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DIFESA DEL RISORGIMENTO di DINO COFANCESCO

SPESSO S'IGNORA LA VERA STORIA PATRIA di don BRUNO SODARO

BRIGANTI O PATRIOTI? di ROMANO RICCIOTTI

COME FU FATTA L'UNITA' DELLA NAZIONE di DOMENICO BONVEGNA

MA CHI ERANO POI I BRIGANTI? di DOMENICO IANNANTUONI

I PADRI DEL RISORGIMENTO COSI' ANTIMERIDIONALI di ROBERTO SCHENA

COMINCIO' CON GARIBALDI LO SFASCIO.... di GAETANO FIORENTINO

CARLO ALIANELLO UNA GUERRA FORSE D’UNA GUERRA CIVILE

IL SUD E L'UNITA' D'ITALIA di RESSA G. & GRASSO A.

E SE QUELLO FU UN RISORGIMENTO di AUTORI VARI

FU PULIZIA ETNICA? di AUTORI VARI

ABBA G.C. TESTIMONE DEL RISORGIMENTO di EMILIO COSTA

RISORGIMENTO E DIALETTICA IN GRAMSCI di GIUSEPPE PRESTIPINO

CHI SONO I BRIGANTI ? di F.S. SIPARI

LA BORBONICA GUERRA PER BANDE di ORAZIO FERRARA

IL BRIGANTAGGIO di FRANCESCO PAPPALARDO

IL BRIGANTAGGIO di AUTORI VARI

PARLIAMO MALE DI GARIBALDI di LUDOVICO GRECO

PER IL TRONO E PER L'ALTARE di ANTONIO CIANO

GUERRA CONTADINA di ROSA CUTRUFELLI

BRIGANTAGGIO di MIRNA BONCINA

IL BRIGANTAGGIO E L'UNITA' NAZIONALE di GIANNI VERGINEO

I BRIGANTI di INDRO MONTANELLI

BRIGANTI: Eroi o Malfattori? di ALESSANDRO ROMANO

CONTRORIVOLUZIONE e BRIGANTAGGIO di DENIS MACK SMITH

FU SOLTANTO LA GUERRA DEI POVERI di MARCO LAMBERTINI

LA "GUERRIGLIA" NEL RISORGIMENTO di FRANCO DELLA PERUTA

CONTRO LA STORIA SCRITTA DAI VINCITORI di SERGIO ROMANO

IL RISORGIMENTO VISTO DA UN IRLANDESE di MAURIZIO BLONDET

E LI CHIAMARONO BRIGANTI di ANTONIO PAGANO

BRIGANTI: quali? di ANGELO MANNA

E LI CHIAMAVANO BRIGANTI di RAFFAELE RAGO

EROI E BRIGANTI di FRANCESCO SAVERIO NITTI

IL BRIGANTAGGIO NELLA LETTERATURA di RAFFAELE NIGRO

CRONACA DI UN'UNIFICAZIONE di ANTONIO NICOLETTA

BRIGANTAGGIO di MARIELLA CAMPILII

PROVOCAZIONE: RISORGIMENTO DA RISCRIVERE di GUSTAVO RAFFI

COME FU FATTA L'UNITA' DELLA NAZIONE di DOMENICO BONVEGNA

IL RISORGIMENTO NON E' DA ROTTAMARE di PIETRO DI MUCCIO

BRIGANTAGGIO: RILEGGERE L'UNITA' di PAOLO MIELI

LE RAGIONI DEI VINTI di RINO CAMILLERI

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 IL BRIGANTAGGIO

di FRANCESCO PAPPALARDO

da: "CRISTIANITA'" n. 222, 1993

 

Il 6 agosto 1993, nel quadro del convegno su La contrarrevolución legitimista (1688-1876), organizzato dall’Università Complutense di Madrid a San Lorenzo de El Escorial, Francesco Pappalardo ha tenuto una relazione su Il brigantaggio.

 

Nel Grande Dizionario della Lingua italiana, alla voce brigantaggio si legge: "L’insieme delle azioni delittuose (contro le proprietà private e le persone) compiute da bande di briganti, a mano armata" (1). Brigante è colui "[...] che vive fuori legge e alla macchia (spesso in bande organizzate) compiendo rapine a mano armata e taglieggiando le persone e la proprietà privata; bandito"; sul piano storico brigante è anche il soldato, generalmente appartenente a "piccole compagnie di ventura", e il partigiano: "Da brigare, "mettersi nella lotta, combattere""; se questo termine "[...] anticamente significava un soldato a piedi", ora designa "gli assassini, i fuorusciti ed i nemici dell’ordine pubblico" (2). Nella storia della parola, dunque, "[...] si possono individuare due momenti distinti: il significato antico sostanzialmente positivo, e quello più recente, che, sorto da una degradazione del precedente, assunse sempre più quella connotazione di "fuorilegge", che oggi prevale. Per il Lissoni questo senso moderno [...] sarebbe proprio del francese brigant (e, quindi, da rifuggire), come lo è il derivato brigantaggio, dal francese brigandage, fin dal 1410" (3). Infine, il termine brigante ha acquistato anche un significato ideologico ed è stato adoperato per indicare in senso spregiativo quanti si sono opposti con le armi alla Rivoluzione: il "[...] nome di briganti è stato dato per esempio ai Vandeani realisti durante la Rivoluzione francese" (4); Giuseppe Boerio, autore di un Dizionario del dialetto veneziano, stampato a Venezia nel 1829, conferma per l’Italia l’uso del neologismo semantico: "Con tale nome erano comunemente chiamati nell’anno 1809 coloro che nelle varie nostre provincie si sollevarono" (5) contro l’esercito rivoluzionario francese. In questa sede uso il termine brigantaggio per designare la reazione armata delle popolazioni italiane contro il nuovo ordine rivoluzionario, in contrapposizione alla parola banditismo, che indica la "[...] ribellione di piccoli gruppi armati intesi a colpire nella loro ricchezza le classi agiate senza la prospettiva di rivolgimenti politici" (6). Il banditismo è la manifestazione di una patologia sociale diffusa nei tempi e nei luoghi più diversi. Nell’ambito della civiltà occidentale caratterizza l’epoca medievale e moderna, ma non può essere liquidato sempre come un fenomeno di semplice delinquenza. Le convulsioni sociali nell’Europa del secolo XVII, che hanno fatto parlare di una sorta di epoca delle rivolte, sono molto spesso un sintomo dell’incapacità dello Stato moderno di svolgere una efficace funzione mediatrice fra i vari ceti sociali, soprattutto nella prima fase della sua formazione. In particolare, l’aumento rilevante della pressione fiscale, che caratterizza quel periodo, colpisce l’intera gamma della società e della vita economica ed è la causa scatenante delle grandi rivolte del Seicento. Nel contesto europeo il Mezzogiorno d’Italia non presenta la serie di sommosse contadine che accompagnò la diffusione della riforma protestante ed è toccato in misura ridotta dall’ondata di agitazioni popolari che caratterizzano altri Stati nel secolo XVII. L’unica rivolta degna di rilievo è quella capeggiata da Tommaso Aniello, detto Masaniello, nel 1647, con la quale però la popolazione non intendeva "[...] chiedere né ottenere la soppressione del regime feudale, ma solo il suo contenimento entro i limiti della legalità, della tradizione e dell’equità" (7). Il banditismo in senso stretto è stroncato dalla grande azione svolta dal vicerè, marchese del Carpio, fra il 1683 e il 1687 (8). Nel secolo XVIII, la protesta popolare si inasprisce in seguito al graduale stravolgimento dei rapporti di proprietà nelle campagne, ma "[...] la lotta per la terra — ammette uno storico di ispirazione marxista — è condotta esclusivamente in nome del rispetto degli usi civici tradizionali e della difesa del demanio" (9). Infatti, l’abbandono delle campagne da parte della nobiltà da un lato favorisce l’ascesa di amministratori rapaci e di nuovi proprietari terrieri, che portano con sé la durezza e la fiscalità proprie del capitalismo liberale; dall’altro lato provoca la rottura di quel contatto esistenziale, di quella omogeneità culturale, di quella solidarietà fra signori e contadini che erano state le caratteristiche fondanti dell’antico regime. La reazione popolare, sul finire del secolo, non è perciò anti-feudale e neppure anti-aristocratica — se non dove la nobiltà era venuta meno alla sua funzione di mediazione e di comando —, ma rivolta contro la nuova mentalità rivoluzionaria, che imponeva un’economia senza vincoli corporativi e senza remore morali, infrangeva i legami esistenti fra i diversi ceti della nazione e veicolava una cultura estranea e avversa alle tradizioni civili e religiose del paese.

L’inquinamento storiografico

Nonostante il giansenismo e l’assolutismo illuminato, con i suoi corollari regalistici e livellatori, le armate giacobine e napoleoniche, che pretendono di agire per il bene del popolo, per la sua libertà e per il suo benessere, incontrano soltanto ostilità nella penisola italiana. "Singolare ed imbarazzante paradosso, contro il quale ha sbattuto più volte la faccia sia la storiografia liberal-progressista sia la storiografia marxista, cui venivano meno gli abituali schemi interpretativi" (10). Gli storici liberali, rappresentati innanzitutto da Vincenzo Cuoco e Pietro Colletta, tendono a ricondurre il fallimento della Rivoluzione a un cumulo di errori e di circostanze avverse, così da salvaguardare il ruolo dirigente dell’"intellettuale" e il suo diritto a ergersi come rappresentante della nazione. Benedetto Croce, inoltre, riduce in larga misura la storia del Mezzogiorno alla storia della sua classe intellettuale, giungendo a idealizzare i giacobini come nuova aristocrazia, "[...] quella reale, dell’intelletto e dell’animo" (11). Antonio Gramsci — che utilizza lo stesso procedimento logico — si rammarica dell’assenza "momentanea" di un’avanguardia intellettuale, cioè di un partito leninista che non era stato ancora fondato, e propone una interpretazione delle insorgenze in chiave di lotta di classe fra contadini e borghesia. Questa impostazione cerca di accreditare l’idea di una conflittualità sociale molto diffusa in tutta la penisola, che abbia sempre gli stessi caratteri in presenza di popolazioni differenti, rette da istituzioni diverse, situate in contesti geo-economici non uniformi e con le più varie tradizioni. Una spiegazione del tutto insufficiente è offerta anche dalla storiografia nazionalistica, che vede nelle insorgenze soltanto preziose affermazioni di valori nazionali e patriottici e, quindi, una reazione allo straniero invasore e non ai princìpi rivoluzionari, i quali — essa afferma — avrebbero ricevuto migliore accoglienza se presentati in altro modo e in altra circostanza. La matrice religiosa delle insorgenze risulta così sbiadita e la resistenza armata di interi popoli, che in Italia e in Europa si batterono in difesa della loro fede e delle loro tradizioni — soprattutto dove si era conservata la compattezza organica della nazione cristiana — è ancora oggi ignorata da molti o ricordata con disprezzo. "Tutto questo che è dignità, fierezza, spirito di sacrificio — scrive Niccolò Rodolico, autore di orientamento liberale — è stato considerato, specialmente per l’Italia meridionale, fanatismo e brigantaggio" (12). Queste considerazioni valgono in particolare per l’insorgenza meridionale che, rispetto ad altre simili vicende italiche, può essere assunta come modello per l’ampiezza del fenomeno, per la minore frammentarietà delle vicende e per la presenza di un piccolo nucleo dirigente che seppe coordinare la generosa reazione popolare (13). Nel 1799, i "lazzari" napoletani e i contadini delle province si rivelano ben lungi dall’essere una massa amorfa, avvezza a passare con facile rassegnazione da un padrone all’altro, e le loro gesta vanno a costituire la splendida epopea della Santa Fede, "[...] che ebbe nell’eroico cardinale Fabrizio Ruffo il suo condottiero e in sant’Alfonso Maria de’ Liguori il suo preparatore remoto ma profondo, nello stesso senso in cui san Luigi Maria Grignion de Montfort preparò la Vandea" (14). Quando i francesi ritornano, nel 1806, si verificano nuove e numerose sollevazioni popolari in diversi Stati italiani. Nelle province napoletane le bande, guidate da popolani, borghesi e anche sacerdoti, raccolgono impiegati, soldati sbandati, contadini e pastori, la cui lotta assume i caratteri della resistenza contro-rivoluzionaria, ma tale valoroso comportamento è definito sbrigativamente "brigantaggio" dagli invasori e il termine è tramandato da una mendace storiografia (15). La Rivoluzione italiana, dopo la Restaurazione del 1815 e un successivo periodo di tregua necessario per riordinare le fila e porsi sotto la protezione della monarchia sabauda, compie un nuovo passaggio negli anni 1859 e 1860 con la conquista di quasi tutti gli Stati della penisola da parte del regno di Sardegna, che porta a termine il disegno sovversivo fallito mezzo secolo prima. "La nazione italiana, prima una nella fede e nella diversità, viene unita nell’errore, cui si accompagna l’imposizione spesso crudele di una uniformità che è piuttosto rivoluzionaria che piemontese. Cadono tutte le Case regnanti, vengono disperse tutte le classi dirigenti che hanno servito la Cristianità a diverso titolo fin nelle terre più lontane, le differenze regionali e storiche sono bandite, la religione e i suoi ministri perseguitati" (16). Non mancano resistenze e reazioni all’unificazione forzata, ma soltanto nel regno delle Due Sicilie la lotta armata contro l’invasore assume proporzioni straordinarie. Tuttavia, anche questo doloroso periodo della storia della nazione italiana è censurato e deformato da oltre un secolo. Infatti, alla "[...] fase del silenzio patriottico o della rimozione che dura fino alla caduta del fascismo", ha fatto seguito un’analoga "[...] fase di silenzio, dovuto alla necessità della costituzione di una nuova Italia repubblicana" (17). La storiografia di ispirazione liberale ha tramandato una nozione ormai screditata della resistenza popolare come manifestazione di criminalità comune e come esito della sobillazione reazionaria, abile a sfruttare mali endemici e secolari del Mezzogiorno. È la tesi di Francesco Saverio Nitti (18), che trae alimento dalle Relazioni della commissione parlamentare di inchiesta sul brigantaggio, e di Giustino Fortunato, secondo il quale nell’Italia Meridionale il brigantaggio postunitario non era stato un "[...] tentativo di restaurazione borbonica e di autonomismo, bensì un movimento spontaneo, storicamente rinnovantesi ad ogni agitazione, ad ogni cambiamento politico [...], frutto di secolare abbrutimento, di miseria e di ignoranza delle nostre plebi meridionali" (19). Espressione emblematica del fastidio di trattare un argomento così ignobile è la posizione di Gino Doria, che considera il brigantaggio solo un episodio "da espellere" dalla storia d’Italia "e da relegare nelle cronache criminali" (20). Benedetto Croce considerava il brigantaggio una conseguenza del vuoto di potere seguito al crollo della monarchia borbonica e concludeva che non si poteva parlare di una Vandea italiana perché non si erano visti sul terreno operativo gentiluomini e difensori della causa legittimistica come in Francia (21). Soltanto ora che l’edificio unitario sembra completato si concede che "[...] un giudizio storico superiore e la pietas dell’umanità civile e delle memorie napoletane" portino a riconoscere "le ragioni e le pene di tutti i contendenti", ben specificando, però, che la "[...] ragione di una storia superiore condannava, comunque, il brigantaggio alla sconfitta radicale", dal momento che "[...] la storia — nel senso più pregnante e positivo dell’espressione — era dalla parte" delle "[...] coscienze più alte e severe del movimento nazionale italiano" (22). La pietas, dunque, soltanto come atteggiamento liquidatorio e di mera commiserazione. Su un altro versante, ugualmente deformante, si pongono quanti partono dalle considerazioni di Antonio Gramsci sulla "questione meridionale" per proporre una lettura del brigantaggio come manifestazione della lotta di classe, identificando nella guerra per bande una forma di lotta armata condotta in prima persona dalle masse contadine contro le classi dominanti. La versione più articolata e problematica di questa interpretazione è offerta da Franco Molfese, secondo il quale è difficile negare al brigantaggio il carattere di un movimento di classe. In esso appaiono combinati "[...] sia la protesta armata contro gli eccessi repressivi delle forze statali e contro i gravami imposti dallo Stato unitario (la coscrizione), sia l’uso della violenza armata per vendicare le sopraffazioni e i tradimenti di "galantuomini" e, soprattutto, per estorcere ai proprietari una aliquota della rendita agricola, negata sistematicamente" (23). Franco Molfese in seguito ha mitigato le sue affermazioni, distaccandosi da quelle "[...] correnti politiche e ideologiche piuttosto confuse di estrema sinistra giovanile che attribuiscono al brigantaggio un contenuto anticapitalistico o, comunque, antiborghese maggiore di quanto ebbe realmente" (24). Infatti, una simile analisi "[...] parte dalla convinzione di una antistorica "vocazione" rivoluzionaria del "proletariato" italiano, perennemente tradita. [...] Inoltre la mitizzazione dei capibanda quali leader contadini presuppone una coscienza e una autonomia nei singoli e nella "classe", nonché una diffusa consapevolezza di massa che in realtà non potevano avere" (25). Tuttavia, l’opinione ancora oggi più diffusa presso il grande pubblico è quella secondo cui "[...] alla base della rivolta dei contadini è un movente economico-sociale che non è certamente compreso da chi vuole servirsi per fini politici di povera gente vilipesa e oppressa" (26). Un’interpretazione esauriente del complesso fenomeno del brigantaggio deve partire dalla considerazione che l’opposizione armata fu soltanto uno degli aspetti della resistenza antiunitaria delle popolazioni meridionali, che presentò contorni più vasti e profondi di quelli che avevano caratterizzato le insorgenze dell’età napoleonica. Negli anni successivi al 1860, la resistenza si presenta con forme molto articolate, di cui offrono testimonianza l’opposizione condotta a livello parlamentare, le proteste della magistratura, che vede cancellate le sue gloriose e secolari tradizioni, la resistenza passiva dei dipendenti pubblici e il rifiuto di ricoprire cariche amministrative, il malcontento della popolazione cittadina, l’astensione dai suffragi elettorali, il rifiuto della coscrizione obbligatoria, l’emigrazione, la diffusione della stampa clandestina e la polemica condotta dai migliori pubblicisti del regno, fra cui emerge Giacinto de’ Sivo, che difesero con lo scritto i calpestati diritti di una monarchia da sempre riconosciuta dal consesso delle nazioni e benedetta dalla suprema autorità spirituale (27). La resistenza armata fu però il fenomeno più evidente, che coinvolse non soltanto il mondo contadino ma tutta la società del tempo nelle sue strutture e nei gruppi che la componevano, come risulta dagli atti dei tribunali militari e dai processi celebrati a Napoli dalle corti civili. Il cosiddetto partito borbonico, sulla cui reale influenza non è stato ancora tentato un bilancio definitivo, non raggiunse l’obbiettivo fondamentale di riportare la dinastia legittima sul trono, ma riuscì per anni ad aggregare quasi tutte le componenti sociali intorno a un sentimento patriottico e nazionale. Nei primi anni il motivo legittimistico fu dominante e le modalità della guerriglia, capace di unire aristocratici e popolo, furono tali da richiamare alla mente l’epopea vandeana. Questa continuità contro-rivoluzionaria non è affatto simbolica, ove si consideri che a capeggiare gli insorgenti "[...] il fior fiore della nobiltà lealistica europea discese dalle brume dei propri castelli nel fuoco di una lotta senza quartiere "per il trono e l’altare", "per la fede e la gloria"", come era scritto su uno dei pannelli della mostra su Brigantaggio, lealismo e repressione, organizzata a Napoli nel 1984 (28). Il conte Henri de Cathelineau — discendente di uno dei più valorosi condottieri della guerra di Vandea —, il barone Teodoro Klitsche de La Grange, il conte Edwin di Kalckreuth, il marchese belga Alfred Trazégnies de Namour, il conte Theodule de Christen, i catalani José Bojres, che fu definito "l’anti-Garibaldi", e Rafael Tristany, furono artefici di memorabili imprese e fecero a lungo sperare in una conclusione vittoriosa della guerriglia. Con queste considerazioni non si intende sottovalutare il carattere anche sociale delle insurrezioni. L’eversione della feudalità e la privatizzazione dei beni della Chiesa durante l’età napoleonica, che avevano trasformato l’assetto della società e dato origine alla questione demaniale, ebbero una parte rilevante nello stimolare la partecipazione dei contadini alla lotta armata (29), ma questo aspetto non basta da solo a spiegare l’intensità, l’estensione sociale, l’ampiezza territoriale e la durata del brigantaggio. L’attribuzione di un prevalente carattere sociale alla resistenza antiunitaria è causata sia da pregiudizi ideologici, che inducono gli storici a sottovalutare o a negare la componente politica del fenomeno, sia dalla diffusione e dalla persistenza del mito della oggettiva potenzialità rivoluzionaria delle sommosse contadine, secondo le tesi del sociologo inglese Eric Hobsbawn. Questa impostazione è caratterizzata da una generale incomprensione e negazione della cultura delle popolazioni italiane, e ciò vale in particolare per la componente religiosa, che ne rappresentava l’anima. L’elemento religioso è generalmente presente nelle raffigurazioni d’epoca, così come sui vessilli e sulle insegne di battaglia; frati e sacerdoti sono presenti in gran numero nelle schiere degli insorgenti, sebbene fossero passati per le armi in caso di cattura; i vescovi — benché spesso scacciati dalle loro sedi — sostengono efficacemente l’insurrezione, stampando pastorali di tono antiunitario e ribadendo le proteste e le scomuniche provenienti dalla Santa Sede. L’autorevole La Civiltà Cattolica esprime ripetutamente il suo appoggio a quello che era ritenuto uno spontaneo movimento di massa, a carattere legittimistico, contro le usurpazioni del nuovo Stato liberale. Il brigantaggio, dunque, è stato un fenomeno composito, manifestazione del contrasto fra due mentalità, fra due differenti impostazioni culturali — che ha indotto l’antropologo Carlo Tullio Altan a parlare di "reazione di rigetto della società meridionale nei confronti di una realtà storica diversa" e di "uno scontro di civiltà" (30) —, ma soprattutto ha rappresentato l’espressione più macroscopica della reazione di una nazione intera in difesa della sua autonomia quasi millenaria e della religione perseguitata e, dunque, costituisce l’ultimo tentativo compiuto in Italia, insieme con "la difesa di Roma a opera degli zuavi", per "combattere la Rivoluzione con le armi" (31).

La resistenza armata

La resistenza popolare nel regno delle Due Sicilie ha inizio nel mese di agosto del 1860, subito dopo lo sbarco sul continente delle unità garibaldine provenienti dalla Sicilia. Le prime sollevazioni hanno luogo in Basilicata e in Calabria, nella misura in cui gli avvenimenti deludono l’aspettativa di un rivolgimento che punisca gli usurpatori delle terre demaniali. L’occupazione delle aree la cui proprietà è contestata e la rivendicazione violenta degli usi civici soppressi assumono presto un significato politico. Le insorgenze sono particolarmente efficaci anche nelle province contigue alla zona di operazioni dell’esercito di Francesco II, dove reparti composti da soldati regolari e da volontari, guidati dal colonnello franco-tedesco, barone Teodoro Klitsche de La Grange, operano in funzione di appoggio e di coordinamento delle iniziative spontanee, restaurando le municipalità borboniche e insidiando le spalle e i fianchi delle formazioni nemiche. La tenace resistenza garibaldina sul fiume Volturno e l’invasione dello Stato pontificio e del regno delle Due Sicilie da parte dell’esercito sabaudo, in spregio delle più elementari norme di diritto internazionale, pongono fine alla prima fase delle operazioni difensive, caratterizzate da una certa unità di azione e di comando. Tuttavia, lo scoppio di una diffusa "reazione" in occasione del plebiscito del 21 ottobre, con il quale gli invasori cercano di legittimare la loro presenza, dà prova della vitalità della resistenza. Nei primi mesi del 1861, quando le ultime piazzeforti borboniche, Gaeta, Messina e Civitella del Tronto, si arrendono dopo un’eroica quanto sconosciuta resistenza, l’opposizione armata ha radici ben salde nel regno. La popolazione rurale, chiamata alle armi dal suono di rustici corni o dalle campane a stormo, rovescia i comitati insurrezionali, innalza la bandiera con i gigli e restaura i legittimi poteri. La spietata repressione operata dagli unitari, con esecuzioni sommarie e arresti in massa, fa affluire nelle bande, che i nativi denominano masse, migliaia di uomini: soldati della disciolta armata reale, coscritti che rifiutano di militare sotto un’altra bandiera, prigionieri di guerra incautamente rimessi in libertà dall’occupante, pastori, braccianti e montanari. Costoro, che combattono contro l’imposizione di una visione del mondo estranea alle proprie tradizioni civili e religiose, furono bollati per sempre come briganti. Nella primavera del 1861 la reazione divampa in tutto il regno. Il controllo del territorio da parte degli unitari è sempre più precario e diventa concreta l’ipotesi di un collegamento di tutte le formazioni della resistenza, dalla Puglia alla frontiera pontificia, con uno schieramento che abbia al centro la valle dell’Ofanto, fra l’Irpinia e la Basilicata. Le formazioni più agguerrite, dotate anche di reparti di cavalleria, operano in Lucania, nella Capitanata e in Terra di Bari, condotte rispettivamente da Carmine Donatelli, detto Crocco, da Michele Caruso e dal sergente Pasquale Romano. A Napoli, l’ex-capitale travagliata da una grave crisi economica, agisce la propaganda dell’agguerrito comitato borbonico della città, che riesce a organizzare una manifestazione pubblica a favore della deposta dinastia. Nel mese di aprile è sventata una cospirazione antiunitaria e sono arrestate oltre seicento persone, fra cui 466 ufficiali e soldati dell’esercito napoletano. In agosto è inviato a Napoli, con poteri eccezionali, il generale sabaudo Enrico Cialdini, che innanzitutto costituisce un fronte unito contro la "reazione", arruolando i militi del disciolto esercito garibaldino e perseguitando il clero e i nobili legittimisti, che sono costretti a emigrare, lasciando la resistenza senza una guida politica. In una seconda fase, Enrico Cialdini ordina una serie di eccidi e di rappresaglie nei confronti della popolazione insorta, che rappresentano una pagina tragica e fosca nella storia dello Stato unitario. In questo modo impedisce una sollevazione generale, ristabilisce in parte le comunicazioni e conserva il controllo dei centri abitati, decretando il saccheggio e la distruzione di quelli ribelli. Le forze militari impegnate nella repressione, costituite in quel periodo da circa ventiduemila uomini, raggiungono le cinquantamila unità nel mese di dicembre; nell’inverno 1862-1863 assommeranno a centocinquemila uomini, cioè i due quinti delle forze armate italiane del tempo. Il presidente del consiglio, Bettino Ricasoli, preoccupato per le ripercussioni all’estero della sanguinosa repressione, lancia una vigorosa offensiva diplomatica, volta a negare il carattere politico del brigantaggio. Nella polemica interviene La Civiltà Cattolica, che confuta le dichiarazioni del governo italiano: "Ma e la bandiera borbonica che i Sardi vedono spuntare sopra ogni vetta, non è ella un programma politico abbastanza visibile? E le grida di Viva Francesco II che i Sardi odono risuonar sì spesso, non sono elle un programma politico abbastanza udibile? "E le fratture sì frequenti dei busti di gesso del Re Sardo e del Garibaldi, che si fanno ovunque apparisce un brigante, e l’alzamento al loro luogo dei ritratti di Francesco II, non sono elle un programma politico abbastanza evidente? E lo sterminio che in ogni paese, dove sorge la reazione, si fa di tutto ciò che è liberale, piemontese o garibaldino non è egli un programma politico abbastanza palpabile?". Sul favore assicurato dalla Santa Sede ai partigiani borbonici, l’articolista osserva: "[...] chi non sa che il preteso regno italiano è in istato di manifesta guerra col regno di Napoli e collo Stato Pontificio? Chi non sa che è lecito ad ognuno il respingere la forza colla forza e l’ingiusta aggressione colla giusta difesa?" (32). Sono evidenti la debolezza e la poca credibilità del nuovo regno, i cui governanti non possono invocare neanche la volontà popolare per legittimare le annessioni. La strategia della resistenza borbonica mira, di conseguenza, a mostrare la fragilità del potere dell’usurpatore e a tenere desta l’attenzione degli Stati europei, nella speranza di imminenti sviluppi internazionali della questione italiana, che determinino un intervento armato dell’Austria o almeno diplomatico delle altre potenze conservatrici. Il problema più urgente è quello di dare una guida militare di valore alle schiere degli insorgenti, che possono creare serie preoccupazioni al nemico, ma non hanno né la capacità militare né il coordinamento necessario per rovesciare la situazione. Poiché i vertici dell’esercito borbonico si erano mostrati in generale esitanti nella lotta contro la Rivoluzione unitaria, Francesco II ritiene opportuno porre i suoi partigiani agli ordini di privati cittadini di fede legittimista. L’offensiva di Vittorio Emanuele II di Savoia contro lo Stato Pontificio aveva richiamato in Italia gran parte della nobiltà lealista europea. Quella campagna si era conclusa in maniera poco fortunata per i difensori della causa del Papa, ma si era creata subito dopo la possibilità di una rivincita sul fronte napoletano. Si forma quindi un’armata sovranazionale, nelle cui file militano francesi e belgi, austriaci e bavaresi, sassoni e irlandesi, oltre a numerosi carlisti spagnoli, il cui impegno diventa presto maggioritario. Proprio da queste formazioni uscì l’uomo che più di tutti fu vicino alla vittoria decisiva, il catalano José Bojres, generale dell’esercito carlista, esperto di guerriglia, volontario al servizio del Pontefice e quindi di Francesco II. Sulle orme del cardinale Fabrizio Ruffo, José Bojres sbarca con pochi compagni sulla costa ionica della Calabria, il 14 settembre 1861. Nonostante l’ambiguo comportamento di Carmine Crocco, comandante della più forte banda lucana, il generale riesce a imporre la sua autorità e organizza un forte schieramento partigiano, guidato da ufficiali legittimisti e da capi locali. Nei primi giorni di novembre gli armati, inquadrati in alcuni battaglioni di fanteria, tre squadroni di cavalleria e un reparto di gendarmeria, discendono improvvisamente dal massiccio boscoso del Vulture e danno inizio alla più memorabile avventura del brigantaggio postunitario. Le file degli insorgenti si ingrossano con rapidità grazie all’apporto della popolazione e per circa un mese la Basilicata è nelle mani dei partigiani, che restaurano le vecchie municipalità. José Bojres decide di dare l’assalto alla città capoluogo, Potenza, ma sorge un contrasto insanabile con Carmine Crocco. La conquista di Potenza consentirebbe la costituzione di un governo nazionale sul suolo patrio e potrebbe rappresentare l’inizio dell’insurrezione generale, preludio della guerra di secessione auspicata dalla maggior parte della popolazione. Tuttavia, una guerra condotta da un esercito regolare, segnerebbe la fine del regno di Carmine Crocco e il suo rientro nella vita quotidiana. Nel momento decisivo il capobanda decide di ritirare i suoi uomini e di porre fine alla vittoriosa operazione. José Bojres è costretto a prendere la via di Roma per consigliarsi con il re in esilio. Braccato dall’esercito nemico e dalla guardia nazionale, fra i rigori di una stagione inclemente, risale la penisola fino alla frontiera pontificia ma, sorpreso all’ultima tappa da un drappello di bersaglieri, è fucilato con diciassette compagni presso Tagliacozzo. In quei giorni, un altro generale carlista, il catalano Rafael Tristany, assume il comando delle bande operanti sui monti che dividono gli Abruzzi dallo Stato pontificio, in sostituzione del conte di Kalckreuth e del marchese de Namour, catturati e fucilati dagli italiani. Rafael Tristany lavora instancabilmente per riorganizzare le truppe, ma la feroce repressione condotta dall’esercito sabaudo fa terra bruciata intorno alle sue truppe. Nella primavera del 1863, dopo un anno di scaramucce poco incisive, è lanciata una grande offensiva concentrica, da tempo nei piani dei legittimisti, ma si esaurisce rapidamente; nel mese di giugno, Rafael Tristany è arrestato a Roma da soldati francesi (33). La fucilazione di José Bojres prima e l’arresto di Rafael Tristany poi, insieme con le menzionate difficoltà, causano una caduta dell’impegno politico, il quale, pure non spegnendosi, non raggiunse più i livelli iniziali. La resistenza, tuttavia, prosegue in vaste zone del reame, segno visibile della diffusa e persistente ostilità popolare nei confronti della Rivoluzione, e assume sempre più i caratteri della guerriglia: l’epicentro si sposta dai centri abitati alle campagne, ai boschi, alle montagne e la lotta si frammenta in una miriade di episodi. Nell’agosto del 1863, il Parlamento approva la legge Pica, detta così dal nome del proponente, che istituzionalizza la repressione. Con il sistema generalizzato degli arresti in massa e delle esecuzioni sommarie, con la distruzione di casolari e di masserie, con il divieto di portare viveri e bestiame fuori dai paesi, con la persecuzione indiscriminata dei civili, si vuole colpire "nel mucchio", per disgregare con il terrore una resistenza che riannodava continuamente le fila. Per la prima volta viene introdotto nel diritto pubblico italiano l’istituto del domicilio coatto, sul modello delle deportazioni bonapartistiche, che risulta particolarmente odioso per la sua arbitrarietà. La moltiplicazione dei premi e delle taglie crea una "industria" della delazione, che è una ulteriore macchia indelebile nella repressione e ispira amare riflessioni sulla proclamata volontà moralizzatrice dei governi unitari nei confronti delle popolazioni meridionali. Cure particolari sono dedicate alla guerra psicologica, condotta su larga scala mediante bandi, proclami e, soprattutto, servizi giornalistici e fotografici. Le immagini dei combattenti, raffigurati in atteggiamento truce e con una fisionomia "inselvatichita", o miseramente allineati per terra, nudi e crivellati di pallottole, sono utilizzate come forza deterrente contro la popolazione o per segnalare in maniera apologetica la vittoria degli unitari e rappresentano i primi esempi di una moderna "informazione deformante". In questo modo è distrutto il cosiddetto "manutengolismo", cioè quel vasto movimento di sostegno e di fiancheggiamento alla guerriglia, che rappresentò un fenomeno così ampio e articolato socialmente da non poter essere stroncato con il solo ricorso alla legislazione penale, anche se eccezionale. Nell’estate del 1863 è costituita un’unica zona militare, il cui comando è affidato al generale Emilio Pallavicini, conte di Priola, che attua la tattica della "persecuzione" incessante delle bande, mobilita la guardia nazionale, impone e ottiene la collaborazione delle autorità civili. L’offensiva contro il grande brigantaggio si articola in quattro fasi serrate, dall’autunno del 1863 all’autunno del 1864, al termine delle quali le grandi bande a cavallo sono distrutte e i migliori comandanti sono uccisi o imprigionati. Nonostante la sanguinosa repressione, la lotta armata conserva in numerose province il carattere policentrico e la virulenza dei primi anni; anzi, fra il 1866 e il 1868, mostra una generale recrudescenza. Tuttavia, l’estinzione del focolaio lucano, che disarticola i collegamenti della guerriglia, la falcidie dei capi locali e l’affievolirsi della speranza in una soluzione favorevole determinano una stanchezza generale. Nel 1866, Francesco II si rifiuta di incitare alla sollevazione il Mezzogiorno mentre l’esercito italiano combatteva nel Veneto contro l’impero austriaco. Consapevole della necessità di un appoggio esterno, che nessuna potenza europea sembrava disposta a offrirgli, il re vuole evitare che si ripetano le atrocità con cui erano state soffocate le insurrezioni precedenti. L’anno seguente, il sovrano scioglie il governo borbonico in esilio. Nel gennaio 1870, il governo italiano sopprime le zone militari nelle province meridionali, sancendo così la fine ufficiale del brigantaggio. La resistenza non è ancora terminata, ma è venuto meno qualsiasi carattere di azione collettiva, si è affievolito l’appoggio popolare e la guerriglia degenera spesso in banditismo. Quando le bellicose energie sono esaurite, la secessione si manifesta più pacificamente, ma non meno drammaticamente, nella grandiosa emigrazione transoceanica della nazione "napoletana", che coinvolse alcuni milioni di persone. Gli ultimi combattenti si aggregano alle formazioni carliste, tornate in Spagna dopo l’abdicazione di don Juan e la successione del dinamico Carlos VII. Il numero dei napoletani è molto limitato, ma la loro presenza ha un significato emblematico: sotto la bandiera del legittimismo, carlisti spagnoli e borbonici napoletani combattono ancora contro i Savoia, sul trono spagnolo dal 1870, e contro la Rivoluzione. La resistenza antiunitaria non riuscì a ripetere il successo dell’armata della Santa Fede. In primo luogo, era mutata la situazione internazionale. Il fronte conservatore e la Santa Alleanza si erano dissolti con la guerra di Crimea: l’Inghilterra aveva sposato la causa rivoluzionaria e trascinato dietro di sé la Francia di Napoleone III, isolando l’impero austriaco. Anche i Borboni di Spagna fecero poco per aiutare il ramo dinastico napoletano, a causa della politica di compromesso seguita dal governo della Unión Liberal e per l’impossibilità di concertare un’azione comune con la Francia o con l’Austria, ambigua l’una, incerta e rinunciataria l’altra. In secondo luogo, gli insorgenti del 1799 combatterono contro un esercito impegnato su molteplici fronti e schierato sulla difensiva, mentre i combattenti del 1860-1870 si scontrarono frontalmente con lo Stato unitario, di cui non conoscevano i meccanismi e che potè concentrare per alcuni anni forze imponenti nel Mezzogiorno. L’esercito sabaudo non riuscì per lungo tempo a venire a capo della ostinata guerriglia condotta da un numero inferiore ed estremamente fluttuante di armati, ma la proclamazione dello stato d’assedio, la legislazione eccezionale, le atrocità, le stragi indiscriminate, il terrore, il tradimento prezzolato stroncarono la volontà di resistenza della popolazione. Infine, la reazione popolare, spontanea e generale, non fu autonoma, perché quasi ovunque mancò la guida di una classe dirigente valida e ben determinata. "Non ci fu un cardinale Ruffo", era scritto su uno dei pannelli della mostra napoletana sul brigantaggio, a conferma dell’assenza determinante di elementi locali dotati della tempra e dell’acume di colui che fu artefice della vittoria della Santa Fede.

 

NOTE

(1) Salvatore Battaglia, Grande Dizionario della Lingua italiana, Unione Tipografico-Editrice Torinese, Torino 1962, vol. II, voce Brigantaggio, p. 375.

(2) Ibid., voce Brigante, p. 376.

(3) Manlio Cortelazzo e Paolo Zolli, Dizionario etimologico della lingua italiana, Zanichelli, Bologna 1979, vol. I, voce brigànte, p. 166.

(4) Trésor de la langue française. Dictionnaire de la langue du XIX et du XX siècle (1789-1960) publié sous la direction de Paul IMBS, Éditions du Centre National de la Recherche Scientifique, Parigi 1975, vol. IV, voce Brigand, p. 958.

(5) M. Cortelazzo e P. Zolli, op. cit., p. 166.

(6) Alfonso Scirocco, Briganti e potere nell’Ottocento in Italia: i modi della repressione, in Archivio storico per la Calabria e la Lucania, anno XLVIII, 1981, p. 81.

(7) Giuseppe Galasso, Intervista sulla storia di Napoli, a cura di Percy Allum, Laterza, Bari 1978, p. 131.

(8) Il Mezzogiorno esce da due secoli di dominazione spagnola in condizioni ben lontane da quella immagine di miseria e di degrado che viene comunemente offerta. Fondamentale per la conoscenza della Napoli spagnola è ancora l’opera di Francisco Elías de Tejada y Spínola, Napoles Hispanico, 5 voll., Montejurra, Madrid e Siviglia, 1958-1964.

(9) Rosario Villari, Mezzogiorno e contadini nell’età moderna, Laterza, Bari 1977, p. 137.

(10) Marco Tangheroni, Prefazione a Francesco Mario Agnoli, Andreas Hofer, eroe cristiano, Res Editrice, Milano 1979, p. 8.

(11) Benedetto Croce, Storia del regno di Napoli, Laterza, Bari 1980, p. 200.

(12) Niccolò Rodolico, Il Popolo agli inizi del Risorgimento nell’Italia meridionale. 1798-1801, Le Monnier, Firenze 1926, p. XIII.

(13) Cfr. il mio 1799: la crociata della Santa Fede, in Quaderni di "Cristianità", anno I, n. 3, inverno 1985, pp. 34-50.

(14) Giovanni Cantoni, L’Italia tra Rivoluzione e Contro-Rivoluzione, saggio introduttivo a Plinio Corrêa de Oliveira, Rivoluzione e Contro-Rivoluzione, 3a ed. accresciuta, Cristianità, Piacenza 1977, p. 13.

(15) "Era un termine questo nuovo nella lingua napoletana e lo aveva sempre ignorato il legislatore: a Napoli erano sempre stati indicati come banditi o fuorbanditi i fuori legge datisi alla campagna e come proditores, distinti dai primi, i ribelli scesi in armi contro il potere costituito" (Tommaso Pedio, L’insurrezione antifrancese in Basilicata nel 1806, in Archivio Storico Italiano, anno CXL, 1982, n. 514, disp. IV, p. 604).

(16) G. Cantoni, op. cit., p. 14.

(17) Sergio Riccio, L’opinione pubblica, in Brigantaggio lealismo repressione nel Mezzogiorno. 1860-1870, Gaetano Macchiaroli, Napoli 1984, p. 73.

(18) Cfr. Francesco Saverio Nitti, Il brigantaggio durante il regime borbonico, in Idem, Gli scritti sulla questione meridionale. Saggi sulla storia del Mezzogiorno, emigrazione e lavoro, a cura di Armando Saitta, Edizione Nazionale delle opere di Francesco Saverio Nitti, Laterza, Bari 1958, vol. I, pp. 41 ss.

(19) Giustino Fortunato, Lettera a Nello Rosselli, del 4-4-1927, in Idem, Carteggio. 1926-1932, Laterza, Bari 1980, pp. 14 ss.

(20) Gino Doria, Per la storia del brigantaggio nelle province meridionali, in Archivio Storico per le Province Napoletane, nuova serie, anno XVII (1931), p. 388.

(21) Cfr. B. Croce, Il romanticismo legittimistico e la caduta del regno di Napoli, in Idem, Uomini e cose della vecchia Italia, serie seconda, Laterza, Bari 1927, pp. 307-339.

(22) G. Galasso, Unificazione italiana e tradizione meridionale nel brigantaggio del Sud, in Archivio Storico per le Provincie Napoletane, terza serie, anno XXII (1983), p. 15.

(23) Franco Molfese, Storia del brigantaggio dopo l’Unità, Feltrinelli, Milano 1979, p. 342.

(24) Idem, Lo Stato unitario e il suo difficile debutto, in Storia della società italiana, vol. XVIII, Teti, Milano 1981, p. 94.

(25) Ibidem.

(26) Tommaso Pedio, Reazione e brigantaggio in Basilicata, in Archivio Storico per le Province Napoletane, terza serie, anno XXII (1983), p. 275.

(27) "Sarebbe un’impresa assai ardua tentare una classificazione, sia pure sommaria, degli innumerevoli libri, opuscoli e libelli reazionari ed antiunitari che inondarono l’Italia nel decennio 1860-70" (Luisa Gasparini, Il pensiero politico antiunitario a Napoli dopo la Spedizione dei Mille. La Biblioteca politica di Francesco II, Società Tipografica Modenese, Modena 1953, p. 23).

(28) Cfr. il testo del pannello, in Brigantaggio lealismo repressione nel Mezzogiorno. 1860-1870, cit., p. 127; della mostra ho fatto stato nel mio "Brigantaggio lealismo repressione nel Mezzogiorno. 1860-1870", in Cristianità, anno XIII, n. 117, gennaio 1985. In tema di lealismo, cfr. G. Cantoni, Lealismo e rivoluzione: Ideali contrapposti, in La Fedelissima Città di Gaeta nel Tramonto delle Due Sicilie. Convegno tradizionalista. 14 e 15 Febbraio 1992. Atti, Gaeta (Latina) 1993, pp. 55-60.

(29) "E così, lungo il corso dell’800, si assistè a continue sollevazioni popolari, delle quali il significato politico più generale fu senza dubbio reazionario, specie nel ’60, ma tutte, direttamente o quasi, originate da cause demaniali" (Gaetano Cingari, Giustino Fortunato e il Mezzogiorno, Parenti, Firenze 1954, pp. 95-96).

(30) Carlo Tullio Altan, Il brigantaggio post-unitario. Lotta di classe o conflitto di civiltà?, in AA.VV., Italia moderna. Immagini e storia di un’identità nazionale, vol. I, Banca Nazionale del Lavoro, Milano 1982, pp. 99-117.

(31) G. Cantoni, op. cit., p. 16.

(32) Giuseppe Oreglia di Santo Stefano S.J., Sopra la nota del Barone Ricasoli del 24 agosto 1861, in La Civiltà Cattolica, serie IV, vol. XI, 6-9-1861, pp. 686 e 691-692.

(33) Non va trascurato il ruolo repressivo nei confronti della guerriglia legittimistica svolto dal corpo di spedizione francese a Roma, nonostante le accuse di connivenza lanciate con frequenza dalla stampa italiana.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

IL BRIGANTAGGIO

AUTORI VARI

da: "DIARIO D'ITALIA due secoli di storia giorno per giorno" IL GIORNALE, 1994

La grande insorgenza sociale che ebbe luogo fra il 1861 e il 1865, comunemente nota con la definizione di brigantaggio, affondava le sue radici in territori dove il banditismo individuale e la formazione di bande brigantesche avevano un carattere endemico. L'esistenza di un esercito di braccianti senza terra e l'esosità dei patti agrari portavano nei periodi di crisi economica e politica alla recrudescenza del fenomeno. La leva obbligatoria e gli inasprimenti fiscali aggravarono dopo il 1861 la crisi del Meridione, provocando una disperata guerriglia dei contadini contro il governo e i proprietari terrieri. Il dissolvimento dell'esercito borbonico (almeno 10.000 renitenti alla leva si dettero alla macchia) e il tentativo di Francesco II di Borbone di sfruttare il malcontento per orientarlo verso un progetto di restaurazione del Regno delle Due Sicilie, contribuirono nel 1861 a trasformare il brigantaggio in una vera guerra civile. La prima grande rivolta armata scoppiò in Basilicata nell'aprile del 1861 e si estese nell'estate all'Irpinia, al Sannio, al Molise, all'Abruzzo, alla Puglia e alla Capitanata. La repressione condotta dal generale Cialdini nell'estate del 1861 riuscì in parte a domare la rivolta, ma nell'autunno l'insorgenza si estese a quasi tutto il Meridione continentale. Centinaia di bande, condotte per lo più da ex soldati borbonici, terrorizzarono per alcuni anni con saccheggi e omicidi intere province. Ogni giorno pervenivano al comando militare di Napoli da 60 a 100 rapporti su fatti di brigantaggio. Lo Stato intervenne in forma puramente repressiva: nel 1861 i soldati impiegati al Sud salirono da 15.000 a 50.000; nel febbraio 1864 erano addirittura 116.000. Nella sola Basilicata dal 1861 al 1863 vi furono 1038 fucilati, 2413 uccisi negli scontri e 2768 arrestati. Una vasta ed efficace offensiva venne condotta fra il 1863 e il 1864, quando dopo l'approvazione delle leggi speciali contro il brigantaggio si celebrarono 3600 processi, con oltre 10.000 imputati. Secondo le autorità militari, fra il 1861 e il 1865 furono uccisi in combattimento o fucilati 5212 briganti, oltre 5000 furono arrestati e circa 3600 si costituirono.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

PARLIAMO MALE DI GARIBALDI

di LUDOVICO GRECO

da: "PIEMONTISI, BRIGANTI E MACCARONI" Guida editore, Napoli, 1975

Solo da poco il Regno di Napoli e delle Due Sicilie è stato conquistato dal Piemonte. La spedizione dei Mille di Garibaldi ha compiuto l'unità d'Italia. Il Re di Napoli, Francesco II di Borbone, è fuggito prima a Gaeta, poi a Roma dove il Papa (Pio IX) lo ha ospitato a Palazzo Farnese e dove il Sovrano in esilio mantiene stretti contatti con i suoi partigiani, ancora innumerevoli nelle terre occupate e ancora non rassegnati alla sconfitta. L'arrivo dei piemontesi, che molti, anche delle classi popolari, avevano sperato come l'inizio di una più fortunata e civile condizione, ha gettato l'ex regno nella crisi e nel disordine. Soprattutto vivo il disagio nella classe rurale, l'immensa folla contadina che popola i campi e i boschi del Mezzogiorno. La spedizione garibaldina era stata accolta come uno sperato fatto rivoluzionario. Ma la sperata rivoluzione era diventata invece reazione. Dovunque quelli che avevano occupato le terre demaniali erano stati obbligati a restituirle e avevano subito pesanti castighi. Già il pregiudizio sociale che sempre era stato vivo (e lo è in parte tuttora) tra il Nord e il Sud d'Italia aveva portato a una tensione di rapporti tra i nuovi arrivati e gli abitanti dell'ex regno. Per i settentrionali, di carattere freddo e metodico, i più estemporanei e vivaci fratelli del sud erano dei buoni a nulla, dei fannulloni. Di qui incomprensioni, odii, rancori acuiti dalla grave crisi economica che, a seguito dell'Unità, aveva colpito il Mezzogiorno. Le popolazioni meridionali, che avevano entusiasticamente accolto Garibaldi e i suoi Mille, ed ai quali avevano facilitato la marcia da Palermo a Napoli, riscontravano ora le molte illusioni. Le parole e le promesse del Condottiero delle camicie rosse avevano annunciato una nuova giustizia sociale. Si può quindi immaginare l'amara e profonda delusione che provocarono i primi atti del nuovo governo piemontese. Attraverso le prime manifestazioni e i decreti della Luogotenenza i piemontesi apparvero agli occhi sbigottiti delle popolazioni meridionali come conquistatori e sfruttatori. Fra le tante ecco alcune imposizioni del nuovo governo.

- Istituita la coscrizione obbligatoria, alla quale la più gran parte della gioventù non aderì (nelle sole provincie napoletane su 70.000 chiamati alle armi, se ne presentarono solo 20.000).

- Aboliti i dazi doganali, con i quali il governo borbonico proteggeva le industrie e l'artigianato del Regno, inevitabile conseguenza dell'unione fatta con l'altra parte d'Italia. Ma il provvedimento, in quel momento intempestivo e non graduato nel tempo, aumentò la crisi nella quale era piombato il Mezzogiorno. I prezzi migliori del più modernamente industrializzato Nord, esercitarono una spietata concorrenza e travolsero in breve le attività del Sud, portando disoccupazione e miseria. Come ad esempio nell'artigianato della tessitura dove erano impegnate circa 350.000 operaie.

- Tassato anche il popolo, che invece sotto i Borboni non pagava tasse, o in minima parte.

- Aumentato il prezzo del sale e dei tabacchi.

- Ristabilita ed aumentata la tassa sul macinato che Garibaldi aveva abolito.

- Vendute le rendite pubbliche.

- Trasferite al Nord le riserve auree del Banco di Napoli e degli altri massimi Istituti di credito.

- Chiusura ed eliminazione della gran maggioranza dei conventi.

- Vendita all'asta dei beni della Chiesa. (Vi si arricchirono i furbi che ostentavano fedeltà e devozione ai nuovi governanti, veri e propri carpetbaggers, speculatori pronti a tutti gli affari e a tutti i guadagni). Questo, e lo stato di soggezione in cui furono confinati vescovi e sacerdoti (taluni arrestati e deportati perché sospetti al nuovo governo) costituirono una aperta offesa al sentimento naturalmente cattolico delle masse del Sud.

- Fatta una spietata epurazione nei pubblici uffici, dove furono immessi oltre ai patrioti fuoriusciti, soprattutto elementi piemontesi. Perfino in un brefotrofio, licenziate le balie locali, furono assunte alcune balie spedite da Torino.

Ecco, appena accennati, i motivi di un malcontento che infine sarebbe sfociato in aperta ribellione su temi populisti e giustizialisti. Nei quali la cosidetta "reazione" borbonica, salvo che per taluni, sarebbe stata soltanto una etichetta di comodo, sussistendo infatti motivi e cause di più diretto e profondo interesse sociale. Dal 1861 all 1865 il Mezzogiorno fu, in verità, teatro di una vera e propria guerra civile, combattuta con scontri armati tra le due parti e che ebbe più vittime di quanto non ne avessero avute tutte insieme le guerre dell'indipendenza italiana ………. A questa "guerra meridionale" parteciparono - pertanto - soprattutto le masse contadine, quelle che più avevano sofferto dal nuovo stato, quelle che più avevano marcato la delusione di vedere respinta la loro realtà dalle nuove strutture. Il "brigantaggio", come sbrigativamente fu classificata la rivolta contadina, provocò la repressione militare: questa fu sanguinosa e crudele. Villaggi dati alle fiamme, esecuzioni sommarie, arresti in massa di civili, veri o presunti "favoreggiatori di briganti". Per cinque anni, a partire dal 1861, il Mezzogiorno fu teatro di questa guerra civile, condotta con spietata ferocia da ambo le parti. Fucilati, impiccati, arrestati, deportati. Gli stessi Bandi dei Comandi Militari sono significativamente simili a quelli tristemente noti dei nazisti nell'Italia occupata ……… Su questi avvenimenti è stato sempre steso un velo. A differenza di quanto è successo invece, già a pochi anni di distanza dagli avvenimenti, negli Stati Uniti. Dove la stampa prima e il cinematografo dopo e dopo ancora la TV, hanno trattato con aperta denuncia le guerre indiane (vedi "Soldato blu" e il più recente "Il piccolo grande uomo" [si aggiunga anche "Balla coi lupi"]), la guerra di secessione e il marasma e la crisi che avevano seguito la resa del Sud. Finora il Risorgimento meridionale è stato trattato in maniera convenzionale e agiografica: da una parte i buoni, dall'altra i cattivi. Solo da pochi anni una storiografia più avvertita dei fenomeni sociali che hanno accompagnato la nascita della Nazione (fenomeni, taluni, ancora vivi e non risolti del tutto) ha cercato di far luce su questo tormentato periodo della vita italiana. Si tratta comunque di studi e di lavori che non sono andati oltre un ristretto cerchio di studiosi e di intellettuali. Le comunicazioni di massa non hanno trattato questo argomento o l'hanno trattato lo hanno fatto secondo gli schemi tradizionali (es. W l'Italia di Rossellini, 1860 di Blasetti ecc. ecc.) ricalcando il consueto clichè oleografico che abbiamo citato più sopra. Ma chi erano questi "briganti"? Contadini affamati e in rivolta? Oppure delinquenti, grassatori, rubatori di strada maestra? O piuttosto rivoluzionari e "guerriglieri", esponenti di un banditismo sociale che, in ogni parte del mondo, ha avuto i suoi protagonisti ed eroi, come Lampiao nelle pianure del Nordeste brasiliano, come Robin Hood nelle foreste di Sherwood? O combattenti di una guerra sociale, per la terra e per il pane? - Gesu' le brigande! Nei paesi del Mezzogiorno, soprattutto in quelli dove è la parte più povera e spoglia, il grido di allarme risuona ancora memorie ancestrali. I vecchi ricordano di aver sentito, dai loro vecchi, storie e racconti di briganti: un folk song in prosa (disadatta e vernacola prosa di villaggio) di Robin Hood delle foreste. Della Sila, e dell'Aspromonte o di Lagopesole. Qui, nel bosco, stette, con il suo quartier generale, il capobanda Carmine Donatelli Crocco, generale di S.M. Francesco II, Re delle Due Sicilie. Qui progettò, con lui, i piani per la conquista di Stigliano e Potenza, l'infelice Borjes…….. E proprio in Lucania, dove i briganti sono stati più di casa, il ricordo è ancora vivo. E poiché la emozione popolare è, alle volte, più sagace intenditrice dei fenomeni di carattere sociale che non la storia trascritta nei testi, il brigantaggio post unitario viene là ricordato come una epopea contadina. Si ricordi quanto - anche se brevemente - ne scrisse Carlo Levi nel suo "Cristo s'è fermato ad Eboli". Ed era legato, infatti, - il brigantaggio - alla fame di terra che aveva sempre travagliato la classe rurale del Mezzogiorno. Da servi della gleba a cafoni, pur nello scorrere dei secoli, le plebi meridionali cercavano un punto di appoggio sociale che l'establishment di allora gli aveva sempre rifiutato. Il brigantaggio, nelle sue varie successive manifestazioni, nasceva da precise condizioni e limiti imposti dal sistema sociale e non, come molta letteratura agiografica del nuovo stato unitario ha voluto far credere, da generici, bestiali impulsi delinquenziali. Ed è chiaro perché di volta in volta assumesse etichetta (più che impegno) di politica. In effetti la restaurazione del vecchio regime risvegliava la speranza (che d'altronde si rivelò già una volta - con la Santa Fede - utopistica) di rovesciare il rapporto tra servi e padroni, con un rilancio dei "tradizionali valori di sovranità, religiosità, e giustizia". Il Cardinale Ruffo, prima, e il Principe di Scilla sessant'anni dopo, seppero sfruttare questo esercito di reietti che popolava i campi e i boschi delle estreme propaggini della penisola. Già la Santa Fede più che le truppe regolari ebbe le "masse" dei briganti. Accanto a Pane di Grano, noto e feroce capobanda, si affiancarono tutti gli altri capi delle bande, come Mammone. (Il cui nome viene ancora invocato a spavento dei bambini discoli). Nel 1861 furono i figli e i nipoti di quegli stessi che avevano combattuto in Calabria, Lucania, al Ponte della Maddalena; contro la Repubblica e contro i francesi, a riprendere le armi. Ancora una volta era dimostrato che le masse, più che agli intellettuali e ai filosofi, obbediscono alle sollecitazioni di natura socioeconomica - (Spetta naturalmente a intellettuali e filosofi anticiparne o giustificarne eticamente i motivi, ma questo è un altro discorso). Poiché nell'Italia immediatamente post-unitaria la spedizione garibaldina era stata accolta, ripetiamo, come uno sperato fatto rivoluzionario: la rivincita dei "cafoni" sulle "giamberghe", dei poveri contro i ricchi, dei pezzenti e dei diseredati contro la classe dei "padroni". Non per nulla a Bronte, appena giunta la notizia dello sbarco di Marsala, i contadini avevano assalito le case dei "galantuomini" e avevano dato fuoco ai naturali strumenti dell'antico nemico: il Municipio e l'ufficio delle tasse. Né schierati sul sagrato riuscivano ad intendere perché Bixio avesse messo in fila, con fucili puntati, i suoi militi in camicia rossa e li facesse fucilare. La sperata rivoluzione diventava reazione, quindi. Ed ecco nascere allora un nuovo fatto rivoluzionario (il brigantaggio) pur se destinato a classificarsi come movimento di carattere reazionario. Il governo piemontese, sull'esempio di Bixio, si mostrò ugualmente spietato. Il numero dei fucilati sommariamente - e cioè senza giudizio o prove di colpevolezza - fu secondo taluni autori contemporanei - di almeno ventimila. E che la repressione fosse senza quartiere è dimostrato anche dal numero di detenuti che affollavano le galere dell'ex Regno. Citiamo da una rara pubblicazione dell'epoca ("Colpo d'occhio su le condizioni del Reame delle Due Sicilie nel corso dell'anno 1862" senza data e senza luogo di pubblicazione) come "fin dal 1861 si trovavano incarcerati in tutte le prigioni del Regno di Napoli 47.700 individui e che in tale periodo annuale ne erano stati fucilati 15.665". Nella stessa pubblicazione è contenuto un lungo e minuzioso elenco: i nomi delle vittime e le circostanze della loro morte. - Sono i "briganti" o presunti tali e presunti "manutengoli" fucilati sommariamente dalle truppe piemontesi. Un racconto agghiacciante che richiama alla memoria gli episodi della recente Resistenza italiana. Né i piemontesi si mostrarono da meno che i nazisti nell'Italia occupata. I bandi di Cialdini, di Fumel, dei vari Comandanti militari, Governatori e Prefetti immancabilmente si chiudevano con l'annuncio di condanne a morte e fucilazioni sommarie. Né Marzabotto è stata inventata dalle SS germaniche. Non furono pochi i villaggi degli Abruzzi e della Basilicata, due regioni fieramente legittimiste, dati alle fiamme perché sospetti di connivenza con i briganti. E più di una volta - secondo l'anonimo autore del "Colpo d'occhio" - degli innocenti contadini sono condotti al supplizio perché "è indispensabile fucilare qualcuno per dare l'esempio". Gli stessi giornali piemontesi furono costretti, in più di una occasione, a mettere l'accento su "gli arbitri dell'autorità militare nel reggere le sorti delle provincie napolitane". Cosi' scrive la Stampa di Torino. E aggiunge: - "Il militare non intende altro codice che il suo, e non gli entra in capo che fuori di questo vi sieno altri codici del pari sacri, e di maggior rilievo per gli interessi sociali. Se gli si dice che Tizio è un birbante, perché starci tanto a pensar sopra? ei vi risponde. Fucilatelo su, e l'avrete levato di mezzo!!" Il giornale prosegue poi lamentando che sarebbe inutile una denuncia di tali fatti nel Parlamento "Parte per carità di Patria"; " parte perché è una vana cosa il dirlo " (Il corsivo è nel giornale - n.d.a.). Non desti meraviglia l'atteggiamento del giornale torinese. I giornali moderati settentrionali (in particolare la milanese "Perseveranza") insistevano sulla necessità di venire incontro alle esigenze della plebe contadina meridionale. Gran parte della stampa moderata si era spinta fino a chiedere che i proprietari meridionali rinunciassero al tradizionale egoismo e compissero il sacrificio di introdurre la mezzadria. A queste proposte reagiva, peraltro, la stessa stampa dei moderati napoletani, portavoce della borghesia agraria del Mezzogiorno! I moderati napoletani sottolineavano il disagio dei "galantuomini", danneggiati dal brigantaggio e eccessivamente oberati di tasse e sostenevano la necessità di una dura repressione militare. Impostazione che poteva forse giudicarsi propria da parte di una categoria colpita nella sua sicurezza e nei suoi interessi dalla guerra civile ma che sembra, invece, particolarmente incongrua se riferita all'atteggiamento dei giornali "democratici" del Settentrione che, almeno istituzionalmente, avrebbero dovuto essere "progressisti". Questi - ha notato acutamente Alfonso Scirocco nella sua relazione al Convegno sul brigantaggio meridionale che si è tenuta recentemente a Pietragalla, in Lucania - videro, della guerra che insanguinava il Mezzogiorno, soprattutto l'aspetto politico (e cioè la "reazione" al nuovo stato unitario) dimenticando le cause sociali alla base del malcontento e della ribellione nelle campagne. Ma la sede più autentica perché qualcuno si facesse eco - nonostante l'accorato rilievo de La Stampa - dei lutti e della pena del Mezzogiorno non poteva non essere il Parlamento Nazionale e, anche se inascoltate, non furono poche le voci di deputati meridionali che si levarono a protesta e denuncia, tra le quali vanno ricordate quelle di Crispi, De Cesare, Ricciardi, Nicotera ….. La mancata risoluzione della questione demaniale e il bando della leva (dicembre 1860) con cui si richamavano alle armi tutti i soldati del disciolto esercito borbonico (il bando che sottraeva il sostegno alle famiglie nel momento della più acuta crisi economica) sono i primi motivi della protesta contadina. Molti dei richiamati sono renitenti alla leva, e corrono a raggiungere le bande armate che già operano nel Mezzogiorno. Il decreto che colpisce il clero, e che urta contro il generale sentimento cattolico, fornisce una nuova massa di ascoltati predicatori antibenevoli. I nostalgici dell'antico regime, gli impiegati destituiti. - scrive Tommaso Pedio - il clero, i vescovi, fautori del governo temporale si rivolgono al popolo contadino per opporsi al nuovo ordine politico. "E gli oppressi ascoltano questa voce, credono di poter conseguire un miglioramento materiale e, dimentichi di quella che era stata la loro esistenza prima del 1860, si illudono che una eventuale restaurazione borbonica possa loro arrecare vantaggi e benefici. Intorno ad una speranza e ad una illusione che concretizza tutte le loro aspirazioni, i paria si cercano e si uniscono non con il diretto e unico scopo di delinquere, ma soltanto per protestare, per ribellarsi al potere costituito, animati dalla illusione di potere, in tal modo, migliorare le condizioni di vita cui sono costretti, sfuggire alla miseria, al servaggio, alla prepotenza ed al sopruso, salvare la propria esistenza e vendicare i torti subiti che la giustizia dello Stato lascia impuniti". Ecco nascere quindi e irrobustirsi, via via che la repressione piemontese si fa' più sanguinosa. e acre, sempre nuove e più agguerrite bande di briganti, veri e propri "guerriglieri" cui non mancarono (almeno in taluni) capacità militari e genialità di invenzione nella tattica della guerra partigiana. Il metodo del terrore, infatti, non diede buoni frutti, nota il Molfese. I più animosi tra i "cafoni" meridionali, convinti di battersi per una causa legittima, per il re che ancora resisteva in Gaeta; istigati dai notabili e dal clero borbonici, che assicuravano una prossima restaurazione e onori e ricchezze per tutti; mossi da un confuso sentimento di "piccola nazionalità" che li chiamava a respingere l'invasore piemontese; anelanti alla vendetta dei torti antichi e recenti inflitti loro dai "galantuomini", anziché rimanere disorientati dai crudeli colpi degli incendi dei villaggi, delle fucilazioni e delle carcerazioni in massa, nell'inverno 1860-1861 fuggivano dai centri abitati e dai villaggi, si "davano alla campagna", sui monti e nei boschi, raggiungevano le bande dei "briganti" già esistenti. Fu una vera e propria ribellione, una rivolta contadina, che accese e incendiò tutto il Mezzogiorno, dagli Abruzzi alla Calabria e che impegnò in una vera e propria guerra guerreggiata un corpo di esercito di più che centoventimila uomini. Che impegnò dall'altra parte una armata rurale, fatta di contadini affamati, di soldati sbandati dell'ex esercito borbonico, senza più occupazione e senza più soldo, cui parteciparono intere popolazioni destinate a subire (da parte degli opposti avversari) incendii, saccheggi, vessazioni, dolore e morte, una epopea contadina che sbrigativamente, dalla parte vincitrice, fu classificata, come si è detto più sopra, brigantaggio e cioè mettendo in vista gli aspetti più esteriori della sua azione e sottacendo i motivi di ordine storico e sociale che presiedettero alla sua nascita e al suo divenire. Tra i capi della rivolta il più di spicco, il più romantico nella sua dimensione rivoluzionaria, il generale contadino Carmine Crocco. Questo Pancho Villa della Basilicata (allora, più ancora che oggi, la più desolata e povera regione d'Italia) combatté una vera e propria guerra di liberazione, forse senza saperlo del tutto, ma oscuramente conscio dei motivi rivendicazionisti e populisti della sua azione. Singolari, anche se incerte, ammissioni al riguardo sono tracciate nella sua autobiografia, uno smilzo racconto che Crocco tracciò nelle carceri di Portolongone quando, caduto anni dopo nelle mani dei piemontesi, fu condannato all'ergastolo. Va notato infatti che la rivolta contadina nasceva e fruttificava nelle cerchie municipali, all'ombra dei rispettivi campanili, senza disegno e prospettive unitarie, in definitiva senza metodo e coscienza di classe. L'unità, almeno nel metodo e sul piano militare, era stata tentata da Francesco. Il giovane Re, esule a Roma, non disperava di ripetere, dopo più che mezzo secolo, quanto era riuscito a Re Ferdinando allora che aveva convocato Don Fabrizio Ruffo, per rimettergli, con il mandato di Vicerè ed Alterego, l'incarico della riconquista del Regno. Francesco credeva di aver trovato il suo uomo in un ex cabecilla delle guerre carliste, il generale Borjes. Reclutato a Marsiglia dagli emissari del comitato borbonico era stato ricevuto alla Corte, in Palazzo Farnese, e di lì inviato, con pochi uomini e poco denaro, a Malta. A bordo di una "speronara" era passato in Calabria e poi, dopo una marcia avventurosa, in Lucania. Il suo compito: riunire le bande sparse della rivolta e formare un esercito regolare che compisse la riconquista del regno e la restaurazione. Borjes morì fucilato nel tentativo di raggiungere Roma e riferire a Francesco dell'inutilità dei suoi sforzi. Tra Crocco e lui infatti l'accordo non era stato possibile. Il background di Crocco era l'antica fame del suo popolo, quello di Borjes il legittimismo: un discorso impossibile. Lo sbarco in Calabria del generale era avvenuto la notte del 13 settembre 1861, sulla spiaggia di Brancaleone. Borjes sarà fucilato l'8 dicembre 1861, subito dopo la resa al maggiore dei bersaglieri Franchini e per ordine dello stesso maggiore. La frettolosa fucilazione del generale spagnolo è rimasta un mistero che ancora oggi non è stato svelato. Esistevano, infatti, istruzioni dell'allora Presidente del Consiglio, Ricasoli, perché egli fosse arrestato, per essere sottoposto a processo. Processo, scriveva Ricasoli al generale La Marmora, che avrebbe avuto "stupendo effetto per la pubblica rassicuranza". Un vero e proprio mistero storico che qualcuno ha voluto spiegare con l'esame della personalità stessa del Franchini. Di questo ufficiale piemontese è stato accertato che aveva fatto inesorabilmente fucilare un contadino abruzzese accusato di detenzione d'armi. Questo contadino lo aveva ospitato nella sua casa, gli aveva fornito cibo, assistenza quasi familiare. Pure Franchini non aveva esitato a ordinarne, egli stesso, la immediata fucilazione. Con Borjes Franchini giuoca il suo ruolo primario: è il rappresentante autentico dell'establishment, e insieme l'interprete della spietata repressione militare che tiene da parte i calcoli e le compromissioni dei politici. A Borjes riserverà un contegno altero e sprezzante: per Franchini l'ex cabecilla non è un generale, è soltanto un "brigante". E briganti e sospetti loro complici erano sommariamente fucilati. Il personaggio di Borjes (per la cui morte unanime fu lo sdegno degli ambienti legittimisti di tutta Europa), ha un rilievo nobile e patetico. La sua vicenda, pur durata l'arco di tre soli mesi, si svolge nel periodo più acuto del "brigantaggio politico". Un periodo caratterizzato da grandi scontri, come quello di Stigliano, che preoccupò non solo il comando militare ma lo stesso governo di Torino e che fece credere - a molte cancellerie d'Europa - che la rivolta, incanalata nel solco tracciato da Borjes, avrebbe anche potuto capovolgere le sorti dei nuovi territori annessi al Piemonte ……. Lo scontro tra Borjes e Crocco, e la fuga e la morte dello spagnuolo, impedirono che fosse conquistata Potenza. La città lucana sarebbe dovuta diventare la capitale della Italia dei Sud "liberata". Avrebbe dato, l'avvenimento, alle potenze europee legittimiste, come l'Austria e la Spagna, il pretesto di intervenire per essersi verificata l'attesa condizione di una situazione ormai favorevole ai Borboni. La stessa Francia che pur aveva appoggiato l'unificazione dell'Italia Settentrionale non era stata del tutto favorevole a un così inatteso e rapido congiungimento del Sud al territorio nazionale. Le sue truppe, infatti, a presidio degli Stati della Chiesa, ebbero un atteggiamento assai tollerante verso gli armati "reazionari" che ne attraversavano i confini con l'Italia meridionale. Il rapido e tumultuoso scioglimento dell'esercito garibaldino, le divergenze tra moderati e democratici, sui metodi e sugli sviluppi dell'unificazione, erano stati elementi a favore della "guerriglia" cui Francesco II, fin da Gaeta, aveva fornito organizzazione ed aiuti. Vittorio Emanuele II e Cavour, avevano compiuto, infatti, una scelta prioritaria: prima liquidare la dittatura garibaldina (con il suo esercito di parte) ancora parzialmente controllata dai democratici e poi rivolgersi contro Francesco II, il suo esercito regolare e le "bande reazionarie" che già avevano cominciato ad operare attivamente specie nelle provincie settentrionali del Regno. I timori di una rivoluzione "mazziniana" a Napoli e Palermo, i furori della parte democratica, i timori della anarchia, con i temuti sviluppi di repubblicanesimo e disordine sociale, rinviavano, per il momento, una azione militare più decisa. Quando, infine, "cassato" l'esercito garibaldino, ed eliminato il dualismo militare insieme con l'ormai fastidioso Garibaldi, partito per Caprera con la sola scorta di un sacchetto di sementi ("quasi novello Cincinnato" notava ironicamente il De Sivo) la direzione esclusiva della politica piemontese, che d'ora in poi converrà pur chiamare "nazionale", fu per lunghi anni esclusivamente nelle mani dei moderati, una vera e propria dittatura, sia pure larvata a mo' di una politica rigorosamente conservatrice nel campo politico e sociale. Di questa, obiettivo principale, e vittima fu il Mezzogiorno poiché, adottato il principio di una via repressiva di fronte all'insorgere dei tanti e cocenti problemi meridionali, non furono, adottati, né quantomeno previsti, provvedimenti riparatori di carattere sociale. Questo "vuoto" di attenzione e di impegno non poté non essere una componente importante nella nascita del "brigantaggio". Vi si aggiunga la durezza eccezionale, ed eccessiva, della repressione, non commisurata alla caratterizzazione di reato politico e spiegabile, almeno in un primo tempo, con l'intervento nella lotta armata, a fianco e più dei piemontesi, di guardie nazionali e corpi franchi di volontari, espressi dalla borghesia moderata agraria. Manifestazione di una lotta di classe esercitata dalla parte padronale, verso la massa contadina a contestare la sollevazione, ancorché primitiva e violenta, contro una secolare oppressione. Eguali sentimenti doveva adottare, subito dopo, e i motivi non sono così chiari, lo stesso esercito piemontese. Forse per l'odio e il settarismo di classe dei generali della aristocrazia sabauda verso i "cafoni" in rivolta. "La piu' grande canaglia dell'ultimo ceto" li qualifica il generale Solaroli. Una sprezzante definizione inspirata al più schietto pregiudizio sociale! L'aver lasciato spazio iniziale alla organizzazione partigiana fece si che questa si estendesse rapidamente dagli Abruzzi, la frontiera più vicina e meno controllata, anche per la tolleranza dei francesi, a tutto il Mezzogiorno continentale. (In Sicilia la "reazione" fu più sporadica e meno vistosa). Città anche di una certa importanza furono investite e messe a sacco dalle bande guerrigliere. I tre mesi della spedizione Borjes segnarono un notevole livello anche sul piano strettamente militare. Il 16 novembre 1861 (dopo una serie di successi) i reparti guerriglieri di Crocco e dell'ex cabecilla avrebbero dovuto investire Potenza. Il presidio disponeva di ben poche forze e già rassegnate alla sconfitta. Ma dopo una notte di timori, e spaventi, il paventato attacco non ebbe luogo. Anzi i guerriglieri furono visti levare il campo. Cosa era accaduto? Perché Borjes, con i suoi pochi fedeli, era stato circondato e disarmato dagli uomini di Crocco? E proprio alla vigilia di un successo, ormai scontato, che sarebbe stato politico oltre che militare? La realtà fu che, in quella notte, i capi della rivolta contadina, proprio a causa di quell'atteso e ormai imminente successo politico, che sarebbe stato di Francesco e della dinastia Borbone, intesero la profonda differenza tra la loro guerra e quella del monarca esule. E optarono per la loro! Cosi com'era, rivendicazionista e giustizialista, la loro guerra "sociale". Più che a Gaeta, di fronte alle sopraffazioni e alle cannonate di Cialdini, potremmo dire che fu sotto Potenza che Francesco perdette definitivamente il regno. Di converso la guerra contadina diventò più sincera, oseremmo dire "autentica". Le fucilate che spensero la vita di Borjes furono - secondo taluni autori - il segnale che attestò la fine del "brigantaggio politico". Il fenomeno, insomma, tolto il maggiore esponente degli interessi legittimisti, non sarebbe stato ormai che una manifestazione di delinquenza comune, di cieca rapina, da parte della "feccia" della plebe contadina. La suddivisione è convenzionale e arbitraria, nota a questo riguardo il Molfese. E in verità siamo anche noi del parere di questo studioso. E da parte nostra vorremmo aggiungere che, spogliato dei galloni e dei pennacchi legittimisti, il brigantaggio marca ancora di più il sua carattere sociale. Già con la sparizione di Borjes (lo stratega delle vittoriose battaglie condotte con tecnicismo militare) il brigantaggio ritorna alla sua tattica di pretta guerriglia Mordi e fuggi! Sono rapide sortite dai boschi, incendii di masserie, sequestri di "galantuomini". Era la tattica che aveva prediletto, al pari degli altri, Carmine Crocco, rifiutando le teorie guerresche di Borjes - Non si può fare la guerra con i fucili da caccia! aveva opposto allo spagnuolo, fin dal primo incontro nel bosco di Lagopesole. L'attività brigantesca quindi non ebbe sosta, né perse il mordente, pur senza più registrare gli spettacolosi successi militari che caratterizzarono il breve e tormentato sodalizio tra l'ex cabecilla e il generale contadino. Lo stesso generale La Marmora era costretto, privatamente, a convenirne dichiarando "Mentre nei miei proclami ero obbligato a dire che il brigantaggio era spento, vedevo purtroppo che non lo era". La realtà fu che la guerra, senza più scontri aperti (come ad esempio, a Stigliano) si riconvertì in guerriglia. Non certo meno fitta di lutti, di sangue, di morti, di supplizi. E va notato anche, in questa nuova fase del brigantaggio, un interessante fenomeno. Le donne che, nei primi tempi della guerra civile, partecipavano alla ribellione soprattutto come staffette, informatrici o, secondo il linguaggio delle autorità, come "manutengole", diventavano ora, anch'esse, vere e proprie "guerrigliere". E cioè, mogli o amanti di briganti, partecipavano ai combattimenti, maneggiando il fucile e sparando né più né meno che i toro uomini. Vale la pena ricordare qualche nome: Maria Oliviero, che una rara fotografia dell'epoca mostra bruna e bellissima e, per una strana avventura del fotografo ritratta in un atteggiamento, diremmo oggi, quasi da vamp. Era l'amante di Pietro Monaco. E poi: Maria Capitanio, Rosa Reginella, Gioconda Marini e fra tante altre, non ultima, Giovanna Tito, amante di Crocco. La moglie legittima del generale, Olimpia, era compagna, invece di un altrettanto noto capo guerrigliero: Chiavone. Alcune di queste donne morirono negli scontri. Alcune, in verità, poche, furono fucilate. Altre furono condannate ai lavori forzati o al "domicilio coatto". Per scampare la vita, quando il combattimento volgeva alla sconfitta, denudavano prestamente il petto o arrovesciavano la gonna per attestare, senza equivoci, ai bersaglieri incalzanti con le baionette, la loro qualità di appartenenti all'altro sesso. Con il 1863 il brigantaggio quantitativamente decrebbe. La commissione d'inchiesta, promossa nei primi di quell'anno, dal Parlamento di Torino (era stata anche promossa una sottoscrizione nazionale a sollievo dei danneggiati del brigantaggio che aveva fruttato la somma, che pareva eccezionale, in quei tempi, di quasi un milione) si era spinta fin nelle più lontane e desolate località del Mezzogiorno. Ne ebbe origine la famosa relazione Massari, che rimane il maggior documento storico su quel periodo. Dal lavoro e dalle proposte della commissione venne fuori la legge Pica. Una legge "eccezionale": che istituiva consigli e tribunali di guerra, dava facoltà di formare squadriglie di volontari, istituiva la giurisdizione militare e il "domicilio coatto" a discrezione delle Giunte provinciali di Pubblica Sicurezza. L'anno successivo la legge Pica, scaduta, fu sostituita da un'altra legge ancora più severa, detta "di repressione". Le leggi eccezionali cessarono con la fine del 1865. E da quella data cominciò a sparire il "grande brigantaggio". Rimanevano in piedi solo poche, e rade, bande isolate. Continuarono peraltro gli arresti e le fucilazioni per quelli presi con le armi alla mano. Molti, dei guerriglieri, si costituirono. Altri, come Crocco, riuscirono a riparare negli Stati della Chiesa. (Ma anni dopo, caduto il Governo pontificio, Crocco sarà prelevato dal Governo di Torino, processato e condannato). Nel 1870 il "brigantaggio" almeno nelle sue forme più organizzate e vistose, non esisteva più o quasi. Nascevano, di converso, i primi fenomeni dell'emigrazione, fenomeni più vivi in quelle parti del Mezzogiorno, come la Lucania, la Calabria, il Cilento, l'Irpinia, il Sannio, più direttamente investite dal brigantaggio. Un nuovo, drammatico aspetto della "questione meridionale"! Furono Borjes e Crocco (ma non mancarono i personaggi minori, come il coraggioso e crudele Ninco Nanco e tanti altri) gli uomini di maggior spicco di quel tormentato periodo. E ben li possiamo assumere ciascuno per la sua parte, a esponenti tipici, addirittura emblematici, delle idee e degli interessi che rappresentavano. Meno fortunato (se cosi si può dire) di Borjes che concluse nel sangue la sua breve vicenda, Crocco sopravvisse alla sua gloria per spegnersi, molti anni dopo, nei ceppi di Portolongone. Un amabile vecchio, tutto bianco, che sorrideva affabilmente agli psichiatri che ogni tanto si recavano a rendergli visita e a misurargli il cranio. (Cominciava la moda di Lombroso). A loro l'ex guerrigliero recitava il suo epitaffio, composto da lui stesso in versi:

E' teatro per tutti la natura

e ognuno rappresenta la sua scena

Napoleone con la sua bravura

nell'isola mori di Sant'Elena

Cosi Crocco gia' umile pastore

dai briganti promosso generale

dopo lotte di sangue e di terrore

scontò in galera lo già atto male.

Ma, nella sua migliore stagione, tra i boschi di Lagopesole e sui greti del Sauro, Crocco era Pancho Villa. E i suoi peones (quei contadini lucani con i volti di pietra e gli occhi fissi, come appaiono nelle rare fotografie dell'epoca, avvolti nei loro tabarri e con la doppietta inseparabile sulle ginocchia) scorrevano al galoppo flagellando e vincendo. Non neghiamo che Crocco, in quegli anni, dal 1861 al 1865, possa aver considerato le sue masse un vero e proprio esercito di liberazione. Sfrondata dei pennacchi romantici, la sua fredda vocazione all'incendio e al sangue era riscattata dalla consapevole, necessaria ferocia della lotta proletaria. Sangue chiama sangue. Crocco era il vendicatore di secoli di sangue, di sofferenza e di soprusi. Ebbe questo ex capraio, una dimensione rivoluzionaria, quella che era (anche se inconscia nei più) in quelli che guadagnavano la montagna per opporsi a un sistema sociale che, ancora, pur mutate insegna e bandiere, era contro di loro. Anche da questo si allargava e prendeva corpo la "questione meridionale". La difficile sutura tra le due Italie, la crisi economica, la crisi sociale: il Mezzogiorno soccombeva al Nord già industrializzato, più vivo, più consapevole di se stesso e dei suoi obiettivi. A partire dal 1870 ex briganti, i loro figli, i loro nipoti saranno la gran parte degli emigranti per le Americhe. Già si rassomigliano: gli stessi vestiti, le stesse faccie di pietra gli stessi occhi fissi: le fotografie dei primi del nuovo secolo, che li ritraggono - torme senza nome -ammucchiati sui ponti degli steamers, li identificano in quelli del 1861. I vestiti sono anche gli stessi, di poveri contadini, i protagonisti e le vittime delle guerre sociali del Mezzogiorno. Non si dimentichi - scriveva Michele Cianciulli - che una vera storia del brigantaggio meridionale dovrebbe avere di necessità, per sua seconda parte, una storia dell'emigrazione e del lavoro meridionale dopo il 1870. Questa seconda parte servirebbe ottimamente a spiegare, ad illuminare, e, anche, a ridurre molto il significato della prima. Il meridionale fu brigante non per natura, ma perché costretto dalle più dure e dolorose necessità. Cercava lavoro e trovava la più squallida delle miserie: cercava giustizia e trovava la più infame delle ingiustizie la prepotenza rivestita e mascherata di legalità". Erano, gli emigranti (dal 1870 in poi oltre 50.000 ogni anno dal solo Mezzogiorno continentale) gli eredi della sconfitta di quell'ultima guerra sociale che fu il brigntaggio post unitario anche se l'agiografia post risorgimentale (a parte ovviamente gli autori legittimisti, citiamo soltanto il De Sivo), ha rilevato solo il lato "bestiale" e "turpe" della professione di brigante. Furono, è pur vero, uomini feroci e assetati di sangue, responsabili di innumerevoli delitti. Ma, se è vero che la rivoluzione contadina si nutrì di fiamme e di sangue, la repressione non fu da meno. La realtà proletaria del Mezzogiorno aveva ancora una volta (come dopo il 1799 e dopo il decennio francese) cercato di inserirsi nello Stato e ancora una volta era stata respinta con le canne dei fucili dei combattimenti e dei plotoni di esecuzione. Il brigantaggio post-unitario italiano, pertanto, evade dai limiti strettamente nazionali dei suoi confini geografici: ha dimensioni universali, come universali sono state e rimangono le figure di Pancho Villa e di Emiliano Zapata (cui Crocco ex pastore di capre e poi generale contadino singolarmente assomiglia, con i suoi briganti che non si discostano molto dai peones) come universale è sempre la vicenda dell'antica lotta dei poveri per assicurarsi più civili condizioni di vita, un avvenire ai figli, contro gli interessi e gli egoismi delle classi più fortunate. Crocco generale contadino era stato pastore di capre sulle montagne del Vulture, e la sua banda e tutte le altre bande della Calabria, del Cilento, degli Abruzzi, dell'AveIlinese erano l'esercito dei disperati e dei morti di fame che ingannati dalla rivoluzione unitaria (Viva Vittorio Emanuele!) avevano tentato una loro rivoluzione (Viva Francesco!), un esercito disordinato e slegato che Borjes non riuscì a riunire (e pagò con la vita il suo insuccesso). Fu, il brigantaggio, una manifestazione di carattere sociale, una grande rivolta contadina, come ora, da poco, si comincia universalmente a riconoscere, fenomeno che va guardato e compreso anche in relazione alle analisi e alle prospezioni sociologiche su una società in corso di trasformazione come, nonostante tutto, nella morsa della evoluzione storica, è anche la società meridionale.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

L'UNITA' D'ITALIA - GUERRA CONTADINA E NASCITA DEL SOTTOSVILUPPO DEL SUD

di ROSA CUTRUFELLI

da: "PIEMONTISI, BRIGANTI E MACCARONI" Guida editore, Napoli, 1975 a sua volta tratto

da: "L'Unità d'Italia - Guerra contadina e nascita del sottosviluppo del sud" Bertani editore, Verona, 1974

…. L'avanzata garibaldina nel Mezzogiorno d'Italia rompe i rapporti sociali già profondamente scossi; nelle campagne, dove già si avevano notevoli fermenti, scoppia in tutta la sua violenza la lotta di classe; le occupazioni di terre non si contano: la borghesia deve prendere le armi per difendere, in prima persona, le terre che ha usurpato alla comunità. In Sicilia, dove le particolari condizioni locali rendevano piu' facile riconoscersi in una lotta antiborbonica, i contadini, si erano subito schierati al fianco di Garibaldi. Questo avviene in un primo momento anche nel Meridione continentale: le speranze delle masse rurali si indirizzano ancora una volta verso la rivoluzione garibaldina (ed è così sfatata la leggenda che vuole i contadini meridionali a tutti i costi legati alla tradizione e nemici di ogni cambiamento). Anche i briganti (che della società contadina fanno parte e che alla guerriglia contadina forniranno uomini e capi) riconoscono in Garibaldi un capo-popolo: lo vedono agire, lo sentono parlare come un "vero liberatore del popolo" e quindi combattono per lui, dandogli un aiuto che spesso è decisivo (ad es. la banda Muraca, in Calabria). Crocco, Ninco Nanco, Pietro Monaco e molti altri che diventeranno capi-briganti prendono parte attiva all'insurrezione, accorrendo all'appello di Garibaldi. Ma i promotori delle insurrezioni sono quasi esclusivamente grandi proprietari, anche se "illuminati". Si chiamano Plutino o Musolino a Reggio, Stono a Catanzaro, Morelli a Cosenza, Pace a Castrovillari ……… Ma anche nell'Italia meridionale, come già in Sicilia, i nodi vengono subito al pettine e gli interessi di classe cominciano subito a contrapporsi. I decreti di Garibaldi che rimangono lettera morta, la repressione effettuata dalla colonna di Bixio nella Sicilia orientale, la collaborazione sempre più stretta con i "galantuomini", la complicità e l'aiuto che le colonne garibaldine offrono immediatamente ai possidenti dell'Italia meridionale per reprimere i moti contadini, fanno si che quando l'11 settembre le truppe piemontesi varcano i confini dello Stato Pontificio per raggiungere Garibaldi, la "reazione" contadina sia già un fatto irreversibile, in tutto il meridione continentale ………. La speranza di riuscire a raggiungere certi obiettivi già ben precisati, come appunto la spartizione delle terre, spinge in un primo momento i contadini a una lotta antiborbonica. E i governi prodittatoriali, in verità, tentano in un primissimo tempo di conquistarsi il favore popolare con promesse equivoche e decreti demagogici. Ma i decreti vengono ben presto aboliti, uno dopo l'altro, e ogni illusione svanisce rapidamente ……….. Sarà l'irrigidirsi della borghesia, sorda alle richieste dei contadini, che reclamano la restituzione delle terre demaniali usurpate, e l'atteggiamento di assoluta intransigenza a questo riguardo assunto anche dalle autorità costituite a rendere esplosiva la situazione, e a radicalizzare la lotta contadina, spingendola nello stesso tempo a un'alleanza con il Borbone. Alleanza che si stabilisce dunque in un secondo tempo e non è suggerita di certo da "un'antica devozione feudale" al sovrano. L'ampiezza e la forza del movimento contadino costringe d'altra parte la borghesia ad abbandonare ben presto la maschera "populista" e rivoluzionaria, a sconfessare ogni tentativo anche vagamente riformista, e ad imboccare apertamente la strada della repressione armata. Si moltiplicano, in tal senso, gli episodi significativi. Il 17 maggio Garibaldi, in Sicilia, aveva abolito il dazio sul macinato e sospeso il pagamento di ogni imposta. In Lucania il governo prodittatoriale, il 19 agosto, fa la stessa cosa. In molti altri luoghi, man mano che si costituiscono i governi pro-dittatoriali, con mossa scopertamente demagogica (e sempre sotto la pressione delle masse) si diminuisce il prezzo del sale, si aprono le carceri e si aboliscono le pene per i reati contro la religione. Ma mentre Garibaldi il 2 giugno aveva decretato la divisione delle terre demaniali, in settembre in Calabria si limita a concedere il diritto di semina e di pascolo. Per di più, in Lucania e in altri luoghi fin dalla fine di agosto il governo prodittatoriale decreta pene severissime per "ogni sboscamento o dissodamento di fondi di proprietà pubblica o privata, non esclusi i demaniali del Comune, commesso con attruppamento". A Rogliano Garibaldi concede alle popolazioni il diritto di semina sulla Sila. Appena cinque giorni dopo l'emanazione di questo decreto, Donato Morelli, nominato dallo stesso Garibaldi capo della provincia di Cosenza, emette un'ordinanza che praticamente annulla quella del dittatore; subito dopo comincia a dare disposizioni per organizzare la repressione dei moti di protesta contadini che egli definisce "manifestazioni di brigantaggio". Il 19 settembre viene presentata a Garibaldi, a Napoli, un'istanza degli insorti di Senise, che chiedevano fossero loro divise le terre di un fondo comunale chiamato, "Pantano", che già dal governo borbonico era stato destinato alla quotizzazione. L'istanza viene trasmessa in ottobre al governatore di Basilicata che risponde di non potere, per il momento, "dar corso a siffatta petizione" così come a molte altre simili che gli erano state inoltrate ………. Assai presto si chiariscono dunque i termini dello scontro. E l'eroe Garibaldi si rivela alla prova come "il più religioso sostegno della proprietà". A questo punto i contadini sono spinti dagli obiettivi di classe della loro lotta ad attaccare a fondo la borghesia agraria, rompendo così il fronte di lotta antiborbonico e capovolgendo addirittura la situazione. Francesco II, nemico dei "piemontesi" e dei possidenti vendutisi al nuovo regime, diventa automaticamente un alleato, l'unico possibile in quel momento e in quella situazione. Ma egli non riuscirà mai ad avere, in tale alleanza, una posizione egemone, né ad indirizzare la fisionomia della guerra. Che l'alleanza col Borbone fosse sentita come strumentale dai contadini-briganti, stanno a dimostrarlo mille fatti, mille citazioni; l'assalto dato indifferentemente alle case dei signori di fede borbonica e a quelli di fede liberale, la risposta di Cipriano La Gala a un avvocato che, prigioniero, sperava di essere rilasciato sostenendo la sua lealtà al Borbone: "Tu hai studiato, sei avvocato e credi che noi fatichiamo per Francesco II? "; il "cinico motto" di Vincenzo Nardi di Ferrandina, che entra nella banda di Crocco col nome di D'Amati e il grado di colonnello: "Si dice che Francesco II è un ladro. Or bene: io ladro di professione, vengo a restaurare un ladro sul trono". Nessuna illusione sulla "bontà" del vecchio governo. Tutto sta dunque ad affermare l'autonomia della lotta contadina o, quanto meno, l'assoluto prevalere, in tale lotta, di autonomi obiettivi di classe. Né sembra più possibile affermare, a questo punto, che le sollecitazioni borboniche furono la causa quando invece evidentemente sono una delle sue conseguenze - e nemmeno fra le più importanti.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 PER IL TRONO E PER L'ALTARE

di ANTONIO CIANO

da: "I Savoia e il Massacro del Sud" - Grandmelò, ROMA, 1996

Il 13 febbraio 1861 cadeva la fortezza di Gaeta: tre mesi di resistenza eroica; tre mesi di sofferenze disumane; tre mesi di massacri perpetrati dal generale Cialdini. 160 mila bombe rasero al suolo la città tirrenica e fiaccarono per sempre la sua vitalità ma non la sua storia. Eroico fu Francesco II, il giovane re napoletano, ed eroica fu la sua consorte, regina Sofia; eroica fu la truppa; eroica fu la gente di Gaeta che quasi in massa entrò nella cittadella fortificata per difendere la propria libertà e la propria dignità. Camillo Benso di Cavour diede al generale Cialdini un ordine sacrilego ed assassino: distruggere Gaeta in quanto stava ritardando i tempi per il suo disegno. Il Primo Ministro piemontese sapeva che il Piemonte era alla bancarotta, come sapeva che la sifilide lo stava divorando. Prima di morire voleva vedere attuato il suo capolavoro: la cosiddetta unità d'Italia. Il 13 febbraio 1861 è una data che ogni Meridionale dovrebbe memorizzare perché da allora iniziò una resistenza senza quartiere contro gli invasori savoiardi che al Sud nessuno voleva. Nacque in quel giorno infausto la questione meridionale. Il Sud ricco e prospero venne saccheggiato delle sue ricchezze e delle sue leggi; venne immolato alla causa nazionale; venne immolato alla massoneria che da Londra dirigeva e stabiliva il nuovo assetto mondiale. Il Regno delle Due Sicilie, unico stato libero ed indipendente da influenze straniere, fu dato in pasto agli affamati e barbari piemontesi. Il Piemonte, per conto di Mr. Albert Pike, Gran Maestro Venerabile della massoneria di Londra, nel 1861, cominciò la prima pulizia etnica della storia del nostro paese. A metà agosto i giornali di regime stampavano con enfasi le vittorie militari dell'esercito sabaudo e fecero passare per una grande battaglia la scaramuccia di Castelfidardo, mentre calavano una cortina di silenzio sugli eccidi perpetrati dai generali felloni e criminali di guerra contro cittadini inermi. Cannoni contro città indifese; fuoco appiccato alle case, ai campi; baionette conficcate nelle carni dei giovani, dei preti, dei contadini; donne incinte violentate, sgozzate; bambini trucidati; vecchi falciati al suolo. Ruberie, chiese invase, saccheggiati i loro tesori inestimabili, quadri rubati, statue trafugate, monumenti abbattuti, libri bruciati, scuole chiuse per decreto. La fucilazione di massa divenne pratica quotidiana. Dal 1861 al 1871 un milione di contadini furono abbattuti. Mai nessuna statistica fu data dai governi piemontesi. Nessuno doveva sapere. Alcuni giornali stranieri pubblicarono delle cifre terrificanti: dal settembre del 1860 all'agosto del 1861 vi furono 8.968 fucilati, 10.604 feriti, 6.112 prigionieri, 64 sacerdoti, 22 frati, 60 ragazzi e 50 donne uccisi, 13.529 arrestati, 918 case incendiate e 6 paesi dati a fuoco, 3.000 famiglie perquisite, 12 chiese saccheggiate, 1.428 comuni sollevati. Naturalmente questi dati erano sottostimati almeno di cento volte; le notizie, il ministero della guerra le dava col contagocce, in quanto all'estero doveva apparire tutto tranquillo, e mai giornalista fu ammesso a constatare ciò che stava accadendo nelle province meridionali. Il movimento rivoluzionario anti piemontese, chiamato brigantaggio, in realtà fu un grande movimento di massa. Molti tribunali definirono i briganti partigiani, regi o legittimisti: difendevano la loro patria, il loro Re e la chiesa cattolica da un'orda massonica che voleva colonizzare il Meridione …….. Le cifre che pubblicavano i giornali stranieri, come abbiamo detto, erano sottostimate; il governo piemontese aveva dato ordine di mettere a ferro e fuoco il Regno delle Due Sicilie e dette carta bianca ai vari comandanti militari per emanare bandi terroristici. L'esercito piemontese, anziché essere impiegato per prestare assistenza alle persone affamate da mesi di anarchia amministrativa, fu ammaestrato ed addestrato agli eccidi di popolazioni inermi, a rappresaglie indiscriminate, al saccheggio, alla fucilazione sommaria dei contadini colti con le armi in mano o solamente sospettati di manutengolismo. Alcuni comandanti piemontesi (1) emanarono, fra il 1861 e il 1862, bandi che i nazisti mai avrebbero sognato di applicare a popolazioni di origine germanica. Naturalmente i piemontesi non erano italiani e si sentivano in diritto, contro tutte le convenzioni, contro il diritto internazionale, di poter fucilare chiunque trasgrediva i molteplici divieti, che, di fatto, paralizzarono la vita sociale, politica ed economica di tutto il Mezzogiorno d'Italia ……….. Noi diciamo semplicemente che erano dei criminali di guerra e non riusciamo a capire, come, ancora oggi, nelle scuole non si insegni ai ragazzi la vera storia del Risorgimento piemontese che per il Sud, in realtà! fu vera colonizzazione e sterminio di massa: arresti di manutengoli o solo di sospettati, fucilazioni, anche di parenti di partigiani, o solamente di contadini; stato d'assedio di interi paesi. L'aiutante di campo di Vittorio Emanuele II, generale Solaroli (2) definiva i contadini la più grande canaglia dell'ultimo ceto. I contadini dovevano essere tutti fucilati, senza far saper niente alle autorità. Imprigionarli non era conveniente perché, una volta in galera, lo stato doveva provvedere al loro sostentamento. …….

IL NORD NON LASCERÀ AI MERIDIONALI NEMMENO GLI OCCHI PER PIANGERE

Si era creata, tra que