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IL BRIGANTE CHIAVONE

 

Luigi Alonzi, detto Chiavone

Proclama del Comandante in Capo

Chiavone, brigante gentile

Si autonominò Luogotenente Generale

Intervista a Chiavone

Ricordando Chiavone: Lapide

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Si autonominò Luogotenente Generale

di Ludovico Greco - "PIEMONTISI, BRIGANTI E MACCARONI" Guida, Napoli, 1975

Ad ogni viaggio cresceva: in grado. Si nominò dapprima capitano, poi colonnello, poi generale, poi luogotenente generale. Tutte le sue fanfaronate non erano ingenuità, ma artifizi. Inviava intimazioni ai Piemontesi per mostrarle poi ai comitati borbonici. Evidentemente egli ne imponeva, a coloro che gli davano delle piastre, perché null'altro ha fatto se non che raccoglier bottino. Temeva le palle: lo ripeto, non era né un partigiano, né un brigante. Partigiano è un eufemismo, brigante un'iperbole. Non era che uno speculatore, che poneva a riscatto i proprietari e che sovra tutto speculava sul re che serviva. Alla perfine non era malvagio. Gli si condussero un giorno due carabinieri piemontesi: non li impiccò, anzi li colmò di cortesie, e offrì loro anche del caffé, che mandò a rubare nel paese vicino. Bevuto che ebbero il caffè, propose loro di arruolarsi al servizio di Francescò II o del Papa. Dietro il rifiuto di essi, li lasciò liberi, ritenendo le loro uniformi. All'indomani rientrarono a Sora vestiti da contadini, latori di una carta preziosa, di cui non riproduco l'ortografia: "A tutte le autorità civili e militari. Lasciate passare questi due contadini" Firmato Il generale CHIAVONE.

Gli atti di crudeltà commessi dalla sua banda non sono a lui imputabili. Io non conosco che una sola esecuzione da esso ordinata. Avea rubato de' muli a un proprietario: offrì di rendergli contro una somma di danaro: il proprietario non inviò la somma. Allora egli riunì un consiglio di guerra. I muli condannati a morte subirono immediatamente la pena. I chiavonisti tirarono sopra di essi 17 volte, gridando ad ogni scarica Viva Francesco II, Viva Chiavone! La mania di Chiavone è d'imitar Garibaldi. - Si dà aria di dittatore, ha conservato il suo pittoresco costume, i sandali, il cappello di feltro, l'abito, la sottoveste, i pantaloni di velluto, la cravatta rabescata, la sciarpa rossa, la cintura adorna di pugnali e di pistole. Gli mancano però alcune qualità, prima l'ardire, poi il disinteresse, e finalmente l'ortografia. Chiavone non era molto pericoloso, e l'importanza che gli si è voluto attribuire, anche ne' giornali liberali di Francia, ha sempre fatto ridere i Napoletani. Si ingannano a partito coloro che affermano che egli fosse il generalissimo degli insorti, in queste provincie. Le bande non hanno giammai operato di concerto, né hanno avuto l'apparenza di essere d'accordo, salvo una volta, forse alla fine di luglio. Ma non vi siam giunti ancora. Lo stesso consigliere Ullua (il solo uomo politico che sia rimasto presso Francesco II) se ne lagnava in una lettera confidenziale. Tutti questi, uomini erano riuniti dal caso in corpi indipendenti l'uno dall'altro; tutti questi corpi avevano capi separati, che seguivano la loro propria volontà. Chiavone ha fatto parlar molto di sé, perché è rimasto in continua comunicazione con Roma, ove pubblicava i suoi bollettini e i suoi ordini del giorno. Gli altri relegati nelle, montagne dell'interno, non erano conosciuti che in Napoli, che si studiava di non esagerare le loro imprese: eppure furono ben piu' coraggiosi e pericolosi di Chiavone.

Marc Monnier: Notizie storiche documentate sul brigantaggio nelle province napoletane, Firenze, 1862

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a

Luigi Alonzi

detto

CHIAVONE

 

Chiavone, il cui vero nome era Luigi Alonzi, era nativo di Sora. Il nonno era stato luogotenente del famoso Mammone. Era stato Guardia Nazionale nel suo paese, che abbandonò all'arrivo dei piemontesi ritirandosi a Casamari. Successivamente, tornò a Sora da trionfatore. Dopo la vittoria di Bauco (Bovelle Ernica), continuò a combattere contro i piemontesi del colonnello Quintili, e si rifugiò nello Stato Pontificio. Era un contadino, ma non aveva mai perduto la vocazione militare. Si fece fare un'uniforme da generale, con galloni d'oro, bottoni, speroni, e scudiscio. Della sua banda, alcuni indossavano uniformi francesi comprate nel ghetto di Roma, altri indossavano l'uniforme da cacciatori dell'esercito Borbonico, altri vestivano semplicemente da contadini, da ciociari. Esercitava un vero fascino. L'abbigliamento era pittoresco: cappello di feltro nero con piuma bianca, tunica nera serrata alla vita da sciarpa di seta rossa, spadone alla castigliana. Non era malvagio, annota Monnier, ma poneva a riscatto i proprietari e speculava sul re che serviva. Aveva molta simpatia per Garibaldi, specialmente quando questi si irritava con i piemontesi, e come Garibaldi, sapeva ben utilizzare il pittoresco per guadagnare popolarità.

da: Giovanni De Matteo "Brigantaggio e Risorgimento - leggittimisti e briganti tra i Borbone e i Savoia"" Alfredo Guida Editore, Napoli, 2000

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PROCLAMA

DEL COMANDANTE IN CAPO

ALL'ARMI! ALL'ARMI! ALL'ARMI!

di Antonio Ciano - "I SAVOIA E IL MASSACRO DEL SUD" - Grandmelò, ROMA, 1996

[] Il piemontese nemico del nostro Re, della nostra Monarchia, delle nostre leggi, nemico del patrizio, del borghese, del contadino, nemico di tutti gli ordini militari civili e religiosi; il piemontese che arde città, scanna i fedeli a Dio ed al loro sovrano, fa macello di sacerdoti, svelle dalle loro chiese i vescovi, e per sospetti caccia nelle carceri, negli ergastoli e negli esilii quanti non vede piegar la fronte all'idolo d'ingorda e bugiarda rivoluzione, il piemontese che copre con l'orgoglio la sua nudità, e che si gloria di non sentir pietà nello sgozzar vecchi, vergini, pargoletti, nè ritrosia nel dar di piglio nella roba altrui o pubblica o privata; il piemontese che profana le nostre donne ed i nostri templi, ubriaco di libidine, fabbro di menzogna e d'inganni, schernitore di vittime da lui tradite: il piemontese fugge dinanzi allo scoppio dei nostri moschetti rugginosi; e nelle città dov'egli avea fondate le case di prostituzione ed il servaggio, ormai sventola il vessillo della libertà e della indipendenza del Regno al grido di viva Francesco II. La bandiera del sovrano è già inalberata in Sora. Popoli degli Abruzzi, delle Puglie, delle Calabrie, dei Principati, all'armi! Sopra i gioghi degli Appennini, ciascun macigno è fortezza, ciascun albero è baluardo. Ivi il nemico non potrà ferire alla lontana coi proiettili dei cannoni rigati, né con l'unghie dei cavalli. Combattendo uomo con uomo, egli che non ha fede in Dio e in Gesù Cristo, ne può avere carità de' fratelli, dovrà soccombere al fremito del nostro coraggio, alla forza dei petti devoti alla morte per una causa che merita il sacrificio della vita. All'armi! Le falci, le ronche, i massi valgono nelle nostre mani più che le baionette e le spade. Un milione di anime oppresse si confortano con un grido alla pugna; sessantamila dei nostri stendono le braccia dalle carceri verso di noi; le ombre di diecimila ci dicono vendicateci.. Corriamo dai boschi alle città, dalle province a Napoli. L'arcangelo San Michele ci coprirà col suo scudo, la Vergine Immacolata col suo manto, e faranno vittoriosa la bandiera che appenderemo in voto nel tempio. Il piemontese che ci deride, svilisce, conculca, tiranneggia, spoglia, e uccide con l'ipocrita maschera della libertà, ritorni nei suoi confini tra il Po e le Alpi. Ritorni a noi quel Sovrano che Iddio ci ha dato, e lo fe' generare nelle viscere di una madre santa, e crescere in virtù candido come il giglio, che adorna il borbonico stemma. Francesco II e Sofia, ed i Reali principi c'insegnarono come si debba star saldi ed intrepidi nella battaglia. Vinceremo. I potenti dell'Europa compiranno l'opera nostra rimenando la pace all'Italia; ed il nostro regno all'ombra della religione cattolica e del papato, si riabbellirà di quella gloriosa borbonica dinastica che ci sottrasse ai duri ceppi dei piccoli tiranni, e ci diede ricchezza e franchigia vera, e la indipendenza dallo straniero. All'armi!

Il Comandante in capo CHIAVONE

Luigi Riccardi Ajutante

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Chiavone, brigante gentile

ai prigionieri piemontesi offriva il caffé

di Ludovico Greco - "PIEMONTISI, BRIGANTI E MACCARONI" Guida, Napoli, 1975

La Basilicata era dunque ricondotta in tranquillità sul finire di aprile, e il paese cominciava a rassicurarsi, quando si seppe ad un tratto che il 3 maggio (1861) verso le due del mattino, dugento uomini circa erano caduti su Monticelli, piccolo luogo della Terra di Lavoro presso la frontiera romana. Vi eseguirono le loro ordinarie prodezze, e fortificandosi nelle case respinsero una compagnia di soldati regolari inviati contro di essi da Fondi. All'indomani giunsero altre forze italiane con pezzi d'artiglieria, ma gli aggressori erano scomparsi colle loro armi e col bottino. Invasero, fuggendo, altre comuni, ove crederono bene di cambiar le autorità e di promulgar decreti con gravità dittatoriale. Si lavorava ad una nuova strada, aumentarono di dieci soldi il salario degli operai. Ciò fatto, si dettero alla fuga. Il capitano borbonico che si dava l'aria di imitar Garibaldi, si chiamava Chiavone. Si è molto parlato di quest'uomo, e gli si è attribuita una importanza che egli non merita. Non è un partigiano, ne' un brigante, è un birbo. Già guardacaccia a Sora; si è così acquistata una certa influenza su coloro che cacciavano ne' feudi altrui per mestiere e senza licenza, e sui contadini. Durante l'ultime rivoluzioni, nel va e vieni de' patriotti e de' borbonici che passavano per Sora per partirne e lasciarla poi in libertà, egli si offri' di conservar l'ordine con pochi carbonai che teneva sotto i suoi ordini. Parlo di veri carbonai che esercitavano il loro mestiere sulle montagne e non de' carbonai, che congiuravano per i Borboni sotto Murat. Chiavone fu in mancanza di meglio accettato, e scacciato al ritorno de' liberali. Fuggi' allora co' suoi carbonai e accrebbe il numero de suoi seguaci. Armati alla rinfusa, corsero le campagne con quel famoso tedesco già nominato che non si chiamava Lagrange, ma che portava questo nome al quale parea annettersi importanza. Lagrange fu messo da parte, e Chiavone continuò il mestiere per suo conto. Occupò le montagne che dominano il paese di Sora, tenendo in freno la città. Vi discese anche una volta, il 3 dicembre, e vi rimase un giorno fino all'arrivo delle truppe. Dopo quell'epoca la sua banda è rimasta continuamente sulle alture, che confinano cogli Stati romani. Egli, sempre nascosto, sempre indietro, non' entrando mai ne' villaggi assaliti, ma rimanendo al di fuori per proteggere la fuga della sua gente dopo il saccheggio, davasi aria di vice-re. Pubblicava proclami, inviava intimazioni e le' datava da ogni luogo possibile. Ho visto un suo decreto dato dal Quartier generale di Sora; si sarebbe potuto credere che egli fosse - stabilito nella città; pure stava nascosto a due ore di distanza dalla medesima, nel territorio del pontefice. Il 27' maggio inviò dalla sua montagna un parlamentario alla guarnigione italiana. Le intimò di capitolare, offrendole salva la vita e un salvacondotto fino a Torino. Gl'Italiani trassero fuori un cannone. Chiavone era già rientrato in terra santa. Perocche' tale era il suo sistema. Non amava di battersi, e si teneva sempre agli estremi confini dell'ex-reame di Napoli. Appena attaccato, spiccava un salto all'indietro, e nulla avea a temere. Gl'Italiani si fermavano (immaginate il supplizio!) al confine di quella linea fatale, dacché era loro proibito di oltre-passarla. La Francia era in fazione davanti il Patrimonio di San Pietro. I briganti passavano e si ridevano della sentinella. Gl'Italiani dovevano retrocedere stizziti dalla rabbia. Ed ecco come ha avuto si lunga vita questa banda di ladroni non ancora distrutta. Essa spiava la partenza delle truppe, e cadeva all'improvviso in qualche distretto abbandonato, come Luco, Monticelli, Castelluccio, Roccavivi. Poi si salvava sulla montagna, e Chiavone ritornava a Roma per - raccontare le sue prodezze e chieder danaro.

Marc Monnier: Notizie storiche documentate sul brigantaggio nelle province napoletane, Firenze, 1862

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