e di ingratitudine. Fate che io tolga dalla vostra generosità la dolcezza di un piacere, che proverò di certo, quando uscendo da questo luogo incontrerò alcuno dei cappellani, e potrò dirgli, la giustizia e la saggezza del Consiglio ha rispettato colla sua Chiesa la vostra opinione politica, confermando a favore dei Cappellani nel bilancio del 1863 quella stessa cifra che venne loro deliberata nel bilancio del 1862. Sul del che apertasi la discussione alcuni dei Consiglieri han sostenuto la integrità della cifra in L.288,00 da stanziarsi nel bilancio del 1863, per le ragioni esposte dal Sindaco, e ripetute in diversi termini dai medesimi. Altri ne hanno contrastato lo stanziamento nella sua integrità, e ne han chiesto la riduzione. Ed il Consigliere sig. Capilongo Pasquale non si oppone alle ragioni addotte dal Sindaco, e ripetute dal sig. De Rosa Pietro, ma rispondendo alla questione imposta circa la celebrazione delle messe, ha sostenuto che il Consiglio è incompetente, e non deve intrare in detta questione, mentre se per la celebrazione delle stesse l'elimosina è fissata alla bassa ragione di grana tredici, gli attuali Cappellani, invece di rifondervi del proprio portando l'elemosina a grana venti, dovrebbero piuttosto avvanzare analoga domanda a chi di ragione per farne ridurre il numero e procurarne l'assoluzione, e conchiude che le addotte ragioni della celebrazione delle messe, ne formano argomento tale da dover indurre il Municipio a dare a sei Cappellani quell'istesso stipendio che si stanziava per dodici, tanto più che questo Comune paga i Cappellani della SS. Annunziata con annua somma per l'uffiziatura, e non per la celebrazione delle messe. Il Consigliere Gennaro Meomartini ha dedotto che qualora il numero dei Cappellani da sei venisse di nuovo portato a 12 la somma da stanziarsi nel bilancio del 1863 non dovrebbe soffrire diminuzione alcuna a piazzarsi intera nella cifra di ducati 288,00. Il Consigliere Salvatore Rampone ha dimandato la chiusura. Non avendo altri fatta opposizione in contrario, il Sindaco ha dichiarato chiusa la discussione e messa ai voti la seguente proposta. Si adotta dal Consiglio Comunale stanziare nel bilancio del 1863 la somma di lire 1224 per emolumento dell'uffiziatura agli attuali Cappellani della SS. Annunziata nel numero di sei, e nella negativa, Si adotta ridurre la somma di L. novecentodiciotto e stanziarla nel bilancio del 1863 per l'oggetto cui nella prima proposta. Esegnitasi la votazione per voti segnati nella prima proposizione, il Sindaco con due Consiglieri ha riconosciuto essere cinque i voti bianchi, ed otto neri, e perciò a proclamato non ammessa la proposta. Eseguitasi la votazione nella seconda proposta, il Sindaco assistito da due Consiglieri come sopra, ha riconosciuto essere i voti bianchi sette ed i neri sei, ed ha proclamato accettata la proposta. Il Consigliere De Rosa Pietro si è astenuto dal votare, ed il Consigliere Vincenzo Coppola non vi si è trovato presente. Il presente verbale letto al Consiglio è stato approvato, e quindi sottoscritto dal Sindaco, dal Consigliere Anziano, tra i presenti, Sig. Raffaele De Caro, e dal vice Segretario".

IL SINDACO Celestino Lucarelli

IL CONSIGLIERE ANZIANO Raffaele De Caro

IL VICE SEGRETARIO firma illeggibile

 

NOTA

 

1. Il precedente verbale sempre in data 17 novembre 1862 indica i nomi dei componenti il Consiglio Comunale presieduto dal Sindaco Sig. Cavaliere Barone Celestino Bosco Lucarelli, dei Consiglieri Sig. Pietro De Rosa, Francesco Mozzilli, Marzio Orsolupo, Raffaele De Caro, Gennaro Meomartini, Salvatore Rampone, Pietro dei Conti Capasso, Vincenzo Coppola, Gaetano De Longis, Raffaele Palmieri, Antonio Pisani, Ignazio De Iulijs, Paolo Capilongo e Pasquale Capilongo.

HOME PRINCIPALE